Di Marta Perego
"Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole". Lo diceva Alda Merini, la poetessa milanese nata il 21 marzo, a primavera, che scriveva su foglietti sparsi e sulle pareti della sua casa sui Navigli con il rossetto, tra una sigaretta e l'altra, in una stanza da letto che era anche studio e palcoscenico. Non aveva un profilo social. Eppure, oggi i suoi versi circolano ovunque online, condivisi e ricondivisi da ragazze di vent'anni che forse non l'hanno mai letta in forma cartacea, e che forse non sapevano nemmeno di averne bisogno, fino al momento in cui le sue parole sono comparse sul loro schermo.
È questa la storia della poesia nel 2026: una trasformazione continua. Prima Saffo, poi Emily Dickinson, Sylvia Plath sottolineata di notte nei dormitori universitari, poi Patrizia Cavalli e la sua ironia tagliente, Rupi Kaur sui social con i disegni fatti a mano, e ora i reel, i video in camera da letto, i versi generati dall'intelligenza artificiale. La forma cambia. Il bisogno di esprimere i propri sentimenti resta.
Tutto è cambiato quando poeti come la canadese Rupi Kaur hanno iniziato a pubblicare i loro versi sui propri profili online: testi brevi in caratteri minuscoli, senza punteggiatura, accompagnati da disegni fatti a mano su fondo bianco. Un'estetica minimal che ha conquistato milioni di persone in tutto il mondo. Kaur conta oggi 4,2 milioni di follower e le sue raccolte hanno superato i 12 milioni di copie vendute, tradotte in oltre 40 lingue. Numeri da pop star, non da poeta.
La formula della cosiddetta “instapoetry” -che offre accessibilità, immediatezza, condivisibilità- ha aperto la strada a una generazione intera di nuove voci. L'”instapoeta” oggi non è solo uno scrittore: è anche direttore creativo, responsabile marketing e influencer. Non basta pubblicare online, bisogna essere presenti, interagire con il pubblico, diventare una sorta di "poeta del popolo". E il mercato ha risposto: il 2023 è stato l'anno record assoluto per le vendite di poesia nel Regno Unito, per esempio.
Il passo successivo è stata l’evoluzione delle piattaforme social: la forma si trasforma ancora. Non più solo testo su schermo, ma voce, volto, emozione in diretta. Poetesse come Whitney Hanson (3,9 milioni di follower) leggono i propri versi in camera, su sottofondo musicale morbido: i suoi video hanno totalizzato oltre 78 milioni di like. Su queste piattaforme la poesia è diventata anche uno strumento di benessere psicologico: esperti della mente concordano sui benefici della scrittura poetica come pratica di cura di sé e di catarsi collettiva, specie tra i più giovani.
Le regole del gioco sono cambiate: creator come Raegan Fordemwalt, di 22 anni, hanno esordito con raccolte di successo in libreria. Il percorso si è invertito: non più il poeta che aspetta di essere pubblicato, ma il seguito online che spalanca le porte dell'editoria tradizionale.
La frontiera più scottante del 2026, però, è un'altra: l'intelligenza artificiale. Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha dimostrato che i lettori non esperti non riescono a distinguere le poesie generate dall'AI da quelle scritte da poeti umani e anzi tendono a valutare i versi artificiali come più belli e ritmicamente riusciti. Un dato che ha scosso il mondo letterario.
Esistono tool e strumenti di intelligenza artificiale, chiamati “poem generators”, che offrono supporto alla scrittura creativa. Generando versi, haiku, piccole poesie. La domanda non è più se l'AI possa scrivere poesia, ma cosa significhi farlo. E soprattutto cosa significhi essere autori nell’epoca delle intelligenze artificiali.
Ma il fenomeno forse più inaspettato è un altro: le poetesse del passato sono diventate trend topic. L'hashtag #sylviaplath ha accumulato oltre 150 milioni di visualizzazioni. Circolano video in cui ragazze leggono Lady Lazarus con la voce spezzata, montages malinconici sulle poesie di Ariel, racconti di chi ha scoperto Plath a sedici anni e dice che "le ha impostato il mood per il resto della vita". La metafora dell'albero di fichi da La campana di vetro è diventata un trend virale con migliaia di utenti che scrivono i propri sogni su rami disegnati e li leggono ad alta voce. Emily Dickinson, Federico García Lorca, Alda Merini: gli hashtag dedicati ai poeti canonici proliferano. Così la poesia non è un oggetto statico confinato nelle raccolte, ma diventa una forma d'arte in costante dialogo con i lettori di tutto il mondo.
Non tutto si consuma, però, dietro uno schermo. A Milano, il Teatro Elfo Puccini propone da anni il Menu della Poesia, un format originale in cui il pubblico cena mentre attori-camerieri servono versi al posto delle portate: da Leopardi a Bukowski, da Mariangela Gualtieri ad Alda Merini. Un rito conviviale che trasforma la poesia in esperienza sensoriale e collettiva.
E quest’anno il Book Pride, la fiera dell'editoria indipendente alla decima edizione ospitata negli spazi di Superstudio Maxi a Milano, ha scelto come tema un verso di Emily Dickinson: La speranza è la cosa con le piume. Tra gli ospiti, il poeta marocchino Mohammed Bennis tra le voci più autorevoli della scena poetica araba contemporanea, che dialogherà sul ruolo della poesia come spazio di libertà e responsabilità culturale e il palestinese Aysar al Saifi: voci che ricordano come la poesia sia sempre stata anche resistenza, anche quando il mondo brucia.
Cosa ci dice tutto questo? Che la poesia non ha mai smesso di essere necessaria. Ha cambiato pelle dal foglio stampato al reel di 30 secondi, dal reading in libreria al verso generato da un'AI. Ogni volta qualcuno ha detto che era finita. Ogni volta si è sbagliato. La forma cambia. Il bisogno resta. Dai tempi di Saffo a oggi. Buona Giornata Mondiale della Poesia.
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