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lifestyle02 luglio 2026

Viaggio in Giappone: dieci esperienze di lusso (e insolite) da vivere almeno una volta nella vita

Dal Mare Interno di Seto al monte Kōya, dai treni d’autore alle isole dell’arte, dalle pescatrici ama ai ryokan secolari: dieci modi per attraversare il Giappone del 2026 seguendo il ritmo più raro del Paese, quello della lentezza
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Di Giuditta Avellina

Zenbo Seinei - Courtesy Press Office
Zenbo Seinei - Courtesy Press Office

C’è una parola giapponese, ma, che indica l’intervallo tra due cose: la pausa tra due note, il vuoto tra una porta scorrevole e il giardino, il tempo sospeso prima che il tè venga versato. Non è un’assenza, piuttosto è ciò che rende leggibile il resto. Forse il Giappone più prezioso comincia proprio da lì. Non dal clamore di Shibuya, dai ciliegi fotografati fino allo sfinimento, dalla perfezione quasi astratta degli shinkansen o dall’ossessione di vedere tutto.

Comincia in un margine: nell’ora in cui i traghetti lasciano Naoshima e l’isola torna a essere solo pietra, mare e vento; nel vapore di un onsen che cancella il profilo delle montagne, nel passo lento di un monaco all’alba sul monte Kōya, nella luce che si ritira dalle stanze di tatami e lascia alla carta, al legno e alla lacca il compito di trattenere il mondo. Jun’ichirō Tanizaki lo aveva capito prima di molti altri. Nel Libro d’ombra raccontava una bellezza che non chiede di essere illuminata fino in fondo, perché vive nelle sfumature, nel riflesso incompleto, nella materia che il tempo ha reso più densa. È una lezione utile anche per chi viaggia.

Il Giappone si comprende rallentando abbastanza da accorgersi di ciò che non fa rumore. Nel 2026, il lusso più interessante non coincide necessariamente con la suite più costosa o con il tavolo più difficile da prenotare. Può essere una nave che scivola nel Setouchi come una casa sull’acqua, un treno che trasforma il paesaggio in ospitalità, una cena di mare raccontata dalle donne che quel mare lo conoscono da una vita. Può essere una cabina telefonica per parlare con le anime portate via dallo tsunami, ai piedi della Montagna della Balena.

Può essere un museo abitato dopo il tramonto, un teatro Nō affacciato su uno stagno o una notte passata in un tempio dove il mattino arriva con il suono delle campane. Anche da alcune segnalazioni di JNTO, l’Ente Nazionale del Turismo Giapponese, prende avvio questo itinerario: dalla navigazione nel Setouchi a bordo di guntû al retreat Zenbo Seinei sull’isola di Awaji. Il resto è una scelta di sguardo: dieci indirizzi e dieci gesti per attraversare il Paese seguendo non la geografia più ovvia, ma quella più profonda, fatta di silenzi, stagioni, attese e luoghi capaci di restare addosso.

Navigare nel Setouchi sul boutique hotel galleggiante guntû

Il Mare Interno di Seto (Setouchi) è una delle geografie più delicate del Giappone: isole basse, baie quiete, ponti sospesi, piccoli porti, case di pescatori e un orizzonte che non si allarga mai del tutto, ma continua a spezzarsi e ricomporsi. Il boutique hotel galleggiante guntû attraversa questo paesaggio come un ryokan (locanda tradizionale giapponese) che ha scelto di staccarsi dalla terraferma. Non ha il linguaggio di una crociera, né quello di un hotel galleggiante nel senso occidentale del termine.

È una casa d’acqua progettata da Yasushi Horibe, costruita per stare bassa sull’orizzonte, con legni chiari, superfici opache e finestre che lasciano al mare la parte principale della scena. A bordo, tutto invita a rallentare. Le cabine guardano l’acqua, il bagno in hinoki apre al paesaggio e le ore si misurano più facilmente con il cambio della luce che con l’orologio. Si approda in isole minime, si attraversano tratti di mare senza destinazione apparente, si osservano le coste industriali e rurali del Setouchi da una distanza diversa. Il privilegio non è la somma delle tappe. È la possibilità di dormire mentre il Giappone scorre piano oltre il vetro, senza che nessuno chieda di arrivare da qualche parte.

