di Giuditta Avellina
Per tredici minuti l’America ha cambiato lingua. Nel cuore dell’evento televisivo più patriottico e costoso dell’anno, davanti a oltre cento milioni di spettatori, Bad Bunny ha preso il centro del Levi’s Stadium di Santa Clara nel Super Bowl LX che ha visto vincere i Seattle Seahawks contro New England Patriots e lo ha trasformato in una casa. Anzi, in una casita portoricana costruita in mezzo al campo, mentre il football diventava sfondo. Il Super Bowl è sempre stato sport, patriottismo, spot miliardari e folklore americano. Ma il momento in cui diventa davvero cultura e quindi moda è l’intervallo. Quest’anno, quell’intervallo ha avuto un nome: Benito Martínez Ocasio. E un messaggio: "Together we are America". Quando ha attaccato Tití Me Preguntó, vestito crema dalla testa ai piedi, non è entrato in scena, ha occupato lo spazio con tavoli da domino, richiami alla vita di quartiere, ballerini con le pavas, i cappelli tradizionali dei jíbaros, un campo di canna da zucchero, anziani che giocano e venditori di piraguas e taco. Benvenuti a Puerto Rico, sembra davvero dirci Bad Bunny. E in America, tutta. Da quel momento in poi, il Super Bowl non è più stato solo sport. È diventato il Benito Bowl.
La cosa più interessante, in chiave luxury, è che Bad Bunny aveva già scritto il prologo con i vestiti. Alcuni giorni fa, alla conferenza stampa ufficiale dell’Halftime Show, si presentato in Bottega Veneta con un completo gessato grigio, cappotto shearling lungo, silhouette sartoriale netta. Ai piedi, sneaker della sua linea adidas BadBo 1.0. Pochi giorni prima, ai Grammy 2026, aveva scelto un custom tuxedo Schiaparelli Haute Couture firmato da Daniel Roseberry. Struttura architettonica, schiena costruita quasi come un corsetto, couture applicata al menswear.
Il set è pensato per essere leggibile anche a chi Puerto Rico non l’ha mai vista. La Casita, i balconi, le pavas, l’immaginario quotidiano: tutto costruisce una mappa emotiva. La scaletta non è una semplice carrellata di hit, ma una genealogia del suono portoricano. Tití Me Preguntó apre la festa. Yo Perreo Sola riafferma autonomia e identità. Safaera, Party, Voy a Llevarte Pa’ PR spingono l’energia verso il club. Monaco e Nueva York portano l’asse tra isola e diaspora. Café con Ron, El Apagón e Debí Tirar Más Fotos chiudono con stratificazione emotiva. Tra i riferimenti più sottili all’identità dell’isola compare anche il sapo concho, il rospo crestato portoricano endemico e a rischio estinzione, simbolo di resilienza naturale e culturale che Bad Bunny utilizza come metafora della sopravvivenza e della forza di Puerto Rico. Nel mezzo, gli omaggi: frammenti di Tego Calderón, Don Omar e soprattutto l’inserto di Gasolina di Daddy Yankee nel momento più esplosivo su La Casita. Non nostalgia ma radici dichiarate e sopra tutto, la frase finale proiettata: “The only thing more powerful than hate is love" e tutti gli Stati Uniti trasversalmente nel gran finale.
In uno dei momenti più toccanti della sua esibizione, mentre una coppia si sposava in diretta, Bad Bunny ha consegnato idealmente il suo Grammy appena conquistato a un ragazzino e ha detto: "Credi sempre in te stesso. " Il ragazzino presente nel segmento è l'attore Lincoln Fox, che è stato scelto come simbolo di speranza.
Lady Gaga ha indossato un abito blu Cinderella, una tonalità intensa ma luminosa, con una gonna a più strati e plissé che omaggiava i colori di Puerto Rico. Il vestito, un custom look firmato Luar, stilista indipendente di origine dominicana, era tagliato con una linea drop-waist, gli accessori, décolleté rosse con cinturino alla caviglia e una spilla raffigurante la Flor de Maga, il fiore nazionale di Puerto Rico hanno aggiunto un contrasto cromatico forte e un riferimento esplicito alla cultura portoricana. Il beauty look era semplice e sobrio. Subito dopo, Ricky Martin ha portato sul palco un outfit dai toni chiari e luminosi, coerente con la sua energia da palco ma più sobrio nelle linee rispetto a un look da red carpet.
