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lifestyle20 ottobre 2026

Matisse a Milano: abiti, modelle e viaggi nella mostra che svela il suo mondo segreto

Dalle stoffe esotiche alle donne che posavano per lui, fino ai ricordi di Tahiti: al Mudec di Milano, una mostra racconta il lato meno conosciuto di Henri Matisse. E svela che cosa si nascondeva dietro i suoi capolavori
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Di Giuditta Avellina

Henri Matisse, Jeune fille assise, robe persane, 1942. Olio su tela, 43 x 56 cm. Musée national Picasso, Parigi. Credito foto: RMN-Grand Palais / Mathieu Rabeau/ Dist. Foto SCALA, Firenze
Henri Matisse, Jeune fille assise, robe persane, 1942. Olio su tela, 43 x 56 cm. Musée national Picasso, Parigi. Credito foto: RMN-Grand Palais / Mathieu Rabeau/ Dist. Foto SCALA, Firenze

Una blusa bulgara, un abito persiano, una gandoura blu. Ma anche tessuti Kuba, stoffe provenienti dal Pacifico, mobili nordafricani, fotografie appuntate alle pareti e oggetti acquistati durante i viaggi, custoditi per anni e trasportati da una casa all’altra. Per entrare davvero nel mondo di Henri Matisse bisogna forse cominciare da ciò che aveva intorno. Perché il suo atelier non era semplicemente il luogo in cui dipingeva. Era un archivio personale di forme, colori e memorie, continuamente smontato e ricomposto. È da qui che parte “Matisse. Il mondo in una stanza”, al Mudec di Milano fino al 21 febbraio 2027.

Curata da Ellen McBreen e Chiara Gatti, prodotta da 24 ORE Cultura e promossa dal Comune di Milano Cultura, in collaborazione con il Musée Matisse di Nizza, la mostra riunisce circa cento opere tra dipinti, lavori su carta, sculture e fotografie. Accanto, tessuti e oggetti che permettono di guardare con occhi diversi immagini diventate familiari. E di scoprire quanto mondo possa esserci dentro una sola stanza. Matisse aveva l’arte del tessuto nel sangue Non è soltanto una metafora. Matisse nasce a Le Cateau-Cambrésis, nel Nord della Francia, in una regione dalla lunga tradizione tessile. Le stoffe sarebbero diventate una presenza costante nella sua vita e nei suoi atelier. Non necessariamente preziose: ciò che gli interessa non è il loro valore economico, ma quello che possono provocare nell’occhio. Le conserva per decenni, le porta con sé nei suoi spostamenti, le appende alle pareti, le usa come fondali e le mette in relazione con ciò che sta dipingendo.

Negli atelier di Parigi, Issy-les-Moulineaux, Nizza e Vence, quei tessuti diventano strumenti di lavoro. Non semplici soggetti da copiare, ma occasioni per capire come colore, superficie e disegno possano occupare contemporaneamente lo spazio (in mostra compaiono, tra gli altri, tessuti Kuba provenienti dal Congo e un panno tapa di corteccia originario di Wallis e Futuna, nel Pacifico). Le loro geometrie aiutano a capire perché, nella pittura di Matisse, un vestito possa avere lo stesso peso visivo di un volto e una tenda possa quasi cancellare la distinzione fra figura e sfondo. La decorazione non è mai soltanto decorazione: spesso è proprio ciò che tiene insieme il quadro.

Henri Matisse, La Blouse bulgare, Circa 1920. Olio su tela 41,6 x 32,7 cm. Fitzwilliam Museum, University of Cambridge, UK. Credito foto: © Fitzwilliam Museum / Bridgeman Images
Henri Matisse, La Blouse bulgare, Circa 1920. Olio su tela 41,6 x 32,7 cm. Fitzwilliam Museum, University of Cambridge, UK. Credito foto: © Fitzwilliam Museum / Bridgeman Images

Quando un abito cambia una donna

In Jeune fille assise, robe persane, del 1942, l’abito è già dentro il titolo. Lo stesso accade con La Blouse bulgare. Vestire una modella, per Matisse, non significa semplicemente caratterizzarla: significa introdurre nella composizione un altro sistema di segni. Motivi ornamentali, ricami e colori si sovrappongono al corpo e finiscono per trasformare l’intera immagine. La mostra riporta inoltre l’attenzione sulle donne che abitavano quello spazio creativo: Lydia Delectorskaya, modella, collaboratrice e assistente dell’artista, Aïcha Goblet e l’artista haitiana Carmen Lahens-Hélouis. Identità rimaste spesso in secondo piano rispetto ai dipinti nei quali compaiono. Rimettere i loro nomi accanto alle opere significa anche guardare diversamente quelle figure: non più soltanto modelle, ma persone che partecipano alla complessa costruzione dell’immaginario di Matisse.

