Di Giuditta Avellina
Negli ultimi anni la cultura pop ha iniziato a raccontare un cambiamento profondo nel modo in cui la mascolinità viene rappresentata. Non si tratta di una rivoluzione teorica, né di un palese manifesto ideologico, ma di un processo più sottile: avviene nei red carpet, nelle campagne moda, nei film premiati e perfino nei palchi più spettacolari della televisione americana. Il modello del macho dominante, costruito per decenni su controllo emotivo e distanza dal femminile, non scompare improvvisamente, ma perde centralità. Al suo posto emerge una grammatica diversa, più fluida, in cui identità, vulnerabilità e sensibilità estetica diventano elementi legittimi della presenza maschile nello spazio pubblico.
Due figure recenti del contemporaneo rendono questo passaggio particolarmente evidente: Bad Bunny e Paul Mescal. Non provengono dallo stesso mondo e non parlano allo stesso pubblico né utilizzano gli stessi strumenti culturali, ma incarnano un uguale spostamento simbolico. Occupano luoghi centrali dell’immaginario globale, ossia musica pop planetaria e cinema d’autore, mostrando che il potere maschile oggi può essere costruito anche attraverso un ingrediente non previsto: la vulnerabilità.
Uno dei momenti più emblematici di questa trasformazione è arrivato sul palco più mainstream della cultura pop americana, il Super Bowl. Durante l’halftime show, visto da oltre cento milioni di spettatori, Bad Bunny ha occupato uno spazio tradizionalmente associato a una rappresentazione iper-virile dello spettacolo, l'imperturbabile, una sorta di uomo-che-non-deve-chiedere-mai.
La scelta estetica nello show di Bad Bunny è stata sorprendente. In un contesto in cui gli artisti spesso esibiscono marchi di lusso o haute couture, l'artista ha indossato outfit su misura realizzati da Zara, trasformando un brand accessibile in un gesto di potere culturale. Il messaggio non era anti-lusso, ma qualcosa di diverso: una forma di post-luxury, dove il valore simbolico non dipende dal costo dell’abito, ma dal capitale culturale dell’artista che lo indossa. Durante lo show il cantante ha alternato una jersey da football personalizzata con il nome “Ocasio” sulla schiena e il numero 64 - riferimento alla madre - a un completo sartoriale crema e accessori calibrati, tra cui le scarpe nate dalla sua collaborazione con Adidas.
Il significato simbolico è forte: su uno dei palchi più virili della cultura americana, Bad Bunny costruisce un’immagine di potere basata su sobrietà e controllo narrativo. Un' estetica che non nasce dal nulla, ma è il risultato di anni di lavoro insieme allo stylist Storm Pablo, figura chiave nella costruzione dell’immagine pubblica dell’artista. Un esempio iconico è il look del Met Gala 2023, dove Bad Bunny appare in total white con un elemento che rompe il codice classico del tuxedo maschile: la schiena scoperta. Il gesto sposta l’attenzione dalla corazza sartoriale, dal look qualificante al corpo come superficie espressiva.
In questo attraversamento di musica, moda e spettacolo, Bad Bunny rende plausibile un’idea di mascolinità meno rigida: un uomo che non deve dimostrare durezza per occupare uno spazio culturale dominante, ma che può far parlare di sé attraverso un sistema valoriale inconsueto, fatto, paradossalmente, anche di una certa, ammaliante, timidezza.
Se Bad Bunny rappresenta questa trasformazione attraverso la spettacolarità del pop globale, Paul Mescal lavora nella direzione opposta, ossia la sottrazione, quel poco diffuso "less is more" connesso all'attitudine. La sua immagine pubblica nasce dal personaggio di Connell nella serie Normal People. Un protagonista maschile lontano dall’archetipo dominante: timido, emotivamente esposto, incapace di nascondere fragilità e insicurezze. Quella figura diventa immediatamente riconoscibile per una generazione di spettatori perché non è il classico eroe romantico né il divo dominante, ma un uomo che vive l’amore e la vita con tenerezza e complessità. Il percorso prosegue con Aftersun, film che porta Mescal alla candidatura all’Oscar come miglior attore e dove interpreta un padre giovane emotivamente complesso, segnato da una malinconia silenziosa che attraversa tutto il film.
Negli anni successivi la sua filmografia continua su questa linea: All of Us Strangers, Foe e progetti più mainstream come Gladiator II. Anche quando entra nel grande cinema industriale, Mescal non abbandona quella dimensione emotiva che lo ha reso riconoscibile. Parallelamente cresce anche il suo ruolo nel sistema moda. Mescal diventa ambassador Gucci, accompagnato dal lavoro della stylist Felicity Kay, che costruisce per lui un’estetica precisa: linee pulite, tailoring essenziale ed eleganza controllata. Una delle immagini più emblematiche è quella degli Oscar 2023, dove Mescal indossa uno smoking bianco Gucci con una presenza quasi fragile, lontana dalla tradizionale fisicità hollywoodiana.
In questo modo Mescal ridefinisce anche l’idea stessa di sex symbol contemporaneo: non un uomo invulnerabile, ma una figura capace di esprimere fragilità emotiva senza perdere autorevolezza.
A prima vista Bad Bunny e Paul Mescal sembrano appartenere a universi lontani: pop globale e cinema intimista, spettacolo e minimalismo, trap latino e teatro britannico. Eppure la loro connessione è sistemica per molti motivi. Entrambi orbitano nell’universo Gucci, entrambi utilizzano la moda come linguaggio identitario e non come semplice ornamento. Ma soprattutto entrambi rendono mainstream un modello di mascolinità che la sociologia descrive da anni con il concetto di inclusive masculinity. Si tratta della possibilità, nelle società contemporanee, di svincolare l’identità maschile dall’obbligo della durezza. Bad Bunny lo fa attraverso un pop globale che intreccia musica, moda e simboli culturali latinoamericani. Mescal lo realizza attraverso il cinema d’autore e un’estetica misurata che ridefinisce l’immagine dell’attore maschile. L’effetto però coincide, perché la mascolinità non è più un blocco monolitico, ma uno spazio stratificato. E la fine del macho non significa un uomo “meno uomo”, ma un uomo che non deve più dimostrare continuamente di esserlo.
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