Guntu Setouchi - Courtesy Press Office
Guntu Setouchi - Courtesy Press Office

Attraversare l’Est del Paese a bordo di Train Suite Shiki-Shima

In Giappone il treno è quasi una forma di fede civile. È precisione, ordine, movimento, promessa di arrivo. Train Suite Shiki-Shima conserva questa disciplina, ma la trasforma in qualcosa di più intimo: un viaggio in cui lo spostamento smette di essere un passaggio e diventa il centro stesso dell’esperienza. Il convoglio di JR East parte da Ueno, a Tokyo, e attraversa l’Est del Paese seguendo rotte stagionali che cambiano con la luce, il raccolto, il clima e i territori attraversati. Ci sono montagne, coste del Tōhoku, campagne, foreste, vigneti, ceramiche, locande e comunità che appaiono come capitoli di un racconto più che come semplici fermate.

Gli interni alternano grandi aperture sul paesaggio, legni lavorati, metalli, tessuti e dettagli studiati con una precisione quasi domestica. Anche la cucina segue il viaggio, raccogliendo sapori e materie prime delle regioni attraversate. Shiki-Shima è un treno, ma soprattutto una dichiarazione di poetica. Invita a rinunciare all’idea di distanza come ostacolo e a considerare il tragitto per ciò che può essere: una forma di contemplazione in movimento.

Train Suite Shiki-Shima - Courtesy Press Office
Train Suite Shiki-Shima - Courtesy Press Office

Rallentare sull’isola di Awaji, nel retreat di Shigeru Ban

Tra Osaka e il Mare Interno di Seto, Awaji ha la consistenza di una deviazione necessaria. È un’isola che chiede di lasciare il ritmo delle città del Kansai per entrare in una dimensione più vegetale, più luminosa, più rarefatta. Qui sorge Zenbo Seinei, retreat firmato da Shigeru Ban. L’architettura si allunga nella natura con discrezione, costruita in legno e pensata per lasciar passare aria, luce e paesaggio. Non c’è monumentalità, non c’è ostentazione.

C’è un lungo deck panoramico, sospeso tra collina e cielo, dove yoga, respirazione e meditazione diventano modi per rimettere il corpo in relazione con ciò che lo circonda. La proposta gastronomica segue lo stesso principio. Vegetale, essenziale, fondata su ingredienti stagionali, fermentazioni e tecniche della tradizione giapponese, evita l’eccesso e lavora sulla chiarezza dei sapori. Qui il lusso non consiste nell’aggiungere qualcosa alla giornata. Consiste nel sottrarre. Rumore, fretta, notifiche, sovraccarico. E nel lasciare che il paesaggio faccia il resto.

Zenbo Seinei - Courtesy Press Office
Zenbo Seinei - Courtesy Press Office

Entrare nella nuova Tokyo al museo MoN Takanawa

Tokyo è una città che non finisce mai di costruirsi. Anche quando sembra aver raggiunto una forma definitiva, apre un nuovo quartiere, inventa un nuovo linguaggio, sposta in avanti la propria idea di futuro. MoN Takanawa, Museum of Narratives, nasce proprio dentro questa tensione. Nell’area di Takanawa Gateway City, il museo si propone come un luogo in cui architettura, design, performance, tecnologia e arte contemporanea non restano discipline separate, ma entrano in dialogo. Più che un museo da visitare, MoN è una soglia.

Racconta una Tokyo che non vuole limitarsi a conservare, ma mettere in scena il cambiamento. Mostre, installazioni, incontri e performance trasformano lo spazio in una piattaforma culturale capace di tenere insieme sperimentazione e memoria. Per chi torna a Tokyo dopo averne già attraversato i grandi classici, è un modo per guardare la capitale nel suo presente più inquieto e più fertile. Non la Tokyo dei cliché, ma quella che continua a nascere sotto i nostri occhi. Non è il lusso dell’esclusività alberghiera, ma quello sempre più rilevante dell’accesso culturale: entrare in un luogo appena nato, capace di raccontare la Tokyo che sta cambiando.