All’interno della Casita, gli altri volti noti hanno portato look coerenti con la propria immagine pubblica e con il tono del palco, senza eccedere in costume: tra loro, Pedro Pascal ha scelto una silhouette rilassata e moderna, Karol G ha optato per un outfit dal taglio fit-driven, con silhouette che valorizzava le linee del corpo, Cardi B ha puntato su un’estetica più street-luxury. Ognuno parla il proprio linguaggio stilistico, coerente con la propria identità visiva e con il tono generale dello show, dove moda e performance diventano un sistema comunicativo integrato.
Per l’halftime del Super Bowl, Bad Bunny sceglie Zara. La scelta sorprende solo in apparenza: il look è costruito con precisione. Total cream in monocromia controllata: camicia con colletto rigido e cravatta sottile, sopra una maglia sportiva con il numero 64, pantaloncini coordinati e sneakers tono su tono adidas BadBo 1.0 (la sneakers della performance segna la terza iterazione della silhouette vista questa settimana, dopo l'edizione ultra limitata dei Grammy e la colorazione "Rise" dalla conferenza stampa della NFL). La silhouette lavora sul contrasto tra parte superiore più formale e parte inferiore più sportiva. Sul retro, il cognome Ocasio, quello della madre. Il numero 64 è letto come possibile riferimento al 1964, anno di nascita della mamma. Lo styling è firmato da Storm Pablo e Marvin Douglas Linares, che negli anni hanno definito un’estetica fatta di proporzioni controllate, layering pulito e dialogo costante tra sartoria e sportswear. Al polso, un Audemars Piguet Royal Oak da 37 mm in oro giallo con quadrante in malachite: dettaglio di alta orologeria che introduce contrasto e profondità in un outfit volutamente essenziale. Dopo il tuxedo Schiaparelli ai Grammy e il completo Bottega Veneta nella settimana pre-Super Bowl, Zara non è un downgrade ma una scelta di registro.
Sugli spalti, lo stadio si trasforma in Fashion Week. Travis Scott, Justin e Hailey Bieber, Kim Kardashian con Levis Hamilton, Leonardo DiCaprio, Kendall Jenner, Tyler The Creator, Roger Federer, Cardi B. E soprattutto Jay-Z, con Blue Ivy Carter. Blue Ivy indossa una varsity jacket Off-White ispirata all’estetica di Virgil Abloh e una Balenciaga Le City in denim. Heritage street e nostalgia Y2K nello stesso frame, luxury contemporaneo in versione Gen Z. Jay-Z non è solo una celebrity sugli spalti. È il fondatore di Roc Nation, partner creativo della NFL e figura chiave nella selezione dell’Halftime Show. La sua presenza è strutturale, non ornamentale. Il Super Bowl oggi è la front row più potente del pianeta: sport, moda, industria musicale e celebrity culture nello stesso perimetro.
Prima dell’Halftime di Bad Bunny, la serata ha seguito il rituale classico del Super Bowl: i Green Day hanno aperto con un medley rock composto da Holiday, Boulevard of Broken Dreams e American Idiot, riportando sul palco la loro energia politicizzata; a seguire i momenti istituzionali, con Charlie Puth all’inno nazionale americano (The Star-Spangled Banner), Brandi Carlile su America the Beautiful e Coco Jones su Lift Every Voice and Sing, mentre nel pre-game si era esibito anche Teddy Swims. Una sequenza perfettamente americana, che ha reso ancora più netto il cambio di lingua, ritmo e immaginario quando è entrato Bad Bunny.
Il lusso del Benito Bowl sta nel messaggio e nel controllo totale della narrazione. Passare da Schiaparelli couture a Zara senza perdere autorevolezza. Costruire una Casita in mezzo al football americano. Inserire la genealogia del reggaeton nel cuore dell’evento più mainstream del paese. Chiudere con una frase che è slogan e carezza insieme. Il Super Bowl LX verrà ricordato come l’anno in cui la cultura latina non è stata invitata nel mainstream. Lo ha occupato. E per una notte, l’America ha parlato spagnolo raccontando, sì, a tutto il mondo, che non esistono barriere, che le radici contano, che l'amore vince sull'odio, che la musica può fare cultura e politica, che lo stile è ciò che si è. E che i sogni sono fatti per essere realizzati. Parola di Benito Antonio Martínez Ocasio nato a Vega Baja il 10 marzo 1994, in arte Bad Bunny.
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