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living09 agosto 2026

Dove mangiare all’aperto in Italia? 15 ristoranti nel verde che vi rimarranno nel cuore

Dalla campagna bergamasca ai pascoli delle Orobie e del Monte Bianco, dalle vigne della Franciacorta, di Gavi, delle Langhe e della Toscana fino alla vegetazione vulcanica delle Eolie: quindici tavole nelle quali orti, boschi, allevamenti e filari non sono soltanto una cornice
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Di Giuditta Avellina

Contrada Bricconi, Oltressanda Alta - Courtesy Press Office
Contrada Bricconi, Oltressanda Alta - Courtesy Press Office

Il tavolo all’aperto, da solo, non basta. Nei ristoranti più interessanti immersi nella natura accade anche altro: il paesaggio riaffiora nei prodotti, nei gesti agricoli, nelle tecniche e nel ritmo stesso della cucina. Il verde può essere il parco composto di una grande dimora lombarda, un pascolo dove sopravvivono razze alpine, l’orto biodinamico di una locanda emiliana, il vigneto di Barolo oltre una vetrata o la macchia mediterranea cresciuta sulla lava. Non tutti questi luoghi appartengono alla stessa idea di lusso. Da Vittorio, La Rei Natura, Campo del Drago e Tosca praticano la grammatica della grande ospitalità internazionale; Ferdy Wild, Il Colmetto e Contrada Bricconi nascono invece dalla stalla, dal caseificio, dalla fienagione e dal lavoro quotidiano nei campi.

Da Vittorio, la campagna come grande ristorante

A Brusaporto, a pochi minuti da Bergamo, Da Vittorio occupa una tenuta di dieci ettari attraversata da prati, alberi maturi e due laghetti naturali. Non è un a trattoria di campagna né un relais che assegna alla cucina un ruolo accessorio, ma uno dei grandi ristoranti italiani, confermato con tre stelle dalla Guida Michelin Italia 2026. La famiglia Cerea ha trasferito qui la propria idea di ospitalità senza perdere il calore che accompagna la storia della casa.

La cucina conserva un repertorio ampio: pesce e crostacei, carni, selvaggina, funghi, tartufi e verdure vengono affrontati con la sicurezza di un ristorante che non ha mai avuto bisogno di scegliere fra classicità e invenzione. I Paccheri alla Vittorio, pasta e pomodoro trasformati in firma internazionale, restano il gesto più immediatamente riconoscibile. Intorno, pasticceria, cantina e servizio costruiscono un’esperienza che appartiene alla tradizione del grande ristorante più che alla retorica del country dining.

Da Vittorio, Brusaporto - Courtesy Press Office
Da Vittorio, Brusaporto - Courtesy Press Office

L’Aurum a L’Albereta, la Franciacorta contemporanea

A Erbusco, L’Aurum si trova all’interno de L’Albereta, dimora circondata dal parco e dalle vigne della Franciacorta. È una delle fughe gastronomiche più convincenti nei dintorni di Milano: in poco più di un’ora il paesaggio urbano lascia posto alle colline, ai filari e alla luce aperta del lago d’Iseo. Il ristorante, guidato da Alberto Quadrio e selezionato dalla Guida Michelin Italia 2026, non va presentato come un indirizzo agricolo. Il paesaggio costruisce la misura dell’esperienza, mentre la cucina segue una linea italiana contemporanea, capace di accogliere prodotti lombardi e ingredienti provenienti da altri territori.

La forza di L’Aurum sta proprio nell’assenza di una ruralità esibita perchè non cerca di trasformare la Franciacorta in un inventario di vigne, bollicine e prodotti locali ma la osserva dalla prospettiva di una grande casa italiana, nella quale cucina, cantina, giardino e ospitalità partecipano allo stesso racconto.