MoN Takanawa, Tokyo - Courtesy Press Office
MoN Takanawa, Tokyo - Courtesy Press Office

Assistere alla pesca con i cormorani ad Arashiyama

Kyoto ha molti volti, ma quello notturno di Arashiyama è tra i più evocativi. Quando l’estate cala sul fiume, le montagne si scuriscono e le rive si allontanano, prende forma una scena antica: la pesca con i cormorani, l’ukai. Le barche dei pescatori avanzano lentamente sull’acqua. Le torce bruciano a prua, illuminando il fiume con una luce irregolare e viva. I cormorani si tuffano nella corrente, guidati dagli uomini che continuano a ripetere un gesto tramandato da secoli.

Osservarla da una piccola imbarcazione privata è un modo per vedere Kyoto fuori dal suo repertorio più conosciuto. Non ci sono templi affollati, né file, né fotografie prese in fretta. Restano il rumore dell’acqua, il fuoco, il profilo delle montagne e la sensazione di assistere a qualcosa che non ha bisogno di essere modernizzato per continuare a esistere. È una Kyoto laterale, liquida e quasi irreale. Una città che, per qualche ora, sembra ricordare il proprio rapporto più antico con il fiume e con la notte.

Arashiyama, Kyoto - Courtesy Press Office
Arashiyama, Kyoto - Courtesy Press Office

Incontrare le ama, le donne del mare di Ise-Shima

A Ise-Shima il mare non è solo paesaggio. È lavoro, memoria, lingua, trasmissione. Lo raccontano le ama, pescatrici che da generazioni si immergono in apnea per raccogliere molluschi, alghe, ricci e frutti di mare. La loro storia non appartiene a un passato immobile. È un sapere vivo, costruito sulla conoscenza delle correnti, delle stagioni, dei fondali e dei limiti del corpo. Un rapporto con l’oceano che non ha nulla di spettacolare nel senso turistico del termine, e proprio per questo conserva una forza rara.

Nelle ama hut di Osatsu, a Toba, il viaggio si fa più intimo. Le donne cucinano il pescato sulla brace, raccontano il loro lavoro, parlano del mare con quella semplicità che appartiene a chi non ha bisogno di trasformare la propria vita in racconto. Il lusso, qui, è sedersi davanti a una brace e ascoltare. Capire che un luogo non coincide mai soltanto con la sua bellezza, ma con le persone che gli hanno dato voce, forma e continuità.

Osatsu-kamado Ama Hut Experience ISESHIMA TOBA City - Courtesy Press Office
Osatsu-kamado Ama Hut Experience ISESHIMA TOBA City - Courtesy Press Office

Passare una notte dentro un museo sull’isola di Naoshima

Naoshima è uno dei luoghi che hanno cambiato il modo di pensare il rapporto tra arte e paesaggio. Ma per capirla davvero non basta arrivare, visitare le opere e ripartire con l’ultimo traghetto. Bisogna restare. Quando il sole scende e i visitatori giornalieri lasciano l’isola, Naoshima cambia densità. Il cemento di Tadao Ando perde la sua evidenza geometrica e si confonde con la luce. Il mare diventa più scuro, i sentieri si svuotano, le opere smettono di essere tappe e ritrovano una specie di silenzio originario.

Benesse House, insieme museo e hotel, rende possibile questa esperienza. Qui le camere convivono con installazioni, architettura, vegetazione e mare senza che sia mai davvero chiaro dove finisca l’ospitalità e dove inizi l’arte. Dormire dentro un museo, in questo caso, non significa abitare un oggetto esclusivo. Significa accettare di vivere un’isola con un ritmo diverso, lasciare che le opere continuino a lavorare dentro lo sguardo anche dopo la chiusura delle sale.

