Quando Timothée Chalamet, qualche giorno fa, ha salito i gradini del palco ai Critics Choice Awards, non ha cercato un momento virale. Ha guardato davanti a sé e, dopo aver ringraziato cast e troupe, ha detto una cosa semplice e precisa: “Grazie a Kylie, mia partner da tre anni. Ti amo”.
Nessuna retorica, nessuna enfasi da copertina. Eppure, in quell’attimo sospeso nel mezzo di una stagione di premi fatta di proclami e celebrazioni, quelle parole hanno avuto il peso di un punto fermo. Non sono state uno show, ma una conferma: la loro relazione, non annunciata con fragore, non sbandierata, esiste da tempo, costruita nel silenzio. È da qui, da quella piccola dichiarazione di presenza, che prende avvio un altro tipo di racconto. Non gossip, non propaganda, ma un’analisi lucida di come due figure iconiche della cultura pop e del fashion system contemporaneo stiano rimodellando, senza clamore, il modo in cui si costruisce un’immagine di coppia.
Timothée Chalamet, 30 anni, è entrato nel nuovo anno con un progetto che gli sta cucendo addosso una identità da leading man: Marty Supreme, film diretto da Josh Safdie, ispirato alla figura del campione di ping pong Marty Reisman. La stampa americana ha spiegato bene dove sta il punto: il film usa la base reale (Reisman, la svolta tecnologica delle racchette nel 1952, il contesto competitivo) ma si prende libertà narrative, spostando luoghi e dinamiche per costruire un personaggio cinematografico più ampio.
La promozione è diventata parte del racconto, e qui entra la moda: la “fase arancione” non è solo cromia, è marketing dichiarato (con l’idea di rendere l’arancione un segno riconoscibile come era stato il Barbie pink). E soprattutto c’è un oggetto che, più di altri, ha funzionato da catalizzatore. La giacca cult di Marty Supreme - il windbreaker color-block con il titolo del film nata per promuovere l’uscita nella sale e idossata dal protagonista - è stata progettata, secondo le ricostruzioni più solide, da Doni Nahmias insieme a Chalamet e alla sua stylist Taylor McNeill. Alcuni siti l’hanno raccontata come il capo-chiave (e più “copiato”) del 2025, proprio perché sta a metà tra merch e fashion item: non è nel film (che ha costumi Anni 50) ma è costruita per vivere nel press tour e nella cultura pop.
Taylor McNeill, del resto, è un nome centrale in questa storia: “works closely with Timothée Chalamet” è scritto nero su bianco nei profili professionali, e diverse testate hanno attribuito a lei la strategia di un Chalamet che usa il guardaroba come narrazione.
In parallelo al percorso di Chalamet, la modella statunitense Kylie Jenner ha attraversato una fase meno legata alla rottura e più al consolidamento della propria immagine fashion. Negli ultimi anni il suo stile si è progressivamente spostato da un glamour iper-esposto verso un linguaggio più selettivo, riconoscibile e pienamente inserito nel lessico del fashion system internazionale. Non una rinuncia alla sensualità, ma una sua riorganizzazione: meno accumulo, più costruzione.
Questo approccio si traduce in un’alternanza precisa tra archivio e couture, gestita con una cura quasi curatoriale dal suo team di stylist, Alexandra e Mackenzie Grandquist, che negli ultimi anni hanno impostato per Jenner una narrazione visiva sempre più attenta alla storia della moda e alla qualità del capo.
Il momento simbolico di questo passaggio resta la sera dei Golden Globes 2024, quando Jenner si presenta in un abito vintage Hanae Mori del 1998, lungo in pizzo nero a schiena scoperta, selezionato dal negozio specializzato Timeless Vixen. La scelta non rispondeva a una logica nostalgica, ma a un posizionamento preciso: recuperare un pezzo d’archivio riconoscibile, firmato, e inserirlo in un contesto contemporaneo senza snaturarlo. Non era soltanto un abito sensuale o una prova di glamour, ma un gesto di memoria della moda.
La loro prima vera uscita sul tappeto rosso come coppia riconosciuta avviene il 7 maggio 2025, ai 70ᵉ David di Donatello di Roma, un evento che, più di ogni altro red carpet hollywoodiano, riflette la dimensione cinematografica del loro rapporto. Dopo mesi di avvistamenti informali e uscite pubbliche - dal concerto di Beyoncé dove la coppia aveva mostrato affetto in pubblico per la prima volta, nel settembre 2023, al bordocampo al US Open e ai Golden Globes come accompagnatori - è quel premio italiano a segnare la prima volta insieme davanti ai flash di cronisti e fotografi.
