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fashion01 luglio 2026

80 anni di bikini (e non solo), la storia della moda beachwear dalle origini ai look più rivoluzionari

Dall’Impero romano ai giorni nostri, come l’abbigliamento da mare e i costumi da bagno hanno cambiato la moda, la spiaggia e la società
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Di Serena Savardi

Ursula Andress, attrice svedese, in bikini bianco con una conchiglia in mano in una foto promozionale diffusa per il film “Dr. No”, del 1962. Il film di James Bond, diretto da Terence Young (1915-1994), vedeva Andress nel ruolo di “Honey Ryder” - Credits: Getty Images
Ursula Andress, attrice svedese, in bikini bianco con una conchiglia in mano in una foto promozionale diffusa per il film “Dr. No”, del 1962. Il film di James Bond, diretto da Terence Young (1915-1994), vedeva Andress nel ruolo di “Honey Ryder” - Credits: Getty Images

C’è un filo invisibile che unisce un mosaico romano del IV secolo d.C. a uno degli scatti più celebri della storia del cinema, quello di Ursula Andress che emerge dall’oceano nel 1962.

Quel filo si chiama bikini: l’abbigliamento più rivoluzionario e provocatorio della storia del costume capace di raccontare, in pochi centimetri di tessuto, le trasformazioni sociali, culturali e politiche dell’Occidente.

Ursula Andress, 1962 - Credits: Getty Image
Ursula Andress, 1962 - Credits: Getty Image

Parlare di beachwear non significa soltanto parlare di tendenze estetiche, bensì di libertà, di body consciousness, di emancipazione femminile e di identità. Oltre che di storia (letteralmente) del costume e di come bikini e costumi interi abbiano rivoluzionato la società.

Ogni costume da bagno è infatti uno specchio del proprio tempo e non l’assioma che in molti credono vero - ovvero più è ridotto, più è simbolico - perché l’evoluzione del bikini ha rappresentato in modo netto e significativo la trasformazione del nostro pensiero e delle nostre abitudini sociali.

Le controverse origini del beachwear

La storia del beachwear affonda le radici molto più lontano di quanto si possa immaginare. A Enna, nella Villa romana di Piazza Armerina, è conservato infatti un mosaico del IV secolo dopo Cristo che raffigura un gruppo di ragazze intente a fare sport con lo slip (il cosiddetto subligar) e una sorta di fascia a coprire il seno (strophium) che seppur non trattandosi di un vero e proprio costume da bagno ricorda inequivocabilmente quello che oggi chiamiamo bikini.

Il mosaico della cosiddetta Sala delle Palestriti di Villa del Casale, Piazza Armerina, Sicilia - Credits: Getty Images
Il mosaico della cosiddetta Sala delle Palestriti di Villa del Casale, Piazza Armerina, Sicilia - Credits: Getty Images

Dopo l’epoca romana, per secoli il rapporto tra corpo, acqua e abbigliamento rimase assai complicato: nel Medioevo e nel Rinascimento ci si immergeva generalmente senza vestiti, o con indumenti rudimentali e nel Settecento. Ma quando la pratica del bagno in mare cominciò a diffondersi tra le classi agiate europee, le norme sociali imposero immediatamente di coprire il corpo il più possibile.

E’ con l’arrivo del Novecento che l’abbigliamento da mare conosce una svolta epocale grazie ad alcune (e straordinarie) “femministe”.

Annette Kellerman, 1919 - Credits: Getty Images
Annette Kellerman, 1919 - Credits: Getty Images

Prima fra tutte la nuotatrice australiana Annette Kellerman che si presentò su una spiaggia americana con un costume aderente che lasciava scoperti braccia e gambe: venne arrestata per oltraggio al pudore ma aprì una crepa nel muro della morale vittoriana che non si sarebbe più richiusa.

Negli anni Venti e Trenta, con il boom delle vacanze al mare e la nascita della villeggiatura come fenomeno di massa, l’alta moda si interessò al beachwear e nacquero i primi modelli in seta eleganti e raffinati, disegnati da famosi stilisti.

