Di Patrizia Piccinini e Simona Peverelli
Tre luoghi, tre stati della materia. Qui il design non è una conferma. È una domanda che si sposta da luogo a luogo. Tre condizioni diverse, ma una stessa direzione: il progetto non chiude, non definisce in modo definitivo. Interroga ciò che lo circonda e si lascia modificare da esso. Qui il design non afferma. Mette alla prova.
Oltrepassare la soglia di Palazzo Litta, per l’edizione 2026 di MoscaPartners Variations, significa entrare in un organismo architettonico che sembra respirare, dove la severità del barocchetto lombardo viene attraversata dal tema di Metamorphosis, inteso come processo di trasformazione continua tra forma, materia e percezione. Il palazzo diventa così un campo di tensione tra storia e mutazione, tra permanenza e adattamento. Il cuore dell’esperienza è il Cortile d’Onore, che accoglie l’installazione “Metamorphosis in Motion” di Lina Ghotmeh, prima opera personale site-specific all’aperto in Italia dell’architetta. Qui il tema generale trova una traduzione spaziale diretta: un ecosistema temporaneo che introduce il visitatore a una condizione di attraversamento lento, in cui il movimento diventa parte della composizione.
Il labirinto rosa costruisce una soglia sensoriale densa, capace di attenuare i rumori della città e di modificare il ritmo del passo, che si fa più consapevole. La percezione del tempo si dilata. L’idea alla base è chiara nella sua ambivalenza: un cortile storico trasformato in dispositivo contemporaneo di attraversamento e sosta. La struttura labirintica ribalta la funzione implicita dell’uscita e sposta l’attenzione sulla permanenza, sulla possibilità di stare dentro lo spazio come condizione attiva. Il corpo non cerca più una direzione, ma una relazione.
Il metodo di Lina Ghotmeh, definito “archeologia del futuro”, si innesta con precisione nel tema della mostra. Il passato non viene evocato come immagine, ma utilizzato come materiale operativo per nuove configurazioni spaziali. Il cortile del Litta, già luogo di transito e pausa nella tradizione milanese, viene riattivato come dispositivo percettivo con una diversa intensità formale. Il rosa intenso introduce una frizione visiva netta rispetto alla materia storica del palazzo. Non è solo contrasto cromatico, ma una variazione di stato che segna il passaggio tra ciò che è sedimentato e ciò che è temporaneo. In questo scarto si concentra la lettura più diretta del tema Metamorphosis, intesa come trasformazione dello spazio attraverso l’esperienza del corpo.
Salendo al piano nobile, il percorso si distende in una sequenza serrata di sale. Metamorphosis cambia tono, cambia scala, cambia materia. Non si ripete, si sposta. I dolmen di Danilo Ramazzotti aprono con una forza primaria, radicata nel Monte Rosa. Subito dopo, le reti metalliche di Luc Druez trasformano lo scarto industriale in una presenza sospesa, quasi rituale. I broccati digitali di Saibosi sovrappongono tradizione e codice, trama e pixel. Qui l’esperienza accelera. Gli oggetti chiedono contatto, risposta, uso. Il vetro di Murano incontra la Tanzania nei progetti di Babled Design e Kukua Company. La distanza si accorcia nella materia. Il metallo di BASE TIMES kawaguchi si riduce all’essenziale.
Chiodelli Arte costruisce una sequenza di panche che misura il gesto, lo rende struttura. Il marmo del Monte Rosa torna con Ramazzotti per NovaBell. Qui la materia porta con sé una memoria geologica, compatta, lenta. GRUPPO SPA spinge invece verso un limite percettivo, dove la superficie sembra perdere stabilità. Le sale successive moltiplicano i registri. Gape, Habit ed Eleni costruiscono una domesticità stratificata, fatta di livelli e sovrapposizioni. Helix Bespoke Studio introduce l’olfatto, altera la percezione, sposta il baricentro dello spazio. KALD lavora sulla seduta come movimento. Ancora Druez, con Eric Charles Donatien, trasforma lo scarto metallico in tavola scultorea. Poi il passaggio cambia di nuovo.
