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entertainment08 febbraio 2026

I film e la neve, quando la montagna diventa simbolo di sfida estrema

Con le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 torna la voglia di atmosfere che evochino la conquista, il limite fisico e morale. Tutti gli ingredienti che ritroviamo sulle piste da sci e da pattinaggio degli atleti impegnati nei Giochi
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Di Marta Perego

La montagna è un'alternativa, un sogno, una sfida. È il luogo in cui si riscopre l'essenziale e dove le storie, reali o immaginate, trovano il loro spazio più autentico.

E se adesso le Olimpiadi invernali riportano l’attenzione globale sui territori alpini e sulla cultura della montagna, da sempre il cinema guarda alla montagna come a qualcosa di più di un semplice paesaggio.

Nei film è stata spesso il luogo della sfida estrema, della conquista, del limite fisico e morale. Le grandi spedizioni himalayane, le ascese impossibili e gli uomini soli contro la natura hanno costruito un immaginario potente, fatto di eroismo, rischio e silenzio.

Ma col tempo la montagna sullo schermo ha iniziato a raccontare anche altro. È diventata spazio interiore, luogo di fuga, di ascolto, di trasformazione. Dai kolossal ad alta quota ai film più intimi e contemplativi, il cinema di montagna ha seguito il cambiamento del nostro sguardo: meno conquista, più relazione; meno dominio, più consapevolezza.

Paolo Cognetti e la montagna esistenziale

Il primo nome che viene in mente quando si parla del rapporto tra cinema e montagna è certamente quello de Le otto montagne. Il romanzo di Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega nel 2017, è diventato in pochi anni un punto di riferimento nel modo di raccontare l’ambiente alpino, prima in letteratura e poi sul grande schermo. Con l’adattamento cinematografico diretto da Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, con Luca Marinelli e Alessandro Borghi, premiato a Cannes nel 2022, la montagna entra nel cinema contemporaneo non come sfondo spettacolare, ma come elemento narrativo centrale.

La storia segue l’amicizia tra Pietro e Bruno, nata da bambini in un piccolo paese della Valle d’Aosta e segnata da due modi opposti di vivere lo stesso luogo. Nel film, come nel romanzo, la montagna non è mai un semplice scenario. È una presenza che orienta le scelte dei personaggi, che unisce e divide.

Questo sguardo si sviluppa nei lavori successivi di Cognetti. Con Sogni di Grande Nord (2021) e Fiore Mio (2024), in cui lo scrittore è passato dietro la macchina da presa, ha raccontato le vette come spazio del sentire, osservato attraverso le persone e le storie incontrate lungo il cammino, senza l’urgenza dell’impresa.

Oggi questo percorso prosegue in Nepal, nella regione del Mustang, dove Cognetti sta lavorando a un nuovo film-documentario che chiude idealmente una trilogia iniziata proprio con Sogni di Grande Nord. Ancora una volta, la montagna non è una sfida eroica, ma un attraversamento fisico e interiore.

Roma, photocall del film Le Otto Montagne, nella foto Paolo Cognetti scrittore - Credits: AGFRoma, photocall del film Le Otto Montagne, nella foto Paolo Cognetti scrittore - Credits: AGF

Everest, le grandi spedizioni

Se esiste una montagna che più di ogni altra ha alimentato l’immaginario cinematografico delle grandi spedizioni, quella è l’Everest. Dalla prima storica ascesa degli anni Cinquanta fino ai kolossal contemporanei, la vetta più alta del mondo è diventata il simbolo assoluto del limite umano, dell’ambizione e del rischio estremo.

Un tassello fondamentale di questo immaginario è The Conquest of Everest, il documentario che racconta la prima ascensione del 1953 compiuta da Edmund Hillary e Tenzing Norgay. Girato in condizioni estreme, il film restituisce l’Everest come luogo di esplorazione e scoperta, quando l’alpinismo era ancora legato all’idea di ignoto e di impresa collettiva.