Un universo spesso raccontato attraverso lo sguardo dell'artista, nel quale oggi diventa interessante riconoscere anche la presenza e la storia di chi si trovava dall'altra parte del cavalletto. Una stanza a Nizza poteva contenere il mondo Matisse viaggia, osserva e soprattutto trattiene. La grande mostra di arte islamica visitata a Monaco nel 1910, la Spagna, l’Algeria, il Marocco: luoghi ed esperienze che continuano a riaffiorare quando l’artista è già tornato nel proprio studio. Mobili nordafricani, oggetti metallici, tessuti e decorazioni entrano nelle sue stanze e quindi nei quadri.

Al Mudec alcuni di questi elementi vengono messi in dialogo con le opere, rendendo quasi visibile il passaggio dall’oggetto reale alla pittura. Tra i lavori esposti c’è anche Odalisque, del 1925, proveniente dal Museo del Novecento di Milano. È uno dei punti in cui il percorso diventa più interessante, perché permette di osservare queste immagini per ciò che sono: straordinari esperimenti di spazio, colore e decorazione, ma anche opere nate dentro lo sguardo orientalista dell’Europa del tempo. La mostra non cancella questa contraddizione, ma la mette dentro il racconto, invitando a interrogarsi su quanto l'arte moderna occidentale debba alle culture che ha incontrato, studiato e talvolta reinterpretato attraverso le proprie categorie.

Henri Matisse, Odalisque, 1925. Olio su tela, 46 x 38,5 cm. Milano, Museo del Novecento, Collezione Jucker. Credito foto: Copyright Comune di Milano. Tutti i diritti riservati. Foto Studio Marco Bertoli-Milano @studiomarcobertoli
Henri Matisse, Odalisque, 1925. Olio su tela, 46 x 38,5 cm. Milano, Museo del Novecento, Collezione Jucker. Credito foto: Copyright Comune di Milano. Tutti i diritti riservati. Foto Studio Marco Bertoli-Milano @studiomarcobertoli

Tahiti, il viaggio che non finì mai

Poi c’è Tahiti. Nel 1930, a sessant’anni, Matisse raggiunge il Pacifico passando dagli Stati Uniti. È un viaggio destinato a lasciare un segno profondo nella sua immaginazione. Nuota nelle lagune, osserva la vegetazione tropicale e scopre un universo di forme che continuerà ad abitare la sua memoria molto dopo il ritorno in Francia. Alghe, meduse, fiori di tiaré, uccelli e organismi marini riemergeranno nelle opere degli anni successivi. È quasi il contrario del souvenir: Matisse non torna da Tahiti con una cartolina da riprodurre, ma con un repertorio visivo destinato a trasformarsi nel tempo.

Lo scrittore Louis Aragon avrebbe ricordato quanto quell'esperienza fosse rimasta impressa nell'artista. E in effetti, nelle opere della maturità, i ricordi del Pacifico tornano con una forza sorprendente. Nel dittico monumentale Océanie: la mer e Océanie: le ciel, il mare e il cielo non sono più paesaggi tradizionali, ma superfici attraversate da sagome e presenze fluttuanti: la memoria della laguna diventa un universo decorativo capace di avvolgere lo spazio.

Prima dei cut-out, c’erano le pareti

Ed è forse uno dei dettagli più belli che emergono dal percorso. Matisse era abituato ad appendere tessuti, oggetti e fotografie alle pareti del proprio studio, mettendoli continuamente in relazione con le opere in lavorazione. Negli ultimi anni della sua vita comincerà a fare qualcosa di analogo con le forme di carta colorata e ritagliata. L’arte esce così dalla cornice e invade l’ambiente. Non si tratta soltanto di cambiare tecnica, ma di ripensare lo spazio stesso dell'opera. Le sagome si dispongono sulle superfici, dialogano con le pareti e trasformano la stanza in una composizione.

La mostra permette di seguire questa ricerca anche attraverso le celebri tavole di Jazz e i progetti per la Cappella del Rosario di Vence, dove grandi vetrate, ceramiche bianche e linee essenziali costruiscono un ambiente in cui architettura e decorazione diventano inseparabili. Il percorso arriva fino a Femme à la gandoura bleue, del 1951, e alla fine torna ancora un abito. Come se, dopo una vita trascorsa fra viaggi, stoffe, corpi, oggetti e colori, tutto potesse ancora ricominciare da lì: da una figura, da un tessuto e da una stanza capace di contenere il mondo.

Henri Matisse, Femme à la gandoura bleue, 1951. Olio su tela, 81 x 64,8 cm. Musée départemental Henri Matisse, Le Cateau-Cambrésis. Credito foto: Photo musée départemental Henri Matisse, Florian Kleinefenn
Henri Matisse, Femme à la gandoura bleue, 1951. Olio su tela, 81 x 64,8 cm. Musée départemental Henri Matisse, Le Cateau-Cambrésis. Credito foto: Photo musée départemental Henri Matisse, Florian Kleinefenn

“Matisse. Il mondo in una stanza” Mudec - Museo delle Culture, via Tortona 56, Milano 8 ottobre 2026 - 21 febbraio 2027 A cura di Ellen McBreen e Chiara Gatti Biglietto intero 16 euro, ridotto 14 euro; eventuali costi di prevendita aggiuntivi.

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