NABA Nuova Accademia di Belle Arti entra con Extreme Environments. Un progetto corale, sviluppato con CIAL Consorzio Nazionale per il Riciclo degli Imballaggi in Alluminio, che sposta il discorso sul limite. Ambienti estremi, condizioni che forzano il progetto a reagire. Città verticali, territori remoti, climi che comprimono lo spazio abitabile. L’ambiente qui si allarga. Non più solo paesaggio, ma condizione. Clima, densità, fragilità sociale, tecnologia che amplifica e distorce. L’installazione costruisce un campo immersivo. Totem in alluminio, superfici riflettenti, immagini in movimento. Naturale e artificiale si fronteggiano. Leggerezza e massa si scambiano ruolo. Il metallo diventa dispositivo percettivo, capace di riscrivere lo spazio storico.
Il percorso si chiude con Onofrio Acone. The Perfect Imperfection of Ceramic Art riporta tutto alla mano. Grandi vasi modellati a colombino, disposti a diverse altezze, costruiscono un paesaggio irregolare, vivo. La materia assorbe il gesto, lo trattiene. L’imperfezione diventa lingua. Dopo la sequenza, resta questo. La metamorfosi non come tema, ma come condizione diffusa. Ogni stanza è una variazione, ogni materia un modo diverso di stare nello spazio.
Nel Cortile dell’Orologio il percorso cambia direzione e mette al centro lo studio Debonademeo insieme ad Adrenalina. È il loro Bar a guidare il passaggio, una pausa attiva che sposta la metamorfosi dalla superficie allo spazio del suono. Il progetto costruisce un ambiente che trattiene e ascolta. Le sedute accolgono e registrano al tempo stesso. Microfoni distribuiti raccolgono voci, passi, frammenti di conversazione. Il suono si deposita nello spazio, si stratifica e prende forma come archivio in continua trasformazione. Da questo materiale nasce una composizione che genera a sua volta un nuovo oggetto.
Debonademeo lavora su un principio semplice e preciso. Il progetto si alimenta di ciò che accade. Il pubblico entra dentro il processo, non resta in osservazione. La socialità diventa struttura del lavoro. Parlare, sostare, muoversi definiscono il campo di azione. Ogni gesto lascia una traccia, invisibile, ma operativa. Il design si sposta così dalla forma alla relazione, dall’oggetto al tempo. Resta un riferimento lontano alla Milano da bere, riletto in chiave più essenziale, dove contano i comportamenti e non le immagini. In questo spazio Metamorphosis cambia stato. Si ascolta, si accumula, restituisce ciò che ha raccolto.
Per il FuoriSalone 2026, Superstudio riscrive la propria geografia trasformandola in un racconto diffuso che attraversa Milano da sud a nord. Non più un sistema di sedi, ma un campo articolato, dove il design smette di essere oggetto e diventa esperienza, relazione, linguaggio. In via Tortona, Superstudio Più resta il polo più compatto. Tecnologia e grandi installazioni guidano il racconto. Samsung Electronics e Lexus lavorano sul futuro dell’abitare e della mobilità, spostando l’attenzione dall’innovazione come forma all’innovazione come esperienza. Il ritorno di Moooi, con la regia di Marcel Wanders, introduce una dimensione più narrativa, quasi museale, dove il progetto si carica di simboli e costruisce atmosfera. Sul tetto, la scena cambia tono. Performance, live painting, interventi spontanei riportano il FuoriSalone a una dimensione più libera, meno controllata.
Alla Barona, Superstudio Maxi costruisce un passaggio più riflessivo. Il progetto curato da Giulio Cappellini mette il design italiano dentro un racconto urbano che intreccia prodotto, fotografia, arte. La materia torna centrale. Le strutture di Artelinea Kubik e le ricerche di Franco Perrotti lavorano sul limite tra funzione e forma, tra industria e gesto. Ma è spostandosi verso Bovisa che il sistema cambia davvero assetto. Qui, negli spazi rigenerati del nuovo Superstudio Village, il progetto prende aria. Letteralmente. SuperPlayground si apre con “Keep Your Bubble” di Lousy Auber. Un’architettura morbida, costruita con tessuti di mongolfiere dismesse. Superfici leggere, vissute, che portano con sé un passato di volo e lo trasformano in spazio abitabile. Si entra, si attraversa, si resta. Il riuso diventa esperienza fisica. Intima e collettiva insieme. Da qui il discorso si allarga. SuperPlayground è il territorio della sperimentazione dentro Superstudio. Un ambiente aperto, attraversato da linguaggi diversi, dove il progetto si muove tra ricerca, visione e pratica sociale.
