Di Matteo Dall'Ava
L'abilità più difficile da recuperare, oggi, potrebbe essere l'attenzione. Settembre è il mese dei nuovi inizi, a partire dal ritorno sui banchi di scuola. Lo è sempre stato. Oggi coincide anche con l'apertura delle iscrizioni ai corsi che accompagneranno l'autunno e l'inverno. Basta dare un'occhiata ai programmi di associazioni culturali, scuole civiche e laboratori per rendersi conto di quanto sia ampia l'offerta: lingue straniere, fotografia, yoga, cucina, ceramica, teatro, programmazione. Quasi tutti promettono di imparare a fare qualcosa. Molto più rari sono i corsi che insegnano, prima ancora, a percepire.
Negli ultimi anni, però, qualcosa sembra essere cambiato. Accanto alla formazione orientata alle competenze stanno prendendo spazio esperienze che invitano a rallentare il ritmo e a ristabilire un rapporto più diretto con ciò che ci circonda. Non promettono una nuova professione né una certificazione da aggiungere al curriculum. Offrono piuttosto l'occasione di guardare con maggiore attenzione, ascoltare davvero, riscoprire il valore del contatto con i materiali, riconoscere un odore o assaporare un alimento senza fretta.
È una piccola rivoluzione silenziosa. Perché il problema, oggi, non è la mancanza di stimoli. Al contrario, non ci sono mai state così tante immagini, suoni e informazioni a contendersi la nostra attenzione. Eppure, proprio questa abbondanza rischia di rendere tutto indistinto. Si guarda senza osservare, si ascolta senza sentire, si mangia senza degustare. Forse è anche per questo che stanno suscitando interesse corsi capaci di riportare al centro i cinque sensi.
Dal Nature Journaling alla cianotipia, dalla Foley Art al kintsugi, passando per la profumeria artigianale e le fermentazioni naturali, ecco dieci esperienze da provare a settembre che hanno un tratto comune: insegnare a prestare attenzione.
Gli occhi non si fermano quasi mai. Scorrono fotografie, notifiche, video, cartelloni, vetrine. È l'attenzione, semmai, ad essersi accorciata. Per questo sempre più persone scelgono attività che restituiscono tempo allo sguardo.
Un taccuino, una matita e una domanda: che cosa cambia quando si osserva davvero? Il Nature Journalingparte da qui. Disegnare è quasi un pretesto. Il vero esercizio consiste nell'accorgersi di dettagli che normalmente sfuggono: la disposizione delle foglie su un ramo, il colore di una corteccia, il comportamento di un insetto, la forma di una nuvola. Nato negli Stati Uniti grazie al naturalista John Muir Laws, questo metodo unisce osservazione, scrittura e disegno in un unico strumento di esplorazione. In Italia una delle figure che più hanno contribuito alla sua diffusione è la pedagogista Monica Guerra, impegnata da anni nell'educazione outdoor e curatrice della traduzione italiana della guida introduttiva della Wild Wonder Foundation.
Anche la cianotipia costringe a rallentare. Molto prima della fotografia digitale, ottenere un'immagine richiedeva preparazione, luce e attesa. Inventato nel 1842 dallo scienziato inglese John Herschel, questo procedimento fotografico utilizza sali di ferro sensibili alla luce per creare stampe dal caratteristico blu di Prussia. Ogni fase ha i suoi tempi e i suoi gesti: preparare la carta, disporre gli oggetti o il negativo, esporre il foglio al sole, lavarlo, attendere che il colore si trasformi. Nei workshop di Deaphoto, storica associazione fiorentina dedicata alla cultura fotografica, la tecnica storica incontra la sperimentazione contemporanea, dimostrando che uno dei primi processi fotografici può ancora sorprendere.
Se la vista domina il nostro rapporto con il mondo, l'udito lavora quasi sempre in secondo piano. È lì, costante, ma raramente gli viene dedicata la stessa attenzione. Eppure ogni luogo possiede una propria identità sonora, fatta di rumori, pause e sfumature che raccontano molto più di quanto sembri.
Per qualche minuto la vista passa in secondo piano. A guidare il percorso diventano il rumore di un tram, il vento tra gli alberi, il ronzio di un condizionatore, il vociare di un mercato o il silenzio improvviso di un cortile. È questa la logica del Soundwalking, una pratica che invita a camminare lasciandosi orientare dai suoni invece che dalle immagini. Non cambia il paesaggio: cambia il modo di attraversarlo. In Italia uno dei principali riferimenti è Tempo Reale, il centro di ricerca musicale fondato da Luciano Berio, che da anni sviluppa progetti dedicati al paesaggio sonoro e all'ecologia dell'ascolto.
Il rumore di un osso che si spezza, spesso, è un gambo di sedano. Una cavalcata può nascere battendo due mezze noci di cocco su un tavolo. La pioggia, il crepitio del fuoco o il cigolio di una porta possono essere ricreati con oggetti di uso quotidiano. Il cinema è pieno di illusioni sonore e la Foley Art è il mestiere che le rende possibili. Ogni effetto viene sincronizzato con l'immagine per costruire un universo credibile, anche quando nulla di ciò che si sente è stato realmente registrato sul set. Il Centro Sperimentale di Cinematografia rappresenta ancora oggi il principale punto di riferimento italiano per la formazione nelle professioni del suono.
