Di Federica Caiazzo
La morte di Giorgio Armani e di Valentino Garavani non ha segnato soltanto la scomparsa di due protagonisti assoluti del Novecento. Ha piuttosto evidenziato, simbolicamente e definitivamente, la chiusura di un’epoca storica per il Made in Italy nel mondo. Se per decenni le case di moda hanno goduto del prestigio (e del nome) dei propri fondatori, oggi quel modello lascia spazio a una nuova fase: più dinamica, certamente più instabile, ma anche inevitabilmente definita da un profondo cambio generazionale che spiana la strada a una riflessione: che sia iniziata l’era del Millennial Optimism?
Il 2025 è stato il trampolino di lancio per questo punto di svolta. In poco più di dodici mesi si sono registrati oltre quindici cambi alle direzioni creative, un turnover (senza precedenti) che ha coinvolto alcune delle maison più influenti del sistema internazionale. E soprattutto, nella maggior parte dei casi, i nuovi direttori appartengono proprio alla generazione Millennial, nata tra i primi anni '80 e la fine degli anni '90.
Il movimento è trasversale e racconta una ridefinizione profonda degli equilibri creativi. Nel 2025, Jonathan Anderson ha assunto la direzione creativa di Dior, mentre nello stesso anno Demna è stato scelto per guidare le redini artistiche di Gucci. Sempre nel 2025, Glenn Martens è arrivato da Maison Margiela, e Pierpaolo Piccioli ha assunto la direzione creativa di Balenciaga. Lo stesso anno ha segnato l’ingresso di Simone Bellotti da Jil Sander, di Meryll Rogge da Marni, di Antonin Tron da Balmain e di Miguel Castro Freitas da Mugler. Nel menswear, il 2025 ha visto anche l’arrivo di Grace Wales Bonner alla guida uomo di Hermès. Il riassetto è proseguito con nuove energie creative chiamate a rilanciare le maggiori identità storiche: nel 2025 Duran Lantink è stato nominato direttore creativo di Jean Paul Gaultier, mentre Mark Howard Thomas ha assunto la guida di Carven.
Nello stesso anno, la coppia Jack McCollough e Lazaro Hernandez è stata chiamata alla direzione creativa di Loewe, mentre Rachel Scott ha preso la guida di Proenza Schouler. Il passaggio generazionale continua nel 2026 con l’arrivo di Pieter Mulier alla direzione creativa di Versace, uno degli incarichi più simbolici del sistema.
Cambi di poltrona influenti, ma con massimo comune denominatore di tipo anagrafico: la maggior parte dei nuovi direttori sono Millennial. E per la moda è l’inizio di una nuova era.
Più che un dato certo, il cosiddetto Millennial Optimism si configura come una chiave di lettura possibile per interpretare questa fase. Non un entusiasmo ingenuo, bensì un approccio pragmatico alla complessità del momento storico. D’altronde, i designer Millennial sono cresciuti in un contesto segnato da crisi economiche (si pensi anche alle criticità emerse nel sistema moda durante la pandemia), spinte digitali e grandi consapevolezze improntate sulla sostenibilità ambientale. Per questa generazione, l’instabilità non è più un’eccezione: potrebbe essere la norma. Da qui, la capacità di partorire una visione della moda come sistema in evoluzione continua, nella costante sfida di innescare il desiderio nel consumatore finale: ciò che interessa ai grandi gruppi, per far fronte alla crisi del lusso e alla necessità di performare secondo dei target ben precisi.
L’ottimismo – precisazione fondamentale - non riguarda quindi il mercato, ma il metodo: la convinzione che il lusso possa rinnovarsi attraverso nuove forme di dialogo con il pubblico, nuovi linguaggi visivi e una maggiore connessione tra heritage (dove affondano le radici delle maison) e contemporaneità. Se il turnover ai vertici rappresenta il dato concreto, il Millennial Optimism è la riflessione che ne emerge. In un sistema sempre più veloce e competitivo, il vero cambio di paradigma potrebbe essere proprio questo: non difendere la tradizione, ma renderla rilevante, stagione dopo stagione, attraverso la visione fresca e innovativa dei designer più giovani.
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