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living01 luglio 2026

Il ritorno dei Tiki Bar: la nuova tendenza dell’estate

Dall’archeologia della mixology all'alta accademia: come i templi dell'escapismo tropicale stanno riscrivendo le regole del bere
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Di Claudia Ricifari

Three Dots and a Dash Chicago - Courtesy Press Office
Three Dots and a Dash Chicago - Courtesy Press Office

I Tiki bar e i cocktail Tiki sono protagonisti della più importante inversione di rotta nelle tendenze della mixology degli ultimi tempi (un po’ come quella che ha visto trionfare il gin da qualche anno a questa parte). Dopo intere stagioni dominate dal rigore geometrico dei locali di matrice scandinava e dal minimalismo dei grandi cocktail bar d'hotel, l’avanguardia del bere bene ha scelto di abbracciare la complessità, l’oscurità e il fascino esotico della cultura miscelatoria d’oltremare.

Un’evoluzione che si respira in avamposti iconici come il Sunken Harbor Club di Brooklyn, rifugio sotterraneo nel cuore di New York dove gli ospiti vengono accolti da un'immersione sensoriale, tra pareti in legno e lanterne tremolanti, concepita per isolare completamente il palato dal trambusto della metropoli.

Sunken Harbor Club - Courtesy Press Office
Sunken Harbor Club - Courtesy Press Office

Le origini della cultura Tiki

Il successo dei Tiki bar risiede nella loro natura originaria di perfetta architettura dell'escapismo urbano. Negli anni Trenta, con un'America che tentava di superare i traumi della Grande Depressione e i divieti del Proibizionismo, Ernest Gantt – passato alla storia come Donn Beach – comprese che il pubblico cercava nei locali un'esperienza di radicale distacco dalla realtà. Il suo storico locale Don the Beachcomber a Hollywood propose una formula inedita: scenografie teatrali curate nei minimi dettagli e ricette complesse a base di rum, spezie e succhi freschi.

Insieme a Victor Bergeron, fondatore del marchio Trader Vic e creatore del Mai Tai, Gantt codificò un immaginario che ha influenzato la cultura pop occidentale per quasi quarant'anni. Quella spinta iniziale si esaurì verso la fine degli anni Settanta, quando l'avvento di sciroppi industriali fluorescenti e il mutato clima politico internazionale svelarono l'artificiosità di quell'esotismo da cartolina. Il genere venne rapidamente declassato a sinonimo di drink stucchevoli e di bassa qualità.

Don the Beachcomber - Credits Getty Images
Don the Beachcomber - Credits Getty Images

Il riconoscimento dell’IBA e la restaurazione

La svolta contemporanea è il risultato di un lungo lavoro di recupero storiografico avviato negli anni Novanta da esperti del settore, che hanno iniziato a comportarsi come veri e propri archeologi della notte. Decifrare i taccuini in codice dei barman dell'epoca d'oro e ricostruire formule che si credevano perdute ha permesso di restituire dignità tecnica a questa scuola di pensiero. Il cuore di questa riscoperta pulsa in luoghi come il celebre Latitude 29 di New Orleans, guidato proprio dal massimo storico del genere, Jeff "Beachbum" Berry, che ha trasformato il suo bancone nel Quartiere Francese in un laboratorio di divulgazione e precisione liquida.

Il definitivo riconoscimento istituzionale è arrivato dall'International Bartenders Association, che ha inserito ufficialmente il cocktail IBA Tiki nella sua lista mondiale codificata. La ricetta, ideata a Cuba da Diosmel Mendoza Medrano all'interno dello storico ristorante Polinesio dell'Habana Libre, rappresenta un vero e proprio manifesto del movimento. L’ingresso nel ricettario ufficiale certifica come il genere non sia più considerabile una moda passeggera, bensì una disciplina codificata ai massimi livelli della professione, celebrata nel mondo anche da destinazioni cult come lo Smuggler’s Cove di San Francisco, un vero e proprio santuario che custodisce centinaia di etichette di rum e una cascata interna su tre livelli.

Smuggler’s Cove di San Francisco
Smuggler’s Cove di San Francisco

La nuova geografia dei Tiki nel mondo

Se l'ultimo decennio ha celebrato la sottrazione – drink trasparenti, chiarificazioni e liste di ingredienti ridotte all'osso – il Neo-Tiki esalta invece la stratificazione dei sapori. Un cocktail tropicale moderno richiede una struttura millimetrica: la combinazione di diversi blend di rum serve a costruire il corpo della bevanda, mentre sciroppi artigianali speziati come il falernum o l'orzata forniscono texture, bilanciate da tocchi di amari botanici e acidità fresche. Il successo di mete d'avanguardia come Three Dots and a Dash a Chicago, dove l'innovazione si traduce in un dialogo costante tra distillati rari e ingredienti tailor-made, è proprio la chiave di questa restaurazione del tiki.

I menù dei locali più influenti evidenziano inoltre una netta evoluzione rispetto al passato. Per rispondere alle esigenze di palati abituati a sfumature più secche e terrose, la selezione dei distillati si è ampliata, integrando stabilmente mezcal, gin, pisco e whiskey accanto al rum. Parallelamente, è stata archiviata l'iconografia coloniale e stereotipata degli esordi: il design dei nuovi spazi punta su un'immersione sensoriale colta ed elegante, dove l'obiettivo finale è la creazione di un'atmosfera protetta e distaccata dal ritmo della metropoli.

Questa evoluzione ha ridefinito profondamente anche la scena italiana, dove la cultura tropicale ha trovato il modo di esprimersi attraverso standard qualitativi altissimi. Il punto di riferimento indiscusso nella penisola rimane il Nu Lounge Bar di Bologna, guidato da Daniele Dalla Pola, una vera e propria istituzione internazionale capace di fondere la complessità delle grandi rhum rhapsodies d'oltreoceano con l'eleganza dell'ospitalità e della mixology italiana sotto i portici accoglienti della città. Poco più a sud, a Roma, la resistenza filologica del movimento è affidata al Makai Surf & Tiki Bar in zona Ostiense, un avamposto che preserva intatta la cultura degli arredi intagliati a mano e dei canoni classici della miscelazione d'autore.

Makai Surf & Tiki Bar
Makai Surf & Tiki Bar

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