Nel 2015, lo stesso mito è tornato al centro del cinema con Everest di Baltasar Kormákur, che ricostruisce la tragica spedizione del 1996. Qui il racconto passa attraverso volti noti del cinema internazionale come Jake Gyllenhaal, Josh Brolin e Jason Clarke, chiamati a incarnare una stagione diversa dell’alpinismo: quella delle spedizioni commerciali, della pressione mediatica e di un rapporto sempre più ambiguo tra desiderio personale e sicurezza.

In Everest la vetta non è un traguardo garantito, e l’errore umano, sommato all’imprevedibilità della natura, diventa fatale. È un cinema che racconta la fine dell’illusione di controllo e il prezzo altissimo dell’ambizione.

Venezia, 72 Mostra Internazionale d' Arte Cinematografica. Photocall del film Everest (3D). Nella foto John Hawkes, Jason Clarke, Emily Watson, Josh Brolin, Baltasar Kormakur e Jake Gyllenhaal - Credits: AGFVenezia, 72 Mostra Internazionale d' Arte Cinematografica. Photocall del film Everest (3D). Nella foto John Hawkes, Jason Clarke, Emily Watson, Josh Brolin, Baltasar Kormakur e Jake Gyllenhaal - Credits: AGF

L’arrivo di Bianco, con Alessandro Borghi

È in questo solco che si inserisce uno dei film italiani più attesi dell’anno sul tema, le cui riprese si sono concluse a metà gennaio: Bianco, diretto da Daniele Vicari e interpretato da Alessandro Borghi nel ruolo di Walter Bonatti. Un progetto che riporta al centro l’alpinismo come questione morale prima ancora che sportiva.

Bianco racconta la drammatica spedizione del 1961 al Pilone Centrale del Frêney, sul Monte Bianco, una delle imprese più tragiche della storia dell’alpinismo. Girato in alta quota tra Valle d’Aosta, Alto Adige e set ricostruiti con grande rigore, il film segue Bonatti e i suoi compagni in una scalata segnata da una tempesta improvvisa che li blocca per giorni in parete, dando origine a una tragedia destinata a lasciare un segno profondo.

Bianco, diretto da Daniele Vicari e interpretato da Alessandro Borghi - Credits: Courtesy Press OfficeBianco, diretto da Daniele Vicari e interpretato da Alessandro Borghi - Credits: Courtesy Press Office

Festival da non perdere: la montagna sul grande schermo

Il cinema continua a essere uno dei luoghi privilegiati in cui queste storie prendono forma, si interrogano e si rinnovano. Per chi vuole seguire questo immaginario da vicino, ci sono appuntamenti ormai imprescindibili.

La 14ª edizione del BANFF Mountain Film Festival World Tour Italia ha preso il via da Milano, con la serata di apertura nazionale al Teatro Carcano il 3 febbraio, per poi attraversare fino al 20 marzo oltre quaranta città tra Italia e Svizzera italiana, portando il meglio dei film e documentari del festival nato nel 1976 nel cuore del Canada.

Dal grande alpinismo allo sci estremo, dall’arrampicata su ghiaccio al kayak e alla mountain bike, il programma 2026 propone uno sguardo contemporaneo sull’avventura: non solo performance sportiva, ma scelta, ascolto dell’ambiente, responsabilità verso territori fragili. Il tema della “linea” — la traccia immaginata prima di essere percorsa — diventa il filo conduttore di racconti che parlano tanto agli sportivi quanto a chi vede nella montagna uno spazio di ispirazione e limite.

Torna anche la Rassegna dei Film e dei Protagonisti della Montagna di Udine, giunta alla sua 41ª edizione. Sei serate a ingresso gratuito, tra febbraio e marzo, dedicate alla storia dell’alpinismo e ai suoi grandi interpreti, dall’Himalaya alle Dolomiti. Ospite d’eccezione sarà Denis Urubko, uno dei nomi più importanti dell’alpinismo contemporaneo, protagonista di un incontro che chiuderà la rassegna.

In un momento storico in cui la montagna è sempre più al centro del dibattito culturale, ambientale e sportivo, questi festival sono spazi in cui il cinema diventa strumento per riflettere sul nostro rapporto con l’altitudine, il rischio, il paesaggio e l’avventura. E per continuare a guardare in alto, anche quando si esce dalla sala.

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