Di Patrizia Piccinini
Dimenticate l'isola in cucina, il salotto open space e la doccia walk-in. È finita un'era. Oggi la musica è cambiata. Non serve più sussurrare "piano a induzione" per impressionare: serve una lavanderia dedicata. È scattato qualcosa nelle teste: la vera libertà non sta più nel cucinare a vista, ma nel disporre di uno spazio dove nascondere lo stendino e far finta che non esista. La lavanderia diventa così il nuovo status symbol, un rifugio segreto per la propria tranquillità. Qui il caos dei calzini spaiati entra in un portale e ne esce trasformato in rettangoli di cotone profumato, ordinati e allineati.
Mentre un tempo l’orgoglio si concentrava sul frigorifero americano, oggi l’attenzione si sposta sulla colonna bucato. La silenziosità della macchina viene decantata come fosse un motore da Formula 1, e i barattoli di vetro dove vengono travasate le pods sostituiscono il packaging del supermercato, ormai nemico numero uno del nuovo “vibe” zen. La lavanderia chiusa diventa uno spazio privato, un tempio del controllo in un mondo che corre fuori misura. È l'unico posto dove il caos ha una scadenza: il timer del ciclo di asciugatura. Il rumore è bianco e rassicurante, un sottofondo che isola dal resto. Si può chiudere la porta e far finta, anche solo per un attimo, che il resto del mondo non sia in disordine. E quando il piano di lavoro rimane libero, illuminato da un LED caldo e pronto a ospitare pile di lenzuola da piegare, emerge la consapevolezza che non serve un attico in centro: basta un’asciugatrice silenziosa, che non vibri troppo.
Le aziende spesso ci ammaliano con cataloghi dai volumi generosi, ma la realtà è che i sistemi moderni sono incredibilmente flessibili. Se a disposizione ci sono solo 2 o 3 metri quadrati, si può puntare sulla lavanderia "essenziale", tipica degli appartamenti di città: una colonna bucato incastrata in un antibagno o in un ripostiglio. È un miracolo di ingegneria salva-spazio, anche se poi bisognerà spostarsi altrove per stendere e stirare. Se invece si riescono a ricavare dai 4 ai 6 metri quadrati, si entra nella zona della funzionalità pura: qui si possono affiancare gli elettrodomestici, godere un piano d’appoggio continuo e ci si può muovere senza dare testate ai pensili.
Per chi non vuole compromessi, la lavanderia "multitasking" dai 7 ai 10 metri quadrati in su è il traguardo finale: una stanza dove l'asse da stiro è sempre pronta e le ceste dei panni sono già divise per colore. Il mercato risponde a questa nuova ossessione con soluzioni che sembrano uscite da una galleria d’arte.
Basta prendere la collezione Laundry 04 di Archeda, dove il Rovere Spaccato e il top in HPL Botticino nascondono la tecnologia dietro un calore quasi domestico. Oppure il programma Bolle di Arbi Arredobagno, che con le sue finiture laccate trasforma il vano tecnico in un elemento di design vibrante. C’è chi, come Ernestomeda col suo Back System, preferisce un rigore architettonico fatto di spalle portanti e colonne attrezzate che si integrano perfettamente con la cucina, o chi come Scavolini punta tutto sulla versatilità del suo Laundry Space, tra lavatoi integrati e la geniale parete girevole "Around".
Anche Ideagroup, con la collezione Spazio Time, riesce a nobilitare il classico ponte sopra la lavatrice mescolando laccati opachi e venature effetto legno. E se la stanza dedicata proprio non ci fosse? Nessun problema: a volte basta un armadio.
Il sistema Freedhome di Caccaro dimostra che lavatrice e asciugatrice non hanno bisogno di uno spazio dedicato per splendere. Grazie a un modulo tecnico pulito e rigoroso, la lavanderia diventa un pezzo d'arredo che si può posizionare ovunque, dal corridoio alla camera, mantenendo intatta quell'eleganza che oggi cerchiamo più tra le lenzuola pulite che tra i fornelli accesi.
Per completare questo tempio del pulito, non possono mancare i dettagli che trasformano la gestione del bucato in un vero piacere estetico. Se la lavatrice è il motore, i cesti sono la carrozzeria: oggetti che uniscono l’etica del riciclo a un design così curato da non volerli più nascondere. Hide di Normann Copenhagen, disegnato da Simon Legald, unisce morbidezza e sostenibilità: interamente in feltro PET riciclato, ottenuto dal recupero delle bottiglie di plastica, porta nella stanza una presenza discreta e tattile.
Per chi cerca un ritorno alle origini e alle texture naturali, la cesta in cotone di Zara Home, con struttura rivestita in tessuto e comodi manici, aggiunge quel tocco di calore domestico essenziale a completare il “vibe” zen della lavanderia. I Basket di HAY, firmati Studio BIG-GAME, incarnano la versatilità in forma di contenitore: realizzati in polipropilene riciclato, impilabili, giocano con geometrie pulite e colori contemporanei, trasformando lo smistamento dei capi in un piccolo esercizio di stile.