L’Aurum, Erbusco - Courtesy Press Office
L’Aurum, Erbusco - Courtesy Press Office

Il Colmetto, la Franciacorta che coltiva e alleva

Poco lontano, a Rodengo Saiano, Il Colmetto offre una lettura completamente diversa della Franciacorta. Qui il ristorante nasce all’interno di un’azienda agricola e non potrebbe essere separato dal lavoro che avviene nei campi, nelle serre, negli orti, nella stalla e nel piccolo caseificio. La proprietà si estende su circa trenta ettari e comprende coltivazioni di frutta e ortaggi, capre, asini romagnoli allevati allo stato semibrado e produzioni casearie. Gran parte delle materie prime utilizzate in cucina proviene direttamente dall’azienda; il resto viene selezionato fra realtà locali seguendo stagioni e disponibilità.

Riccardo Scalvinoni costruisce una cucina leggibile e generosa, ma tecnicamente sorvegliata, nella quale brace, fermentazioni, conservazione e riduzione degli scarti non diventano formule di repertorio. Il menu può cambiare rapidamente perché risponde prima di tutto all’agricoltura e la Stella Verde, confermata nella Guida Michelin Italia 2026, riconosce proprio questa continuità.

Il Colmetto, Rodengo Saiano - Courtesy Press Office
Il Colmetto, Rodengo Saiano - Courtesy Press Office

Ferdy Wild, una montagna fatta di latte, fieno e pascolo

A Lenna, in Val Brembana, la parola agriturismo rischia di spiegare troppo poco. Ferdy Wild comprende camere, fattoria, bottega e ristorante, ma la sua identità comincia prima della sala: nelle mandrie, negli alpeggi, nella produzione del fieno, nelle mungiture e nella lavorazione del latte. La Bruna Alpina Originale e la Capra Orobica appartengono a un modello di montagna fondato sul pascolo e sulla salvaguardia della biodiversità locale. Gli animali trascorrono parte dell’anno sui prati e vengono alimentati con fieno montano nei mesi restanti; da questo sistema arrivano latte crudo, formaggi, carni e salumi.

In cucina entrano anche erbe spontanee, conserve, uova e prodotti raccolti o trasformati all’interno dell’azienda. La tipicità da non perdere non coincide necessariamente con la portata più costruita ma può trovarsi in un formaggio, nella complessità di un latte o nella diversa profondità aromatica prodotta dal pascolo. Presente nella Guida Michelin Italia 2026 e insignito della Stella Verde, Ferdy Wild non cerca di trasformarsi in un fine dining convenzionale ma il suo valore dipende dalla continuità fra allevamento e cucina, ancora visibile, concreta e quotidiana.

Ferdy Wild, Lenna - Courtesy Press Office
Ferdy Wild, Lenna - Courtesy Press Office

Contrada Bricconi, dove il menu risponde all’agricoltura

La strada sale in Val Seriana fino a un piccolo borgo montano recuperato dopo anni di abbandono. Contrada Bricconi è nato per riportare attività agricola e vita in un nucleo che rischiava di scomparire. La stalla, il fienile, il caseificio e il ristorante appartengono allo stesso progetto, non sono elementi aggiunti per costruire un’immagine credibile della montagna. L’azienda alleva vacche di razza Grigio Alpina, produce formaggi, salumi e carni e basa buona parte dell’alimentazione degli animali sui propri fieni e sul pascolo.

Michele Lazzarini, originario della valle e formatosi anche al St. Hubertus di Norbert Niederkofler, traduce questo lavoro in una cucina di ricerca legata alla cultura alpina. Siero, burro, erbe, pesci d’acqua dolce, mele, resine e formaggi della casa non compongono una sequenza illustrativa di “sapori di montagna” ma diventano elementi di un lessico personale, attraversato da acidità, fermentazioni e cotture essenziali. Contrada Bricconi conserva nella Guida Michelin Italia 2026 una stella gastronomica e la Stella Verde e i riconoscimenti spiegano però soltanto in parte l’interesse di un luogo nel quale il ristorante è diventato uno strumento per far vivere l’agricoltura, e non il contrario.

Contrada Bricconi, Oltressanda Alta - Courtesy Press Office
Contrada Bricconi, Oltressanda Alta - Courtesy Press Office

L’Aubergine all’Auberge de La Maison, il Monte Bianco a tavola

A Entrèves, ai piedi del Monte Bianco, L’Aubergine è il ristorante dell’Auberge de La Maison. In inverno la sala ruota intorno al camino, con la bella stagione l’esperienza si sposta sulla terrazza, dove la montagna non appare come un’immagine lontana, ma occupa quasi interamente il campo visivo. La cucina non appartiene al registro del fine dining più sperimentale. Il livello è quello di una grande ospitalità alpina, calda, precisa e molto curata.

