Di Giuditta Avellina
Ci sono ristoranti che importano un format e altri che cambiano davvero il modo in cui si guarda una città. Gli indirizzi internazionali più interessanti d’Italia appartengono alla seconda categoria: ben più di semplici cucine etniche o trend gastronomici, costruiscono corrispondenze fra luoghi lontani. Il Giappone incontra la verticalità della Milano contemporanea e il profilo medievale di Prato.
L’India si rivela attraverso le sue cucine regionali, comunitarie e domestiche, mentre Buenos Aires porta a pochi passi dalla Madonnina il rito della griglia e un’eleganza notturna. Le radici colombiane affiorano alle spalle di via Veneto e la grande cucina cinese si libera del repertorio ornamentale più prevedibile per diventare urbana, rigorosa, personale. Ad Anacapri, invece, la convivialità dell’izakaya si scioglie nella luce del Golfo di Napoli.
Il lusso, in questa geografia, non coincide sempre con la formalità dell’alta cucina. Può essere la rarità di pochi posti al banco, il tempo dedicato a una preparazione, una vista che esiste soltanto in quel punto del mondo o la capacità di raccontare una cultura senza ridurla a folklore. È ciò che tiene insieme dieci tavole molto diverse, scelte non soltanto per ciò che servono, ma per il modo in cui trasformano la cena in una destinazione.
Porta Nuova è il luogo naturale per una cucina fondata sull’ordine, sulle pause e sulla precisione. Al primo piano della Torre Solaria, affacciato su piazza Alvar Aalto, IYO Kaiseki non tenta di ricostruire un Giappone nostalgico: ne trasferisce la disciplina nel cuore della Milano contemporanea. Premiato con una stella dalla Guida Michelin Italia 2026, il ristorante sviluppa una personale interpretazione della tradizione kaiseki, nella quale la stagione, la successione delle portate, le temperature e le stoviglie partecipano alla stessa composizione.
Anche lo spazio evita ogni imitazione letterale. Il progetto di Maurizio Lai accosta noce canaletto, porfido, vetro e dettagli metallici, traducendo i richiami alla cultura giapponese in simmetrie, materia e luce.
Gong parte da una delle cucine più vaste e più frequentemente semplificate dallo sguardo occidentale. Non cerca di riassumere la Cina in pochi simboli riconoscibili, né di addomesticarne i sapori per renderli più rassicuranti. Tecniche e preparazioni cinesi entrano in un linguaggio contemporaneo, sostenuto dalla qualità delle materie prime, da costruzioni precise e da aperture verso altre culture gastronomiche asiatiche.
Il piatto emblematico rimane l’anatra alla pechinese, protagonista anche di un percorso dedicato e di un’attesa che comincia prima di sedersi a tavola. La sala evita l’esotismo decorativo più prevedibile, ma non rinuncia al simbolo che dà nome al ristorante: grandi gong scandiscono, come sculture, un ambiente moderno ed elegante. Incluso nella Guida Michelin Italia 2026 fra gli indirizzi di cucina cinese e asiatica contemporanea, Gong costruisce il proprio viaggio non attraverso il folklore, ma attraverso il suo superamento.
Nel cuore di Brera, Cittamani sottrae la cucina indiana alla scorciatoia del curry indistinto e la restituisce alla complessità delle sue geografie. Ritu Dalmia, chef e ristoratrice cresciuta professionalmente fra India e Italia, ha immaginato il progetto come un omaggio alle tradizioni regionali, comunitarie e domestiche del subcontinente: ricette nate nelle case, lungo le rotte commerciali e dentro comunità differenti entrano in una sala milanese senza perdere la propria memoria.
Piatti di strada, cotture al tandoor, pani, riso, preparazioni vegetariane e ricette familiari compongono una mappa nella quale spezie, fermentazioni, acidità e consistenze raccontano un Paese impossibile da ridurre a un solo gusto. L’ambiente costruisce un’eleganza intima, lontana dall’opulenza dimostrativa. Il lusso, qui, è poter incontrare un’India meno conosciuta senza che venga semplificata per renderla più familiare.
A pochi passi dal Duomo, all’interno di Speronari Suites, El Porteño Gourmet porta a Milano una Buenos Aires più notturna che folcloristica. Tovaglie bianche, velluto rosso e luce di candela costruiscono una sala dall’eleganza sensuale, nella quale la sera sembra assumere un ritmo proprio.
La cucina parte dall’asado, dalle empanadas e dai tagli di carne alla griglia, accompagnati da vini argentini e internazionali, ma inserisce questo repertorio nel linguaggio dell’ospitalità milanese. È un indirizzo generoso nella materia, curato nel servizio e sufficientemente scenografico da trasformare la cena in una parentesi fuori dalla città. Il suo lusso non è quello rarefatto del fine dining, ma quello avvolgente di una sala in cui Buenos Aires diventa soprattutto un’atmosfera.
A Orma la Colombia non è una scenografia, ma una memoria che riaffiora nel piatto. Roy Caceres, colombiano di nascita e italiano d’adozione, costruisce la propria cucina intrecciando le radici latinoamericane, la formazione maturata nelle grandi cucine italiane e suggestioni raccolte fra Asia e Mediterraneo. Ingredienti, acidità, fermentazioni e richiami sudamericani non diventano mai un inventario geografico: appartengono a una grammatica personale, libera di attraversare continenti e tradizioni.