Benesse House, Naoshima - Courtesy Press Office
Benesse House, Naoshima - Courtesy Press Office

Dormire in un ryokan di cinque secoli, tra teatro Nō e sorgenti termali

A Shuzenji, nella penisola di Izu, Asaba sembra esistere fuori dal tempo. Fondato nel 1484, è uno di quei luoghi in cui la parola “storico” non basta, perché la storia non è esposta: è incorporata nei materiali, nelle stanze, nell’acqua, nei gesti di chi accoglie. Padiglioni in legno, bambù, tatami, giardini, stagni e silenzi costruiscono un paesaggio domestico di grande precisione.

Al centro, quasi come una visione, c’è il palcoscenico del teatro Nō Gekkeiden, affacciato sull’acqua e utilizzato per performance di musica, danza e teatro tradizionale. Le camere guardano il giardino o lo stagno, le sorgenti termali di Shuzenji alimentano i bagni e la cena kaiseki scandisce le ore con una lentezza che non ha nulla di nostalgico. È una forma di ospitalità assolutamente contemporanea proprio perché non ha mai cercato di inseguire le mode. Qui il lusso non è un effetto speciale. È la continuità. È il privilegio di entrare, per una notte, in un linguaggio di bellezza custodito per secoli.

Asaba, Shuzenji - Courtesy Press Office
Asaba, Shuzenji - Courtesy Press Office

Fare l'alba in monastero sul monte Kōya

Il monte Kōya è uno dei luoghi in cui il Giappone spirituale diventa paesaggio. Fondato nel IX secolo da Kūkai, maestro del buddhismo Shingon, conserva una presenza quasi sospesa: cedri secolari, templi, sentieri, cimiteri monumentali, lanterne, nebbie leggere e un silenzio che non è mai completamente vuoto. Dormire in uno shukubō, un alloggio di pellegrinaggio ospitato nei templi, significa avvicinarsi a un’altra misura del tempo.

Le stanze sono essenziali, con tatami e porte scorrevoli; la cucina shōjin ryōri è vegetariana e fondata su una disciplina del gusto che evita ogni ostentazione; il mattino può iniziare con la preghiera, il suono delle campane, la luce che entra lenta nei giardini. Fukuchi-in aggiunge a questa esperienza la presenza delle sorgenti termali e di grandi spazi verdi. Ma la vera ragione per salire sul monte Kōya non è cercare un comfort diverso. È concedersi una notte in cui il viaggio smette di chiedere velocità. Una notte in cui si può semplicemente stare.

Fukuchi-in, Kōya - Courtesy Press Office
Fukuchi-in, Kōya - Courtesy Press Office

Partecipare al festival Nebuta Matsuri di Aomori

Non tutto il Giappone più memorabile parla sottovoce. Ad Aomori, dal 2 al 7 agosto, il Nebuta Matsuri ribalta l’idea di raccoglimento e porta in strada una delle feste più travolgenti del Paese. Carri monumentali, illuminati dall’interno come apparizioni di carta e luce, attraversano la città tra tamburi, flauti, voci e danzatori. Le figure sembrano uscire da un teatro fantastico: guerrieri, divinità, demoni, eroi, animali, fantasmi. Tutto si muove, pulsa, chiama. Il festival non è pensato per essere guardato da lontano.

In alcune formule organizzate, chi indossa il costume haneto può unirsi alla parata, saltare, seguire i tamburi, rispondere al richiamo “Rassera”. È un’esperienza fisica, collettiva, quasi liberatoria. Dopo il silenzio di un museo, di un ryokan o di un tempio, Nebuta restituisce al viaggio il suo lato più terreno: la strada, il corpo, il rumore, la comunità. E ricorda che anche il lusso può essere energia condivisa. Il lusso, in Giappone, non è avere accesso a tutto. È imparare a lasciare spazio a ciò che non si può programmare fino in fondo. A ciò che non si fotografa bene. A ciò che, proprio per questo, resta.

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