Di Federica Caiazzo
Più accessibili, più resistenti, più democratici: così sono diventati nel tempo i vestiti, grazie a questi cinque tessuti che hanno completamente rivoluzionato il nostro approccio socioculturale alla moda. E ci sono riusciti abbattendo barriere di costo, di genere, persino di classe sociale. Che vita sarebbe, oggi, senza jeans? E pensare che, prima dell’arrivo del denim, il lavoro manuale divorava gli abiti. Prima del jersey, la comodità sembrava quasi un lusso. Prima del nylon, la praticità non esisteva nel guardaroba quotidiano. E prima di materiali come Econyl e Piñatex, sostenibilità e moda sembravano essere due universi agli antipodi.
Chi lavora dietro le quinte della moda lo sa: i tessuti sono ciò che garantiscono resa e vestibilità, ancor prima del design. Ma soprattutto, i tessuti rispondono anche a bisogni reali rendendo i capi non solo esteticamente appetibili ma anche più durevoli, lavabili, riparabili, riutilizzabili. Dal workwear diventato icona pop alle fibre rigenerate nate dai rifiuti, ecco cinque tessuti che hanno cambiato la storia della moda, lasciando i salotti elitari per entrare nel cuore pulsante della vita vera. Quella che corre, lavora, protesta anche, e soprattutto si reinventa.
Nato nella seconda metà dell’Ottocento come tessuto strutturato e resistente per i lavoratori, il denim deve la sua fortuna a una reale necessità: serviva qualcosa che resistesse alle miniere, alle fabbriche, alla fatica fisica. Fu Levi Strauss a trasformarlo in leggenda, brevettando i primi jeans rinforzati con rivetti in rame. Poi, nel Novecento, una nuova veste socioculturale: il denim diventa il manifesto dei ribelli, da James Dean a Marlon Brando, fino ai movimenti giovanili degli Anni Sessanta e Settanta. Tessuto democratico e trasversale, ha attraversato classi sociali e generazioni. Oggi il denim è ovunque, dalle passerelle allo street style, declinato in versione sartoriale o destrutturato, raw o riciclato. E resta uno dei pochi materiali che ancora racconta il tempo attraverso l’usura. Ogni paio di jeans, d’altronde, è una biografia indossata.
Correva l’anno 1938: il nylon viene presentato come la prima fibra sintetica completamente artificiale. Fu l’inizio di una rivoluzione perché il nylon era leggero, resistente, elastico, ma soprattutto economico: prometteva una moda più accessibile e tanta funzionalità. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la sua praticità viene così dirottata all’uso militare, dove viene impiegato non solo per le divise ma anche per i paracadute e le corde. Solo nel dopoguerra il nylon sarebbe tornato a essere protagonista dei look quotidiani: impermeabili, lingerie e sportswear iniziano a sperimentarlo. Il nylon diventa così il tessuto dell’epoca moderna ed eco di un nuovo ottimismo industriale. Ancora oggi, nelle collezioni odierne, lo ritroviamo nei capi tecnici più performanti.
Fu Mademoiselle Gabrielle Chanel – in arte Coco – a emancipare il jersey (una delle sue tante rivoluzioni). Originariamente, era considerato un tessuto umile, prettamente utilizzato per l’intimo maschile e l’abbigliamento sportivo. Impavida, visionaria e avanguardista, Coco Chanel lo porta però nei salotti parigini e lo trasforma in un atto politico: vestire (finalmente) le donne con capi comodi, fluidi, che possano seguire le linee del corpo senza più costringerlo. Il jersey diventa così il simbolo di una nuova femminilità, più autonoma, più dinamica. Elasticizzato, morbido e versatile, resterà alla storia come il tessuto che ha introdotto nella moda il piacere di “sentirsi bene” prima ancora del “vedersi bene”. Con una certezza mai più sradicata: la vera eleganza nasce dal comfort.
Econyl non è solo un tessuto, è una filosofia di vita. Nato dal riciclo di rifiuti plastici - reti da pesca, tappeti, scarti industriali - questo nylon rigenerato ha rappresentato uno dei passi più concreti verso una moda più etica e sostenibile. La sua particolarità? Può essere rigenerato infinite volte senza perdere le proprie qualità. Utilizzato inizialmente nel beachwear e nell’activewear, Econyl si è fatto strada nel sistema moda dimostrando che sostenibilità e desiderabilità non sono concetti opposti, bensì paralleli. Un materiale che racconta un cambiamento culturale profondo: la responsabilità oggigiorno non è più opzionabile, ma parte integrante della responsabilità individuale.
Realizzato a partire dalle fibre delle foglie di ananas (sottoprodotto dell'industria alimentare, scartato dopo la raccolta dei frutti), Piñatex è una delle alternative vegane alla pelle animale più interessanti degli ultimi anni. Nato con l’obiettivo di ridurre gli sprechi e offrire nuove opportunità economiche alle comunità agricole, è resistente, flessibile e sorprendentemente versatile. Può essere impiegato per la realizzazione di borse, scarpe e capispalla, ma soprattutto incarna una nuova idea di lusso: etico, consapevole, sostenibile. Una dimostrazione chiara e tangibile di come il futuro della moda possa iniziare a tendere sempre più verso tutto ciò che è rinnovabile.
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