Ma solo nel secondo dopoguerra il bikini vide finalmente la luce del sole.

Louis Réard nella sua boutique sull'Avenue de l'Opéra a Parigi con un bikini dell'epoca, 1974 - Credits: Getty Images
Louis Réard nella sua boutique sull'Avenue de l'Opéra a Parigi con un bikini dell'epoca, 1974 - Credits: Getty Images

Il primo bikini debuttò il 5 luglio 1946 a Parigi grazie all’estro creativo e al coraggio di Louis Réard, un ingegnere francese cresciuto in una famiglia che possedeva un negozio di biancheria intima, e Micheline Bernardini, la prima modella a indossarlo.

Riproduzioni della locandina di “Manina, la fille sans voiles” con Brigitte Bardot - Credits: Getty Images
Riproduzioni della locandina di “Manina, la fille sans voiles” con Brigitte Bardot - Credits: Getty Images

Il nome scelto da Réard era tutt’altro che casuale. Il nome “bikini” fu ispirato dall’atollo omonimo nelle Isole Marshall, dove gli Stati Uniti conducevano test nucleari. Réard dichiarò che il suo bikini avrebbe avuto un impatto “esplosivo” simile a quello della bomba atomica (sganciata solo un anno prima). E non si sbagliò.

Il bikini fu dichiarato peccaminoso dal Vaticano e bandito, per tutti gli anni Cinquanta, da paesi tra cui Francia, Portogallo, Italia, Spagna e Australia, fino a quando l’attrice francese Brigitte Bardot, nel 1952 posò in bikini per la locandina del film “Manina, la fille sans voiles” sdoganando definitivamente il “peccato” e le “peccatrici”.

I look iconici che hanno fatto la storia del beachwear

Benché oggi il bikini abbia conquistato infinite forme, sfaccettature e nomignoli, ciò non significa che abbia smesso di sfidare le convenzioni sociali e i codici morali. La storia dei look iconici da spiaggia infatti è costellata di dive e icone culturali che hanno trasformato un semplice costume in un manifesto di emancipazione e consapevolezza per liberarci da tutti i pregiudizi (anche quelli che abbiamo creato di noi stesse).

La modella Rose McWilliams indossa l'originale costume da bagno topless di Rudi Gernreich sulla terrazza del Continental Hotel di Hollywood, 1964 - Credits: Getty Images
La modella Rose McWilliams indossa l'originale costume da bagno topless di Rudi Gernreich sulla terrazza del Continental Hotel di Hollywood, 1964 - Credits: Getty Images

Gli anni ‘60 resero il bikini un simbolo di femminilità audace, i ‘70 introdussero il top a triangolino, gli anni ‘80 portarono la lycra, colori fluo e tagli altissimi sui fianchi, gli anni ’90 segnarono l’avvento del trikini… Fino ad arrivare ai giorni nostri che hanno aperto una riflessione completamente nuova sul rapporto tra corpo e moda da spiaggia.

La modella curvy Ashley Graham sfila per la presentazione di ADDITION ELLE durante la New York Fashion Week, 2017 - Credits: Getty Images
La modella curvy Ashley Graham sfila per la presentazione di ADDITION ELLE durante la New York Fashion Week, 2017 - Credits: Getty Images

E mentre ormai la “body positivity” è sulla bocca tutti, il mondo del beachwear diventa di anno in anno sempre più inclusivo, genderless, sostenibile dando la possibilità ai brand e ai designer di giocare non solo con forme e linee originali ma anche con materiali sempre più performanti, sostenibili ed innovativi trasformando il costume da bagno nel capo dove sperimentare un’estetica che celebra la diversità anziché conformarsi a un unico canone. Così, ancora oggi, indossare un bikini spesso è un atto che trascende le tendenze e si fa manifesto di consapevolezza, rivoluzione, libertà.

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