Di Marta Perego
Questo autunno l’horror entra in famiglia e trasforma uno dei legami che vengono considerati più sicuri, quello tra madre e figlio, in un territorio oscuro, ambiguo e spaventoso.
Succede ne L’estranea di Paolo Strippoli, regista classe 1993, in uscita l’8 ottobre, il film candidato dall’Italia per gli Oscar 2027. Bari, 1999: Anna, interpretata da Jasmine Trinca, sembra avere tutto. Un marito, due figli, una famiglia benestante, una vita costruita secondo le regole di un ambiente in cui quello che conta è soprattutto ciò che gli altri vedono. Ma dietro l’immagine della madre perfetta c’è una donna divorata dall’ansia e dal bisogno di controllare il futuro dei propri figli.
Quando nella sua vita compare una misteriosa estranea con il volto di Valeria Bruni Tedeschi, pronta a proporle una serie di patti sempre più inquietanti, l’istinto materno si trasforma lentamente in ossessione. Quanto siamo disposti a sacrificare per garantire ai nostri figli la felicità? Strippoli usa il genere per entrare nelle zone più oscure dei legami familiari: dietro il soprannaturale ci sono le aspettative dei genitori, il peso sociale della famiglia perfetta e quell’illusione, forse molto contemporanea, di poter proteggere i figli da qualsiasi dolore.
La maternità diventa letteralmente mostruosa in Mammina, il nuovo horror psicologico di Rob Savage, tratto dal romanzo di Josh Malerman, con Jessica Chastain. Qui lo sguardo è quello di Bela, una bambina di otto anni che comincia a vedere uscire dall’armadio una creatura capace di assumere le sembianze di sua madre. È dolce, premurosa, familiare. Eppure, fa molta paura. Una presenza che mano a mano si insinua nella vita famigliare, rendendo sempre più difficile scindere la realtà dalla suggestione. Perché se non possiamo più distinguere nostra madre dal mostro, di chi possiamo fidarci?
Dietro l’horror soprannaturale, però, c’è ancora una volta qualcosa di molto reale. La madre interpretata da Chastain lavora, è stanca, ama ferocemente sua figlia, ma non riesce a essere sempre presente. E si confronta con un modello di maternità impossibile: essere disponibile ma indipendente, protettiva ma non soffocante, lavorare ma esserci sempre. “Per generazioni le donne sono state definite dal fatto di essere madri o meno, da che tipo di madri siano, se lavorino, se stiano a casa, se siano abbastanza presenti”, ha spiegato Jessica Chastain. Un ideale irraggiungibile che l’horror può finalmente trasformare in mostro. Non è un caso, forse, che proprio l’horror continui a raccontare così bene le contraddizioni dell’esperienza femminile. Chastain lo considera uno dei generi più femministi del cinema: spesso è una donna ad affrontare il mostro e a trovare dentro di sé gli strumenti per sconfiggerlo.
Anche il film con Anne Hathaway e Dakota Johnson gioca con gli stilemi del mostruoso materno, raccontando la storia di una famosa scrittrice di thriller psicologici e perturbanti che dopo un terribile incidente non riesce più a portare a termine la sua opera. Viene chiamata in soccorso Lowen, giovane autrice che segue le sue orme, che viene ingaggiata dalla casa editrice e dal marito di lei per leggere i suoi appunti e ultimare i suoi romanzi. Ma all’arrivo nell’inquietante casa tra i boschi e le nevi del Vermont, Lowen verrà a contatto con spaventose rivelazioni che legano Verity alla scomparsa della figlia e al rapporto con l’altro figlio. Insinuando la domanda: la maternità può essere il territorio delle oscurità più profonde?
Da Frankenstein di Mary Shelley, storia di una creatura messa al mondo e immediatamente abbandonata dal suo creatore, fino alle madri ambivalenti, soffocanti e imperfette di Elena Ferrante, la letteratura ha sempre saputo che la maternità può essere anche territorio dell’orrore. C’è la madre che arriva a uccidere i propri figli nella Medea di Euripide, quella che divora e viene divorata dal senso di colpa in Amatissima di Toni Morrison, la maternità vissuta come perdita di sé ne La figlia oscura di Ferrante, la donna che non riesce ad aderire all’idea dell’amore materno incondizionato in Dobbiamo parlare di Kevin di Lionel Shriver. Fino al cinema, che con Rosemary’s Baby di Roman Polanski, che nel 1968 mette sullo schermo una donna che rimane incinta, ma che inizia a sospettare che il futuro nascituro sia stato preso di mira da una presenza diabolica.
Non è un caso che sia stata proprio una critica cinematografica, Barbara Creed nel 1993, a coniare l’espressione “mostruoso femminile”, per raccontare il modo in cui l’horror trasforma in paura tutto ciò che riguarda il corpo delle donne: la sessualità, la gravidanza e, soprattutto, la maternità. Perché diventare madre significa confrontarsi con qualcosa di potentissimo e contraddittorio: dare la vita, ma anche avere paura di perderla; proteggere qualcuno, ma anche rischiare di soffocarlo; amare un figlio e, qualche volta, desiderare di poter tornare a essere la donna che si era prima di lui.
Non stupisce allora che oggi anche il cinema horror torni proprio lì: nel luogo che immaginiamo come il più sicuro di tutti, il rapporto tra una madre e i suoi figli. Solo che nel nuovo mommy horror la domanda diventa più inquietante. E se il mostro e la madre fossero la stessa persona? O, ancora peggio: se il vero mostro fosse l’idea impossibile di madre perfetta che continuiamo a chiederle di essere?
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