Di Claudia Ricifari
L'estate, si sa, è il momento dell'anno in cui la vita ha il sapore del sale e il colore del mare. Un momento in cui il tempo scorre veloce e il corpo si espone: al sole, agli sguardi, a se stesso. Ed è a Ferragosto, quando si pensa già a voltare pagina, che questa sensazione si fa più nitida, quasi malinconica. È una stagione che si presta più di ogni altra alla messa in scena (del lusso, della spensieratezza, della fuga) ma anche allo smascheramento di quella stessa messa in scena. Nessuno lo ha capito meglio di due fotografi che hanno passato decenni a raccontare le vacanze da due sponde opposte dello stesso oceano: uno guardando verso l'alto, verso il jet set e la sua luce dorata; l'altro chinandosi verso il basso, verso le sdraio, i teli scoloriti e le scottature.
Slim Aarons e Martin Parr non si sono mai davvero incrociati, se non nell'immaginario collettivo che hanno contribuito, ciascuno a suo modo, a costruire. Il primo ha fotografato piscine turchesi, alta borghesia e famiglie regnanti fino a rendere il glamour una forma quasi documentaria di realtà. Il secondo ha rivolto il suo obiettivo verso una realtà più popolare e quotidiana, rendendo i suoi soggetti quasi ironici. Messi fianco a fianco, i loro archivi raccontano l'estate meglio di qualsiasi cartolina: da un lato il sogno, dall'altro la sua controfigura più onesta.
Prima di diventare il fotografo della Dolce Vita, Slim Aarons era stato un fotoreporter di guerra. Tornato negli Stati Uniti dopo il secondo conflitto mondiale, decise che aveva visto abbastanza orrore per una vita intera e scelse, come amava dire lui stesso, di dedicarsi a "persone attraenti che fanno cose attraenti in luoghi attraenti". Una frase diventata manifesto, quasi uno slogan pubblicitario, ma che riassume alla perfezione i suoi lavori più celebri. Quel suo costruire, scatto dopo scatto, un mondo dove la bruttezza (comunque la si voglia intendere) semplicemente non era ammessa.
Aarons frequentava chi fotografava. Prendeva il tè con le sue muse, veniva invitato alle feste perché - diceva - sapevano che non avrebbe fatto del male. Ha ritratto Marilyn Monroe, Mick Jagger, la famiglia Kennedy, i giocatori di polo e le eredi di casate secolari, sempre con una cura compositiva dell’immagine immediatamente riconoscibile: la luce naturale, il medio formato, la distanza giusta perché tutto rimanesse elegante senza sembrare artificioso.
Il risultato è un'estate sofisticata, fatta di ricchezza e opulenza. Piscine turchesi ritagliate contro il deserto di Palm Springs, terrazze affacciate sul Mediterraneo, abiti di lino che chissà come non si sgualciscono. I suoi soggetti sembrano non sudare mai. Questo non significa che le foto di Aarons non fossero a suo modo reali. Semplicemente sceglieva. Una scelta che privilegiava il glamour, l’ordine, la misura e che ha definito l'immaginario stesso della vacanza di lusso, quello a cui ancora oggi si guarda quando si pensa alla Costa Azzurra degli anni Sessanta o a Capri prima del turismo di massa.
Martin Parr si muove su un piano opposto. Il suo strumento preferito è il grandangolo, quello che deforma tutto ciò che è vicino e amplifica i dettagli. Un naso scottato, un gelato che cola, un costume a fiori troppo aderente, tutto diventa racconto della realtà più pura. Non c'è distanza di sicurezza nelle sue fotografie, non c'è un punto in cui l'occhio possa riposare con discrezione.
Cresciuto nel Surrey, Parr si è imposto come il cronista più spietato e più affettuoso della classe media britannica in vacanza. Le sue spiagge (Brighton, New Brighton, le coste del nord dell'Inghilterra) sono piene di sedie a sdraio slavate, patatine fritte, bambini in lacrime e adulti addormentati sotto il sole. Usa colori saturi e un flash spesso spietato, tecniche che prende in prestito dalla fotografia pubblicitaria per rivoltarle contro il proprio soggetto.
Ma Parr ha sempre rimandato al mittente le accuse di crudeltà verso i suoi soggetti. Diceva, invece, che la maggior parte delle immagini che vediamo è propaganda, e che le sue, semplicemente, non lo erano. E in effetti nella sua opera non manca la tenerezza, anche quando la messa a fuoco è spietata.
Osservare i due diversi stili di Aarons e Parr significa capire quanto la fotografia possa essere una questione di scelta, prima ancora che di tecnica. Il primo costruiva mondi in cui rifugiarsi e a cui ambire; il secondo smontava quei mondi o, meglio, ne raccontava le controfigure meno patinate, quelle in cui la maggior parte di noi si riconosce davvero. Uno fotografava il desiderio, l'altro la realtà.
La donna con gli occhialini blu elettrico che prende il sole nella foto più iconica di Parr non è meno protagonista della sua estate di quanto lo sia una socialite fotografata da Aarons a bordo piscina all’Eden Roc di Antibes. In entrambi i casi il risultato è, sorprendentemente, pieno di verità.
Forse è per questo che, a distanza di decenni, continuiamo a tornare su questi due immaginari agli antipodi ogni volta che l'estate si avvicina. Perché nessuna vacanza reale assomiglia mai del tutto a quella patinata di Aarons, ma nessuno, in fondo, vorrebbe rinunciare a un po' di quella luce dorata. E perché nessuna foto da cartolina racconta l'estate con la stessa onestà disarmante di un panino sbriciolato in spiaggia, immortalato da Parr.
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