Di Claudia Ricifari
Sempre più star di Hollywood scelgono abiti d’archivio per il red carpet. Una presa di posizione netta, un modo per dire che la moda è soprattutto linguaggio visivo, ma che non è mai superficiale. Ultima in ordine di tempo, Jennifer Lopez, che ai Golden Globe 2026 ha sfoggiato un capo di Jean Louis Scherrer del 2003. Un naked dress dal taglio a sirena che valorizzava le sue forme e risultava estremamente attuale nonostante il tempo trascorso dalla sua creazione.
E proprio il couturier francese era (ri)balzato agli onori della cronaca la scorsa estate grazie ad Amal Clooney. Al fianco del marito George, l’avvocata aveva sfoggiato un vintage dress ciclamino disegnato proprio dallo stilista contemporaneo di Yves Saint Laurent e amato dall’alta società.
Quelle di JLo e Amal Clooney non sono scelte isolate, ma le più eclatanti manifestazioni di una tendenza ormai consolidata degli ultimi anni e in voga anche tra la nuova generazione di star, come dimostrato da Elle Fanning agli ultimi Critics Choice Awards e da molte altre. L’abito d’archivio, oggi, diventa statement. Ecco perché.
Dietro la decisione di indossare un capo d’archivio sul red carpet non c’è solo la voglia di sfoggiare un abito vintage. Non è (solo) una questione di sostenibilità, né puramente il bisogno di solleticare quell’effetto nostalgia tanto di moda oggi. Spesso, piuttosto, c’è la volontà di recuperare dei codici estetici e comunicare una ciclicità della moda, un po’ come una teoria dell’eterno ritorno fashion.
Uno degli esempi più citati di questo potere narrativo è il Jungle Dress di Versace indossato da Jennifer Lopez ai Grammy Awards del 2000. Non fu solo un momento memorabile della moda: l’apparizione ebbe un impatto così forte che le ricerche online di quell’immagine superarono qualsiasi aspettativa — tanto da evidenziare che i motori di ricerca dell’epoca non erano pronti per una domanda visiva così intensa.
Questo episodio non solo consolidò l’abito nella storia pop, ma portò alla nascita di strumenti come Google Images, pensati per soddisfare la ricerca di fotografie online. E dire che Jennifer non era neanche la prima a indossarlo, prima di lei lo aveva fatto, per esempio, Geri Halliwell. È raro che un abito influenzi lo sviluppo tecnologico e culturale, ma quando accade, racconta il potere comunicativo di una singola immagine. Un potere talmente forte che la stessa Donatella Versace lo ha voluto riproporre in passerella nel 2020 facendolo indossare proprio da JLo. Apoteosi di comunicazione visiva e stile in una sola mossa. Facile quindi comprendere perché Amber Valletta abbia scelto proprio questo abito per il red carpet dei CFDA 2025.
Nell’epoca dello storytelling, la moda d’archivio crea narrazione. Il look di una star, oggi più che mai, è un messaggio visivo che penetra nei media di tutto il mondo. Un capo d’archivio porta con sé la traccia di un passato già condiviso, consentendo alla celeb di generare dibattito e inserirsi in una conversazione culturale più ampia.
Nel corso degli ultimi anni, numerosi red carpet hanno portato in luce questa dinamica. Zendaya, per esempio, nel 2021, in occasione dei Black Women in Hollywood Awards, ha indossato una creazione di Yves Saint Laurent risalente al 1982 originariamente appartenuto a Eunice Johnson.
“Quando lavoriamo insieme, creiamo sempre una narrazione o un personaggio – aveva spiegato in quell’occasione lo stylist Law Roach - Deve esserci una storia dietro la scelta degli abiti. Chi è Marie in quel momento? È sempre stato mio compito creare quella narrazione, portare i capi alla storia. Poi lei li prende e diventa chiunque sia, evocando qualsiasi emozione abbiamo deciso”.
Tra le star di Hollywood che più ci hanno abituato ai grandi ritorni Cate Blanchett è forse la più celebre e quella che padroneggia meglio l’arte dell’autocitazione. D’altronde, come la sua stessa stylist Elizabeth Stewart ha dichiarato: “It’s chic to repeat!”. E allora ecco che l’attrice si (ri)mostra in tutto il suo splendore con abiti già indossati in altre occasioni. Qualche esempio? L’abito Giorgio Armani Privé sfoggiato lo scorso agosto sul red carpet di Venezia e visto prima ancora, nel 2022, ai SAG Awards. O ancora quello in pizzo, sempre della linea haute couture di Re Giorgio, portato con disinvoltura al Festival di Cannes del 2018 dopo l’apparizione ai Golden Globe del 2014.
La moda d’archivio ha senso anche perché riguarda non solo chi la indossa, ma anche chi la osserva. In un’epoca in cui l’immagine domina spesso sulla parola e la cultura visiva è parte integrante del discorso pubblico, la scelta di un capo storico diventa un modo per coinvolgere il pubblico in un dialogo estetico. Così Cardi B, che da sempre utilizza gli abiti come manifesto della sua personalità, nel 2019 per la premiere di Hustlers ha sfoggiato un abito vintage iconico di Jean Paul Gaultier risalente al 1995.
Allo stesso modo, recentemente, a una prima di Marty Supreme, Apple Martin ha calcato il red carpet con un lungo vestito nero firmato Calvin Klein Collection. Una scelta che ha dato subito l’idea del déjà-vu, considerato che quella creazione appartiene alla mamma Gwyneth Paltrow che lo aveva indossato nel 1996. A conferma che la moda non è mai passeggera o effimera, ma è in grado di attraversare le generazioni e trovare sempre nuova linfa rimanendo attuale.
Questa tendenza al recupero è ben più che mera estetica: è , prima di tutto, un modo diverso di concepire il lusso. Se per anni si è misurato in novità, esclusività stagionale e produzione immediata, oggi il vero lusso — anche sul red carpet — è la profondità culturale di un’immagine.
Per le maison, valorizzare gli archivi è diventato un asset strategico. Quando un capo storico torna in scena sotto i flash dei fotografi, rafforza l’identità del brand e genera conversazioni più profonde e durature rispetto a un look di stagione qualsiasi. Perché la moda è comunicazione, linguaggio, cultura. E ritorna, proprio come certi amori.
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