La proprietà seleziona produttori locali e coltiva nel proprio orto una parte degli ingredienti, costruendo un repertorio valdostano, italiano e di confine. Il rischio, nei ristoranti di montagna, è che il paesaggio faccia tutto il lavoro. Qui viene evitato attraverso una cucina che non cerca di sopraffare la vista e non trasforma la tradizione alpina in folklore.

L’Aubergine, Entrèves - Courtesy Press Office
L’Aubergine, Entrèves - Courtesy Press Office

La Rei Natura, le Langhe oltre la cartolina

Il Boscareto sorge a Serralunga d’Alba, fra i vigneti delle Langhe e il profilo del castello. Al suo interno, La Rei Natura di Michelangelo Mammoliti ha raggiunto le tre stelle nella Guida Michelin Italia 2026, nuovo ingresso al vertice dell’edizione. La particolarità del ristorante, tuttavia, non si esaurisce nel riconoscimento. Mammoliti non tratta la natura come un inventario di erbe, fiori e radici. La sua ricerca, che lo chef mette in relazione con la neurogastronomia, parte dalla memoria gustativa: un profumo, una temperatura o una consistenza diventano strumenti per riattivare ricordi lontani e crearne di nuovi.

Anche gli spazi seguono questa progressione. Pareti in terra cruda, pavimenti in cotto, resine, tessuti e tonalità naturali conducono attraverso ambienti differenti, mentre le vetrate lasciano entrare il disegno ordinato dei filari. Non è la rustica casa di Langa, né vuole esserlo. Il paesaggio viene osservato da una struttura contemporanea e tradotto in una cucina tecnica, mentale e profondamente personale.

La Rei Natura, Serralunga d’Alba - Courtesy Press Office
La Rei Natura, Serralunga d’Alba - Courtesy Press Office

Locanda La Raia, Gavi fra biodinamica e arte contemporanea

Fra Novi Ligure e Gavi, Locanda La Raia occupa una casa di campagna immersa in un’azienda agricola biodinamica certificata, composta da vigneti, orti, pascoli e boschi. La tenuta supera i centottanta ettari e comprende anche installazioni d’arte contemporanea, disseminate nel paesaggio senza trasformarlo in un parco tematico. Tommaso Arrigoni costruisce una cucina piemontese contemporanea attraversata dalla vicinanza con la Liguria. Ortaggi, frutta, erbe aromatiche, cereali, miele e produzioni aziendali dialogano con ingredienti selezionati fra piccoli produttori del territorio. Non si tratta di ricostruire una cucina contadina idealizzata, ma di lavorare su una campagna ancora produttiva.

Locanda La Raia è presente nella Guida Michelin Italia 2026 e conserva la Stella Verde: il riconoscimento appare particolarmente coerente con un luogo nel quale agricoltura biodinamica, ospitalità, vino, arte e ristorazione fanno parte della stessa idea di tenuta. Il risultato è raffinato senza diventare rigido: una destinazione nella quale il paesaggio non viene semplicemente contemplato, ma attraversato, coltivato e infine tradotto in cucina.

Locanda La Raia, Gavi - Courtesy Press Office
Locanda La Raia, Gavi - Courtesy Press Office

Capuccina, la campagna novarese senza nostalgia

A Cureggio, Capuccina porta nella selezione una geografia meno raccontata rispetto alle Langhe o alla Toscana. La tenuta storica è immersa in circa dodici ettari di campagna agricola e comprende nove camere, parco, piscina, orti e frutteto. La cucina è guidata da Alessio Bordenca, originario del Novarese e rientrato nel territorio dopo esperienze maturate in Italia e all’estero. Il punto di partenza è l’orto della proprietà e ciò che non viene coltivato internamente arriva da una rete selezionata di produttori, fra risaie novaresi, aziende casearie piemontesi, allevamenti e realtà artigianali.