Molto prima delle tastiere e dei touchscreen, il sapere passava dalle mani. Ogni mestiere costruiva il proprio lessico attraverso movimenti ripetuti migliaia di volte. Alcuni di quei gesti sopravvivono ancora oggi e continuano a insegnare qualcosa che va oltre la semplice manualità.
Prima ancora di diventare una metafora, il kintsugi è un esercizio di pazienza. L'antica tecnica giapponese ricompone le ceramiche rotte utilizzando una lacca impreziosita da polveri metalliche che rende visibili le fratture invece di nasconderle. Ogni riparazione richiede tempo, precisione e la capacità di aspettare che ogni passaggio sia completato prima di affrontare quello successivo. È probabilmente questa lentezza, più ancora dell'estetica, ad affascinare chi si avvicina oggi a questa pratica. Nei laboratori organizzati da Corsi Corsari il kintsugi viene insegnato nel rispetto della tradizione, come un'arte che invita a cambiare prospettiva sul concetto stesso di imperfezione.
La cesteria racconta una storia ancora più antica. Molto prima della plastica, ogni cesta nasceva da un intreccio di rami, acqua e mani. Quel gesto, cambiato pochissimo nei secoli, continua ancora oggi a insegnare il ritmo della materia. Salice, vimini o giunco non si lasciano forzare: vanno osservati, piegati nel momento giusto, accompagnati. Intrecciare significa imparare a seguire il materiale invece di imporgli una forma. Nei laboratori organizzati da Libera Polis questa tradizione viene proposta come una pratica contemporanea, capace di mettere insieme artigianato, sostenibilità e creatività senza trasformarsi in una semplice dimostrazione folkloristica.
Un odore arriva spesso prima di un ricordo. Basta il profumo di una pianta aromatica, della pioggia sull'asfalto o di un dolce appena sfornato perché riaffiorino luoghi e persone che sembravano dimenticati. È il senso che dialoga più direttamente con la memoria e forse anche per questo resta uno dei meno allenati.
La profumeria artigianale non consiste soltanto nel creare una fragranza piacevole. Significa imparare a riconoscere le materie prime, capire come cambiano nel tempo, distinguere le note che emergono subito da quelle che compaiono lentamente. È un linguaggio fatto di botanica, chimica, cultura e memoria. L'Ateneo dell'Olfatto propone percorsi che accompagnano alla scoperta del profumo come fenomeno culturale prima ancora che estetico, mostrando quanto un'essenza possa raccontare un'epoca, un territorio o un'emozione.
Anche l'erboristeria educa l'olfatto. Foglie, cortecce, radici, resine e fiori hanno aromi che permettono di riconoscere le piante ancora prima di osservarle con attenzione. Imparare a distinguerli significa entrare in un sapere costruito nei secoli e oggi reinterpretato alla luce della ricerca scientifica. Le attività formative di Aboca, dedicate alla cultura delle piante medicinali, mostrano come botanica, storia e divulgazione possano convivere, restituendo profondità a conoscenze che spesso vengono ridotte a semplici rimedi naturali.
Mangiare è un gesto quotidiano. Degustare è un'altra cosa. Il gusto non dipende soltanto dalla lingua. Coinvolge l'olfatto, la consistenza degli alimenti, la temperatura, perfino le aspettative. Per questo anche il palato può essere educato.
L'analisi sensoriale trasforma l'assaggio in un metodo. Dietro la valutazione di un olio extravergine, di un miele o di un formaggio esistono protocolli condivisi, lessici precisi e tecniche che permettono di riconoscere aromi, difetti e caratteristiche qualitative. È una disciplina utilizzata nella ricerca, nell'industria alimentare e nella valorizzazione delle produzioni agroalimentari. Il CREA è tra i principali enti italiani impegnati nella formazione e nella diffusione della cultura dell'analisi sensoriale.
Anche le fermentazioni naturali raccontano un modo diverso di guardare al cibo. Nel pane a lievitazione naturale, nel kefir, nel kombucha o nel miso il tempo non serve ad aspettare: è uno degli ingredienti. Lieviti e batteri trasformano lentamente gli alimenti, modificandone aromi, consistenze e caratteristiche nutrizionali. I corsi dedicati alle fermentazioni stanno vivendo una nuova stagione di interesse proprio perché uniscono cucina, microbiologia e tradizione, riportando al centro pratiche antiche con strumenti e conoscenze contemporanee.
A prima vista questi corsi sembrano avere poco in comune. Uno si svolge in un bosco, un altro in una camera oscura; uno insegna ad ascoltare il rumore di una città, un altro a intrecciare fibre vegetali o a riconoscere le note di un profumo.
In realtà condividono la stessa idea: prima ancora di acquisire una competenza, invitano a recuperare una forma di attenzione.
Non promettono una nuova professione né una certificazione. Offrono qualcosa di meno misurabile e, forse proprio per questo, sempre più ricercato: il tempo necessario per osservare un dettaglio, ascoltare un suono senza distrazioni, seguire con le mani la resistenza di un materiale, riconoscere un aroma o assaporare davvero ciò che si ha nel piatto.
In un'epoca che premia la velocità, questi corsi scelgono deliberatamente la lentezza. Non chiedono di fare di più. Chiedono di accorgersi di più. E forse è proprio questa la competenza che settembre, ogni anno, ricorda di poter ancora insegnare.
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