Il workshop Dream Driven Design Thinking (DDD) di Honda R&D porta il futuro dentro il processo. Mobilità, tecnologia, intelligenza artificiale, esperienza umana. Non scenari da immaginare, ma da costruire insieme. Il progetto nasce dal racconto, si sviluppa nel confronto. Il festival Graphic Days entra per la prima volta a Milano e costruisce tre livelli. Memoria, con i poster di “Posterheroes”. Sperimentazione, con installazioni immersive. Pratica, con uno spazio dedicato alla stampa e alla progettazione collettiva. Il design torna gesto condiviso.
Con ARIA, Food Design Stories lavora su ciò che non si vede. L’aria come elemento che connette, attraversa, modifica. Un allestimento leggero, quasi sospeso, che tiene insieme cibo, sostenibilità, materia. Il progetto “Blue Loop” di Denim House porta il riuso sul piano quotidiano. Il jeans diventa ciclo, trasformazione continua, materia che non si esaurisce. Attorno, una costellazione di designer emergenti. Trenta paesi, trenta sguardi, una scena in movimento. Non una mostra compatta, ma un sistema aperto. Il Village funziona così. Di giorno si discute, si lavora, si mette in crisi il progetto. Di sera cambia ritmo. Musica, performance, presenza. Lo spazio si rilassa, ma resta attivo. SuperPlayground tiene insieme tutto questo senza chiudere. Più che una mostra, un campo. Più che un racconto, una condizione. E al centro, ancora loro. Le mongolfiere. Non più in volo, ma piene di spazio.
Nel Cortile d’Onore della Università degli Studi di Milano “Materiae di Interni” si innesta con un gesto misurato, quasi in controtempo rispetto allo spazio. Progettato nel Seicento da Francesco Maria Richini regge il vuoto con una calma geometrica. Poco oltre, la città spinge, stratifica, si addensa. Sul lato opposto pesa la presenza dell’antico Ospedale Maggiore di Milano. Una massa compatta. Una memoria civile che entra nel cortile senza muoversi. È qui che nasce il contrasto. Tra ordine e pressione urbana. Tra misura architettonica e rumore diffuso della città. Dentro questa tensione si inserisce la mostra, co-prodotta con Audi. Le installazioni non coprono lo spazio. Lo attraversano.
Al centro, “Mater” di Alessandro Scandurra porta nel cortile un dispositivo costruito con macerie provenienti dall’Ucraina. Frammenti di edifici colpiti dalla guerra vengono raccolti e ricomposti in una struttura circolare. La rovina non viene nascosta. Viene riorganizzata. L’effetto è doppio. La distruzione resta leggibile, stratificata. Al tempo stesso diventa architettura, possibilità di spazio. Un punto di massima densità nel sistema del cortile, dove la materia coincide con la memoria.
Alexander Bellman con Ilti Luce lavora sul portale della Ca’ Granda come soglia luminosa, amplificando il passaggio tra interno e città. Piero Lissoni con Sanlorenzo, nel Cortile del Settecento detto delle Balie, riduce la materia navale a struttura essenziale. Restano superfici, giunti, stratificazioni. Elementi normalmente nascosti che qui si espongono e diventano linguaggio. Il progetto si ferma prima della forma compiuta, lavorando per sottrazione.
Paola Navone con OTTO Studio, insieme a Studio Azzurro e Consorzio Parmigiano Reggiano, costruisce uno spazio che si attiva con il corpo. “I suoni della materia” prende forma come una grande forma di Parmigiano Reggiano trasformata in ambiente attraversabile. Un volume chiuso, poroso. La luce filtra, il suono resta. Dentro, la materia non si guarda. Si ascolta. AMDL Circle costruisce un percorso di attraversamento. Il cortile diventa sequenza, non scena.
DAAA Haus con RECOBEL di Halmann Vella presenta CHRONOLITH. La pietra come archivio del tempo. Strati, fratture, sedimentazioni. Una materia che non rappresenta il tempo, lo registra. Simone Micheli chiude il percorso con installazioni immersive. Lo spazio perde stabilità e diventa ambiente percettivo. Il risultato non è una somma. È una pressione continua tra linguaggi diversi. Il cortile resta lo stesso. Ma cambia densità.