Il ristorante, segnalato dalla Guida Michelin Italia 2026, evita sia l’estetica rustica costruita sia la tentazione di trasformare ogni ingrediente in una dichiarazione programmatica. La campagna entra nella cucina attraverso la disponibilità reale delle materie prime, non come semplice linguaggio promozionale. Capuccina è una locanda contemporanea capace di rendere desiderabile l’Alto Piemonte agricolo senza ricorrere alla nostalgia.

Capuccina, Cureggio - Courtesy Press Office
Capuccina, Cureggio - Courtesy Press Office

Al Gatto Verde, l’Emilia passata sul fuoco

Casa Maria Luigia è la dimora di campagna creata da Massimo Bottura e Lara Gilmore alle porte di Modena: una proprietà abitata da arte contemporanea, libri, musica, automobili storiche e oggetti legati alla loro vicenda personale. Accanto all’Acetaia Maria Luigia, Al Gatto Verde è guidato da Jessica Rosval e conserva nella Guida Michelin Italia 2026 una stella gastronomica e la Stella Verde. Il fuoco è il centro della cucina, non un effetto decorativo. Forno a legna, affumicature e cotture sulle braci danno forma a carni e ortaggi, con una particolare attenzione alle produzioni emiliane.

Rosval applica lo stesso linguaggio anche al vegetale, senza relegarlo alla funzione di contorno. Prima o dopo cena, l’acetaia introduce un’altra misura del tempo: il fuoco agisce in pochi minuti e l’aceto balsamico tradizionale si costruisce attraverso anni di riposo, travasi e legni differenti. Fra queste due velocità si trova la vera specificità del luogo: un’Emilia colta e internazionale, ancora capace di riconoscersi nella brace, nell’acidità e nella pazienza.

Ca’ Matilde, l’Emilia quieta dell’orto biodinamico

A Rubbianino di Quattro Castella, Ca’ Matilde è un casale emiliano circondato dalla campagna, con un ristorante confermato con una stella Michelin e premiato, nell’edizione 2026, anche con la Stella Verde. Andrea Incerti Vezzani lavora con una cucina contemporanea radicata nella memoria reggiana e alimentata dagli ortaggi, dalle erbe aromatiche e dai fiori provenienti dall’orto biodinamico della proprietà, esteso per circa cinquemila metri quadrati.

La ricerca vegetale non viene contrapposta alla tradizione ma convive con paste ripiene, riso, saba, Parmigiano Reggiano e sapori familiari, osservati con una sensibilità più attenta alla stagionalità e all’impiego integrale della materia. Il lusso di Ca’ Matilde consiste in luce naturale, silenzio, pochi elementi e un orto che non serve a decorare l’esperienza, ma a orientarla.

Ca’ Matilde, A Rubbianino di Quattro Castella - Courtesy Press Office
Ca’ Matilde, A Rubbianino di Quattro Castella - Courtesy Press Office

Tosca al Castello di Casole, il lusso toscano che coltiva

A Casole d’Elsa, Tosca è il ristorante gastronomico del Castello di Casole, A Belmond Hotel, vastissima tenuta distesa fra boschi, uliveti, vigne e colline senesi. Il ristorante è presente nella selezione della Guida Michelin Italia 2026 ed è guidato dall’Executive Chef Daniele Sera. Il rapporto con la campagna non si esaurisce nella terrazza panoramica: gli Orti del Castello occupano oltre un ettaro e producono verdure, frutta, erbe aromatiche e fiori edibili; dalla tenuta arrivano inoltre olio, miele e vino.

Sera costruisce una cucina stagionale nella quale la tradizione toscana viene alleggerita e ricomposta senza perdere riconoscibilità. Nel 2025 il percorso vegetale del ristorante comprendeva una preparazione costruita con oltre trenta varietà di erbe, germogli e ortaggi dell’orto: un gesto che chiarisce bene la direzione della cucina, più interessata alla biodiversità reale che a una generica idea di semplicità. Il Castello possiede tutti i codici del lusso internazionale, ma Tosca trova la propria voce quando lascia emergere l’agricoltura che circonda la proprietà.