La scelta dei brand e dei look in quel contesto racconta esattamente chi sono come coppia di stile. Kylie Jenner sceglie Schiaparelli, affidandosi alla couture di alto livello per un abito che lavora sulla scultura del corpo e sull’architettura della silhouette, un’estetica che la proietta immediatamente nel campo delle élite del fashion system. Timothée Chalamet opta per un completo Tom Ford by Haider Ackermann: un tuxedo in velluto nero dal taglio netto, dove la classicità sartoriale viene tradotta in chiave contemporanea e sensuale senza eccessi. Quel red carpet non è solo un’apparizione, ma un’affermazione.
Il valore di quella serata sta proprio nel fatto che non c’è coordinazione forzata: non un look matchy-matchy, ma una scelta di coerenza cromatica e concettuale. Lei sceglie l’alta moda che afferma, lui sceglie il tailoring che definisce. È qui che nasce il primo vero “caso di couple style” per loro, un dialogo tra due linguaggi autonomi che trovano sintonia nel contesto giusto e nella lettura sartoriale più matura del loro rapporto.
Se Roma ha sancito l’ufficialità, Los Angeles, alla première di Marty Supreme dell’8 dicembre 2025, è il momento in cui l’immagine della coppia entra definitivamente nella cultura pop. Qui il coordinamento non è accidentale, ma apertamente dichiarato: custom Chrome Hearts per entrambi, declinato in un arancione saturo e iper-visibile che intercetta in modo diretto il linguaggio dei social e lo trasforma in statement fashion. La scelta cromatica, letta da più osservatori come parte integrante della strategia visiva del film, funziona come un segnale immediato, riconoscibile, replicabile, destinato a circolare.
Timothée Chalamet indossa un completo in pelle custom, costruito con la rigidità tipica dell’estetica Chrome Hearts, ma alleggerito da dettagli funzionali e ironici: ai piedi Timberland, che spostano il look dal red carpet alla strada, e una borsa/holder ispirata al ping pong, richiamo esplicito al film e al suo protagonista. Accanto a lui, Kylie Jenner sceglie un abito lungo, sempre Chrome Hearts, con cut-out strategici e applicazioni a croce, firma iconografica del brand. La silhouette è netta, aderente. C’è chi parla di “Instagram baddie era”, chi di operazione fashion consapevolmente virale, chi li cita come nuovo riferimento di couple style, ma converge su un punto: quell’outfit non nasce per piacere a tutti, nasce per circolare. E infatti circola. Viene rilanciato, memato, parodiato, fino a diventare uno dei look più riconoscibili della stagione.
È in questo passaggio che il total orange Chrome Hearts smette di essere un semplice red carpet moment e diventa “pezzo meme”, nel senso più contemporaneo del termine.
All’inizio del 2026 la coppia torna a farsi vedere insieme al Palm Springs International Film Festival Film Awards, in un’apparizione letta dalla stampa internazionale come pienamente coerente con l’immaginario di Marty Supreme. Kylie Jenner indossa un abito custom di Ludovic de Saint Sernin in tonalità arancione, colore che in quella fase accompagna in modo ricorrente la promozione del film, mentre Timothée Chalamet opta per un completo vintage dal taglio classico, scegliendo una strada opposta, ma complementare.
Diversi magazine sottolineano come la scelta cromatica di Jenner funzioni da richiamo diretto alla campagna, senza scivolare nel travestimento tematico. Nei giorni successivi, Jenner condivide alcune immagini del look sui social e Chalamet interagisce con emoji arancioni: un gesto minimo, ma notato e riportato da diversi media americani come esempio del loro approccio comunicativo misurato.
Timothée Chalamet e Kylie Jenner non sono una coppia di stile perché offrono un’estetica facile da copiare. Lo sono perché propongono un metodo replicabile. Il loro punto di forza sta nel modo in cui gestiscono l’immagine: poche apparizioni, sempre motivate, ogni volta inserite in un contesto preciso e coerente. Lo stile non segue il trend del momento, ma racconta una storia.
Chalamet, lavorando con Taylor McNeill, ha trasformato il guardaroba in un’estensione del suo percorso cinematografico, fino a rendere alcuni capi parte integrante della narrazione dei film che promuove. Jenner, muovendosi con naturalezza tra ricerca d’archivio e couture contemporanea, ha costruito un’immagine che non punta sull’eccesso, ma sul controllo, alternando memoria della moda e impatto visivo con una logica quasi editoriale.
Quando scelgono di presentarsi come coppia - dal total black di Roma, tra couture e tailoring, al total orange Chrome Hearts di Los Angeles - non cercano la somiglianza estetica, ma la chiarezza del messaggio. Non vogliono apparire uguali: vogliono essere allineati. È questo che li rende rilevanti nel 2026. Il loro stile non ha bisogno di essere continuamente riaffermato: funziona perché è coerente, riconoscibile e capace di reggere nel tempo.
Giuditta Avellina
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