Di Giuditta Avellina
Alla BIT 2026 di Milano - la Borsa Internazionale del Turismo - tra mappe luminose e promesse di “destinazioni”, Antonio Marras sposta subito il baricentro. Non parla della sua Sardegna come di un luogo da consumare, ma come di un territorio che osserva, che stratifica. “La Sardegna può essere spunto straordinario ed essere veramente fonte inesauribile di incontri e di scoperte”, racconta a X Style. E subito dopo affonda nella geografia che diventa storia: “Siamo al centro del Mediterraneo. Tutti sono arrivati in Sardegna. Tutti hanno lasciato delle tracce”. Tracce è la parola chiave. Perché l'idea di identità dello stilista e creativo non è mai purezza, è somma. “Noi siamo veramente la somma di questi popoli.” E dentro questa somma c’è un mistero che resiste: “Una terra disseminata di abitazioni strane che si chiamano nuraghi e che ancora sono un grande mistero”.
Per Marras la moda non è tema, è sistema di segni. Un alfabeto che dialoga con arte, musica, teatro, cinema. E dentro quell’alfabeto scorre un filo rosso - in sardo ligazzio rubio - che tiene insieme tutto. “Chi nasce su un’isola ha sempre una necessità: il bisogno di andare restando.” È la frase che lo definisce. L’insularità non è nostalgia ma tensione. Anche il mare, dal punto di vista di Marras, cambia senso: “Ho sempre pensato che il mare non fosse un limite, il mare per me è stato una strada.” Lo racconta con un’immagine semplice: i traghetti, le valigie, la cena portata da casa. Partire senza sentirsi in fuga. Sapere che si può tornare. È lo stesso principio che regge il suo negozio di New York, al 121 di Wooster Street, nel quartiere di SoHo. “Io nasco in negozio. Ho sempre pensato che il negozio fosse la replica della mia casa.” L’accoglienza come grammatica sarda anche a migliaia di chilometri di distanza. Divani, libri, una grande serra finale: non retail ma attraversamento. Anche lì, "andare restando".
“Ho delle mani rubate alla terra, quindi mi sento profondamente artigiano. L’artigianato non è una cosa statica, ferma, ma in continua evoluzione.” Sughero, ferro, ceramica non sono folklore ma cultura e l’isola dialoga da sempre con ciò che sta oltre. Dentro questa linea si inserisce Maria Lai. Non l’artigiana in senso decorativo, ma l’artista che ha trasformato fili e cuciture in pensiero visivo. Il dialogo tra loro trova forma nella mostra "Maria Lai | Antonio Marras: Paso Doble" alla M77 Gallery di Milano, curata da Francesca Alfano Miglietti: circa duecento opere in confronto serrato. Non un omaggio, ma un passo a due tra linguaggi affini. Qui il discorso diventa personale. Maria Lai non è un riferimento culturale: è un’origine. È la frase che chiude l’intervista a renderlo esplicito: lei “mi ha visto nascere bambino e diventare uomo”. Prima delle passerelle, prima di Parigi, prima dell’America, c’era quello sguardo.
Marras inventa una parola: “ossimoroso”. Gli serve per definire la sua terra, “ricca di contrasti… cose talmente lontane ma che possono toccarsi, amalgamarsi, fondersi”. È la sua estetica. Il lontano che non si annulla. Il passato che entra nel presente come innesto, non come travestimento. Ed è così in ogni sua collezione e la Primavera-Estate 2026 è stata una ennesima prova narrativa. Una Sardegna evocata, letteraria, con figure come Frieda von Richthofen e D.H. Lawrence che sembrano approdare ad Alghero. Ma il gesto tecnico è più radicale: alternare capi nuovi a frammenti autentici di costumi tradizionali, “troppo belli per essere rivisitati, troppo importanti per non essere condivisi”.
Quando arrivano ricami e parti originali, rifiuta la replica: “Ho pensato che sarebbe stato sciocco riprodurli, ho solo provato a prendere questi pezzi.” Li porta in atelier a collezione già costruita, li stende sui tavoli, li combina, li sconvolge. E quando il pubblico non distingue più cosa è antico e cosa è nuovo, legge lì il successo dell’innesto: “La gente pensava che quelli erano i ricami della collezione mia. Questo vuol dire che siamo riusciti a innestare nella maniera più giusta elementi veramente del passato.” Poi c’è l’interno dell’abito: “Mi piaceva l’interno anziché l’esterno… quei segni, quei fili, quelle tracce… sono molto spesso più belle.” Vale per la moda, vale per l’isola.
Alla fine resta un’immagine. Il promontorio di Capo Caccia come gigante che dorme. La spiaggia della Speranza. E un rigagnolo largo quaranta centimetri che segna un confine tra due comuni. Lui lo attraversa sempre. “Io odio i muri, i confini. Amo passare da una parte all’altra, in assoluta libertà.” È questo il gesto che riassume tutto. Non un’identità da esibire, ma un movimento continuo. Andare restando. Cercare l’altrove senza perdere la radice. Tenere insieme gli opposti finché, con lui e dentro lui - è la magia dell'arte e della moda in fondo - smettono di esserlo.