Tosca al Castello di Casole, Casole d’Elsa - Courtesy Press Office
Tosca al Castello di Casole, Casole d’Elsa - Courtesy Press Office

Campo del Drago, la Val d’Orcia nella sua forma più sontuosa

Campo del Drago è il ristorante gastronomico di Castiglion del Bosco, A Rosewood Hotel, nel cuore di una grande tenuta di Montalcino. Il suo nome coincide con quello di uno dei cru di Brunello prodotti dalla proprietà e nella Guida Michelin Italia 2026 il ristorante conserva due stelle. L’Executive Chef Matteo Temperini lavora con ingredienti selezionati in Toscana e con i prodotti dell’orto biologico del resort, seguiti insieme all’orticoltore della tenuta e pensati come elementi centrali, non accessori, dei menu.

Il lusso è evidente: nel servizio, nella cantina dedicata al Brunello, nella profondità del paesaggio e nella terrazza affacciata sulla Val d’Orcia. La cucina, però, non tenta di competere con la vista attraverso decorazioni o virtuosismi fini a se stessi ma ne segue piuttosto la struttura. Ortaggi, carni, erbe e vino vengono ricondotti a una Toscana precisa, sorvegliata, mai folcloristica.

Campo del Drago, Montalcino - Courtesy Press Office
Campo del Drago, Montalcino - Courtesy Press Office

Cannavacciuolo Vineyard, la Toscana meno esposta

A Casanova di Terricciola, fra le colline pisane, Cannavacciuolo Vineyard si trova all’interno di Laqua Vineyard, piccolo borgo trasformato in boutique hotel fra vigne e oliveti. È una Toscana meno immediatamente riconoscibile del Chianti o della Val d’Orcia e ancora distante dalla sovraesposizione che spesso trasforma il paesaggio in un cliché. Il ristorante conserva una stella nella Guida Michelin Italia 2026. Dallo stesso anno la cucina è guidata da Lodovico Eulogio, piemontese di nascita e cresciuto in Toscana, entrato nel gruppo Cannavacciuolo dopo l’esperienza a Villa Crespi e già sous-chef nella brigata di Terricciola.

La sua cucina tiene insieme le due geografie personali: la Toscana della formazione e il Piemonte delle origini. Più che una generica applicazione della firma Cannavacciuolo, emerge un lavoro in fase di definizione, costruito su una materia osservata da una prospettiva non esclusivamente regionale. Dopo cena non si abbandona il paesaggio: si resta fra i filari e si riprende il viaggio la mattina seguente.

Cannavacciuolo Vineyard, Casanova di Terricciola - Courtesy Press Office
Cannavacciuolo Vineyard, Casanova di Terricciola - Courtesy Press Office

I Tenerumi, il vegetale sulla lava

I Tenerumi è il punto più radicale di questa geografia. Si trova a Vulcano, all’interno del Therasia Resort, fra rocce scure, macchia mediterranea, piante grasse e un mare dal quale emergono le altre isole dell’arcipelago. Nella Guida Michelin Italia 2026 il ristorante di Davide Guidara ha raggiunto le due stelle e conserva la Stella Verde e la cucina è interamente vegetale. Ortaggi ed erbe arrivano anche dall’orto del resort, ma l’obiettivo non è restituirli nella forma più integra o rassicurante. Guidara fermenta, concentra, disidrata e costruisce contrasti, trasformando l’ortaggio nel centro assoluto del percorso.

Agli abbinamenti tradizionali si affiancano kombucha, tepache, cordiali e infusi, concepiti come ingredienti liquidi capaci di proseguire il lavoro del piatto. È una cucina nata su un’isola eppure estranea al folklore isolano e non usa il Mediterraneo come repertorio cromatico né si limita a celebrare pomodori, capperi ed erbe aromatiche. Il paesaggio vulcanico diventa piuttosto una tensione: terreno scuro, vegetazione esposta al vento, luce abbacinante, sapori condotti verso l’amaro, l’acido e la concentrazione. La cena nel verde e immersa nelle Eolie più suggestive, in questo caso, è ciò che la rende memorabile, anzi, da sogno.

I Tenerumi, Vulcano - Courtesy Press Office
I Tenerumi, Vulcano - Courtesy Press Office

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