La Guida Michelin Italia 2026 ha confermato al ristorante una stella e lo classifica fra gli indirizzi di cucina fusion e creativa. La sede è in via Boncompagni, alle spalle della via Veneto più cinematografica, ma la sala non concede nulla alla ricostruzione folkloristica. Il viaggio segue piuttosto una biografia: parte dalla Colombia, attraversa l’Italia e arriva a Roma senza scegliere una sola appartenenza.
Via Veneto ha sempre saputo assorbire miti arrivati da altrove. Un tempo erano le star del cinema e i fotografi; oggi, all’interno del Nobu Hotel Roma, è uno dei marchi più riconoscibili della ristorazione internazionale a misurarsi con la memoria della Dolce Vita.
Lo stile di Nobuyuki Matsuhisa nasce dall’incontro fra la tradizione giapponese e gli ingredienti conosciuti durante gli anni trascorsi in Sud America, soprattutto in Perù. A Roma ritornano piatti che hanno costruito l’identità globale di Nobu, dal Black Cod Miso alla Rock Shrimp Tempura, dallo Yellowtail Sashimi con jalapeño al tiradito. Nobu non possiede l’intimità di un omakase e non la ricerca. Il suo è il lusso fluido dei grandi alberghi contemporanei: sushi counter, cucina pensata anche per la condivisione e un rooftop progettato da Rockwell Group, fra linee pulite, vegetazione, piccoli piatti e cocktail serviti sopra i tetti della capitale.
A Firenze la storia è una presenza così potente da rischiare di assorbire qualunque linguaggio contemporaneo. Akira Back, all’interno del W Florence, sceglie di non competere con il Rinascimento: gli oppone una tavola energica, notturna e dichiaratamente cosmopolita.
Nato a Seoul e cresciuto ad Aspen, in Colorado, lo chef ha praticato lo snowboard a livello professionistico prima di dedicarsi completamente alla cucina. La sua traiettoria rimane leggibile nei piatti, nei quali la precisione della cucina giapponese incontra le radici coreane e una sensibilità maturata negli Stati Uniti. La Tuna Pizza con aioli umami è la firma più riconoscibile di questo linguaggio, affiancata da sashimi e preparazioni nelle quali sapori coreani e tecniche giapponesi vengono trattati con libertà.
Inserito nella selezione della Guida Michelin Italia 2026, il ristorante non cerca una sintesi rassicurante: preferisce l’energia del contrasto. Fuori restano pietra, cupole e prospettive rinascimentali; dentro, Firenze scopre l’accento globale della nuova cucina asiatica.
Davanti al Castello dell’Imperatore, il centro di Prato si restringe improvvisamente alle dimensioni di un banco giapponese. MOI Omakase propone un unico percorso, condiviso dagli ospiti e servito a partire dalle 21, durante il quale lo chef prepara davanti a loro la propria selezione di sushi e sashimi.
“Omakase” significa affidarsi: non scegliere da una carta, ma lasciare che siano la materia disponibile, le temperature e la sensibilità dello chef a determinare la successione della cena. Ogni preparazione arriva insieme al gesto che l’ha prodotta e non può essere separata dal tempo necessario per compierlo.
Il contrasto con l’esterno è parte dell’esperienza. Fuori, la massa severa del castello svevo; dentro, pochi posti, concentrazione e una temporalità che non ammette fretta. Non esistono terrazze panoramiche o sale monumentali. Il lusso è osservare da vicino la trasformazione della materia, accettando per una sera di rinunciare al controllo. MOI Omakase è incluso nella Guida Michelin Italia 2026, che lo colloca nella fascia di prezzo più alta.
Zuma non è il luogo del silenzio né della contemplazione gastronomica. Sul rooftop del Capri Palace Jumeirah, ad Anacapri, racconta un’altra idea di lusso: sociale, ritmata e inseparabile dalla destinazione che la ospita.
La cucina si ispira alla convivialità dell’izakaya contemporanea. I piatti sono pensati per essere condivisi e arrivano progressivamente dalle diverse anime del ristorante - sushi counter, robata grill e cucina principale - senza seguire necessariamente la sequenza formale di un menù occidentale. La cena può cominciare con un cocktail e cambiare ritmo insieme alla luce.
Dalla terrazza lo sguardo raggiunge Ischia e il Golfo di Napoli, mentre alle spalle si alza il Monte Solaro.
A pochi minuti dalla mondanità della Costa Smeralda, San Pantaleo conserva un carattere diverso: granito, macchia mediterranea e una vita raccolta attorno al piccolo centro del paese. Poco fuori, Mizuna inserisce la cucina giapponese in questo paesaggio senza trasformarla in un esercizio di stile balneare.
Guidata dallo chef Luigi Annunziata, la cucina attraversa sushi e sashimi, gyoza, ramen e preparazioni alla robata. Pesce sardo, ingredienti mediterranei e materie prime importate dal Giappone partecipano allo stesso racconto. Il rapporto con il territorio rimane però misurato: non una formula fusion applicata automaticamente a ogni piatto, ma un dialogo costruito attraverso tecnica, equilibrio e qualità della materia.
La Guida Michelin considera Mizuna uno dei migliori indirizzi giapponesi della Sardegna. Eppure la sua qualità più seducente è forse la posizione laterale. Offre una maniera appartata di vivere la Gallura: abbastanza vicina alla Costa Smeralda da sentirne l’energia, sufficientemente distante da sottrarsi al suo teatro.
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