Di Matteo Dall'Ava
L’intelligenza artificiale può mostrarci un bambino che piange in una città bombardata senza che quel bambino sia mai esistito. Può inventare il fumo, le macerie, la luce sul viso. Un fotografo, invece, deve trovarsi di fronte quel bambino, essere presente. E poi rispondere di ciò che mostra. Da qui si parte per visitare la World Press Photo Exhibition 2026, a Genova fino all’8 dicembre, nella Loggia degli Abati di Palazzo Ducale.
In mostra 140 fotografie, selezionate tra 57.376 immagini di 3.747 fotografi di 141 Paesi. I progetti premiati sono 42 e testimoniano gli avvenimenti del 2025. Come prevedibile, le immagini documentano soprattutto i conflitti in corso (dalla Striscia di Gaza all'Ucraina), gli eventi climatici e le proteste in diverse parti del mondo, da quelle contro l'ICE a Portland, negli Stati Uniti, a quelle in Madagascar e Nepal. Ma c'è spazio anche per temi come la famiglia e la società in evoluzione. Tra i premiati, infatti, c'è anche l'italiana Chantal Pinzi, che ha vinto nella sezione Storie per la regione Africa. La sua serie, dal titolo Farīsāt: Gunpowder’s Daughters, racconta una tradizionale esibizione equestre marocchina dal punto di vista delle donne che vi partecipano e che fino a pochi anni fa erano invece escluse.
Si intitola Separati dall’ICE, è della statunitense Carol Guzy, realizzata per il Miami Herald con crediti ZUMA Press e iWitness, ed è la fotografia dell’anno.
Ci troviamo a New York, 26 agosto 2025. In tribunale, le figlie di Luis si aggrappano al padre mentre gli agenti federali lo arrestano dopo un’udienza. Le braccia vorrebbero fare ciò che la legge, in quel momento, non concede: trattenerlo.
Luis è ecuadoriano. Secondo la famiglia non ha precedenti penali ed è l’unica fonte di reddito della casa in cui vivono la moglie Cocha e tre figli, di sette, tredici e quindici anni. Non sappiamo come finirà la loro storia, ma vediamo lo Stato entrare nella vita privata di una famiglia. Guzy ha potuto documentarlo perché era lì, in uno dei pochi edifici federali aperti ai fotografi. Dietro quell’istante c’è una presenza insostituibile.
La seconda fotografia finalista, Emergenza umanitaria a Gaza, sembra chiedere agli occhi uno sforzo fisico. Il 27 luglio 2025, al valico di Zikim, una folla di palestinesi si arrampica su un camion di aiuti umanitari per procurarsi farina. Non occorrono effetti speciali: bastano i corpi protesi verso il cibo. A scattare è Saber Nuraldin, fotoreporter palestinese dell’agenzia internazionale EPA Images, nato a Gaza, dove documenta la vita dal 1997. La sua immagine restituisce alla parola «fame» il peso di una necessità. Per capire una crisi occorrono dati e fonti; per vedere le persone, anche una fotografia.
In La prova delle donne Achi, realizzata da Victor J. Blue per The New York Times Magazine, invece, Doña Paulina Ixpatá Alvarado appare insieme ad altre donne indigene Maya Achi davanti a un tribunale di Città del Guatemala, il 30 maggio 2025. Quel giorno tre ex membri delle pattuglie di difesa civile vengono condannati a quarant’anni di carcere per stupro e crimini contro l’umanità. Per decenni alcune hanno vissuto accanto agli uomini che le avevano violentate. Nel 2011, trentasei di loro avevano trovato il coraggio di denunciare. Qui la fotografia registra la dignità di chi ha costretto la giustizia ad ascoltare.
Tre immagini, tre fotografi che hanno scelto di esserci con una macchina fotografica. «Lo fanno perché credono che vedere sia importante. Che le prove contino», ha detto Kira Pollack, presidente della giuria internazionale. Parole fuori moda nel mondo digitale dove l’attenzione è l’ospite che fugge per primo.
Ecco perché questa mostra merita una visita anche con i figli. Specialmente con loro. Abituati a scorrere immagini a una velocità che non concede domande, possono scoprire che guardare richiede tempo, e che ogni immagine ha una fonte, una storia, una responsabilità. Un genitore può chiedere davanti alla foto di Guzy: «Che cosa sappiamo davvero di questa famiglia?». Davanti a Gaza: «Chi ha raccontato quello che vediamo?». Davanti alle donne Achi: «Perché ci sono voluti tanti anni?». Non servono risposte immediate: importa imparare a fare domande.
Nata nel 1955, World Press Photo ricorda che la libertà di pensiero dipende anche dal saper scegliere e verificare le fonti. Andare a Palazzo Ducale significa sostenere con l’attenzione chi documenta il mondo. Portateci i ragazzi. Fuori li aspettano schermi capaci di mostrare qualsiasi cosa; qui potranno incontrare immagini che chiedono di rispondere a una domanda assai più difficile: che cosa è accaduto davvero?
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