Di Patrizia Piccinini
Le celebrazioni inaugurali di inizio anno sono ormai alle spalle. Tra le strade dilatate di Gibellina, però, il cambiamento è appena cominciato. Archiviata l’emozione dell’anniversario del disastroso terremoto che nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 rase al suolo la città e diversi centri della Valle del Belìce, la prima Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea entra nel tempo lungo del suo anno speciale. Portami il futuro, sotto la direzione artistica di Andrea Cusumano, oggi suona meno come una promessa e più come una responsabilità. Quella di smettere di essere una “cattedrale nel deserto” e diventare, finalmente, una città abitata.
Per capire cosa sta accadendo oggi bisogna tornare a quella notte tra il 14 e il 15 gennaio di 58 anni fa. Il sisma del Belice non distrusse solo edifici. Cancellò una civiltà contadina, i suoi ritmi, le sue geografie intime. Ed è in quel vuoto che è emersa la visione di Ludovico Corrao. Sindaco, intellettuale, figura radicale. Rifiutò una ricostruzione fatta di prefabbricati e rassegnazione. La sua chiamata fu netta: ricostruire con l’arte. Risposero alcuni tra i protagonisti più significativi del Novecento - Alberto Burri, Pietro Consagra, Ludovico Quaroni, Renato Guttuso - dando forma a un esperimento senza precedenti.
Gibellina Nuova non rinacque sulle macerie, ma diciotto chilometri più a valle. Una città pensata come una “Città del Sole” contemporanea, dove l’avanguardia avrebbe dovuto entrare nella vita quotidiana. Poco distante, intanto, restava il silenzio assoluto del Grande Cretto di Burri. Quella colata di cemento bianco che sigilla le rovine della città vecchia è ancora oggi la vera bussola di Gibellina. Un’opera d’arte che non consola, ma ricorda. Perché ogni utopia, se vuole reggere, deve restare ancorata al dolore che l’ha generata.
Camminando oggi per Gibellina si percepiscono insieme la potenza e la vulnerabilità di quell’idea. Il progetto urbanistico di Ludovico Quaroni, con la sua pianta a farfalla, tentava di dare una grammatica razionale al trauma. Di trasformare una ferita in forma. Ma l’architettura visionaria ha chiesto il suo prezzo. Piazze smisurate, quasi metafisiche, spesso rimaste senza corpi. Edifici iconici ma fragili, come la Chiesa Madre, la cui sfera monumentale è diventata nel tempo il simbolo di una bellezza difficile da mantenere. Più pensata che vissuta.
Il programma in corso interviene proprio su questo nodo: ricucire la distanza tra le architetture-manifesto e la vita quotidiana. Non con nuove icone, ma riattivando ciò che già esiste. La riapertura della Ex Chiesa di Gesù e Maria segna uno dei passaggi più significativi. Progettato da Nanda Vigo - che negli Anni 70 aveva introdotto luce, vetro e neon nella severità del cemento - oggi lo spazio non è più solo un luogo simbolico. È un ambiente condiviso. Attraversato da residenze artistiche, pratiche collettive, presenze. Artisti come Flavio Favelli e Lucia Veronesi lavorano qui a contatto diretto con la comunità, riportando l’arte a una dimensione di prossimità. Anche il Teatro di Pietro Consagra, rimasto per oltre quarant’anni un’incompiuta dolorosa al centro della città, ha trovato una nuova voce.
Il 2026 non si esaurisce entro i confini di Gibellina. Il programma si irradia verso i comuni della Valle del Belice e del Libero Consorzio di Trapani, trasformando il territorio in un sistema espositivo diffuso. Qui l’arte è un grimaldello per interpretare il presente. Lo sanno bene gli studenti di Gibellina e Salemi che, nel ruolo di guide, diventano narratori attivi di questo patrimonio. Ricuciono il legame tra le nuove generazioni e le tracce dell’avanguardia. Il palinsesto è un incrocio di geografie e linguaggi. Il Teatro di Consagra rivive grazie ai video di Masbedo e Adrian Paci. Le ferite del terremoto trovano un nuovo interlocutore nel camouflage dell’artista cinese Liu Bolin.
Il Circle of Life dell’inglese Richard Long torna finalmente a dialogare con il paesaggio siciliano. C’è spazio anche per le radici - con il focus sugli artisti dell’isola della collezione Galvagno e i drappi processionali dei Prìsenti - e per lo sguardo globale della mostra Domestic Displacement. Da Mona Hatoum a William Kentridge, quattordici artisti internazionali riflettono sullo spostamento. Un tema che a Gibellina, città nata altrove, risuona con una forza bruciante. Dalle visioni satellitari di Mediterranea ai reportage ghanesi di Gibellina Photoroad, fino al ritorno della grande stagione delle donne - Carla Accardi, Letizia Battaglia, Nanda Vigo - il 2026 si configura come un atlante di resistenze culturali. Non più un caso di studio. Una comunità che si riappropria del proprio spazio, usando le mappe di Alessandro Isastia e i disegni di Marzia Migliora per non perdersi più tra le proprie rovine.