Di Matteo Dall’Ava
Gli Smart Glasses (letteralmente, occhiali intelligenti) non sono più un’idea fantascientifica, ma una realtà che si sta facendo sempre più largo nel nostro guardaroba tecnologico (qui tutte le novità dal CES di Las Vegas). Li si riconosce dallo spessore delle aste e da quei piccoli inserti che nascondono microfoni, altoparlanti, sensori o addirittura minuscoli schermi. In sostanza, sono montature che uniscono design e circuiti per offrirci funzioni oggi disperse tra smartphone, auricolari e display.
Esistono modelli pensati per immortalare e condividere la nostra vita in tempo reale, altri che proiettano testi o icone nel campo visivo tramite un display a guida d’onda (un sistema che permette di vedere immagini “sospese” davanti agli occhi senza avere uno schermo vero e proprio), altri ancora che trasformano la realtà in un maxischermo virtuale e, infine, occhiali che migliorano ascolto e qualità audio, ideati per chi ha difficoltà uditive. Nati per stupire, questi dispositivi hanno ancora limiti in termini di peso, autonomia e adattamento alle lenti da vista, ma raccontano già molto del futuro che ci attende.
In questa categoria rientrano tutti quegli smart glasses dotati di fotocamera e telecamera, seppur miniaturizzate. In questo universo di dispositivi pensati per raccontare, sorprendere e documentare ogni istante, spiccano i Ray-Ban Meta Gen 2, cioè di seconda generazione. Con la loro aria da classici Wayfarer – gli iconici modelli squadrati diventati simbolo del brand – nascondono un piccolo arsenale: una fotocamera ultrawide da dodici megapixel in grado di registrare video verticali 3K, altoparlanti integrati nelle aste e un array (struttura complessa) di cinque microfoni che cattura voce e ambiente per restituire un audio ottimale. La memoria interna da 32 GB consente di salvare ore di video, mentre l’autonomia di otto ore e la custodia-batteria che aggiunge altre quarantotto ore permettono di affrontare un weekend fuori porta senza ansie.
Grazie a Meta AI è possibile scattare foto, avviare una diretta o rispondere ai messaggi con un semplice comando vocale; ma anche ascoltare traduzioni dal vivo. Mentre per capire cosa ci circonda basta inquadrare la scena o l’oggetto, pronunciare “Hei Meta” e porre la domanda per ascoltare istantaneamente la risposta. Così, ad esempio, visitare un museo è tutta un’altra esperienza per coloro che sono curiosi di capire cosa stanno osservando. Abbiamo, inoltre, le versioni sportive, firmate Oakley, che condividono la stessa architettura dei Ray-Ban, ma strizzano l’occhio a ciclisti, runner e agli appassionati di sport invernali. Se da un lato questi occhiali spalancano un nuovo canale narrativo — una corsa vista in prima persona, le mani che cucinano, il tamburellare sul volante nel traffico — dall’altro ricordano che indossare cinquanta grammi di elettronica sulle tempie non è (ancora) comodissimo, soprattutto per chi porta gli occhiali tutto il giorno.
Questa seconda categoria è destinata a chi lavora con le parole o con le mani, e per tutti coloro che hanno bisogno di informazioni senza distrarsi. I più rappresentativi sono gli smart glasses Even Realities G2. E anche in questo caso siamo già alla seconda generazione ottimizzata. Questi occhiali intelligenti non hanno telecamere, ma un raffinato display a guida d’onda. In pratica nella parte interna del frontale, all’altezza dei raccordi con le stanghette, due microproiettori con tecnologia micro-led proiettano testi, icone e indicazioni direttamente sulle lenti dell’occhiale davanti agli occhi: un campo visivo di 27,5 gradi, una risoluzione di 640×350 pixel e una luminosità di 1.200 nit, sufficiente persino sotto il sole.
Grazie all’assistente integrato Conversate, alla funzione teleprompter, alla traduzione simultanea e alla navigazione passo-passo, permettono di leggere una scaletta durante un’intervista, seguire istruzioni in officina, consultare informazioni durante una lezione o ricevere direzioni senza guardare il telefono. Per muoversi all’interno delle note, questi occhiali si accompagnano a uno smart ring, un anello intelligente che funziona da mouse. La batteria dura fino a due giorni e la custodia di ricarica garantisce sette ricariche aggiuntive: un piccolo miracolo portatile. Sono ancora prodotti specialistici — e i colleghi potrebbero chiedersi se stiate leggendo appunti o una mail durante la riunione — ma lasciano ben intendere come potrebbe cambiare il lavoro d’ufficio.
Questi non sono dei veri e propri occhiali come siamo abituati a intendere. Sono molto più simili a grandi schermi TV a portata di montatura. Chi è appassionato di cinema, gaming e intrattenimento troverà negli Xreal Air 2 e Air 2 Pro un’anticipazione del futuro. Due micro-OLED ad alta densità proiettano su due lenti ad hoc posizionate tra gli occhi e il frontale dell’occhiale, un vero e proprio cinema personale: risoluzione Full HD, frequenza a 120 Hz, 52 gradi di campo visivo e luminosità fino a 500 nit.
Non possiedono una batteria interna — e questo li rende paradossalmente più leggeri — ma devono essere collegati con un cavo USB-C a uno smartphone, a una console portatile o a un laptop. In compenso, trasformano un viaggio in treno in una sala proiezioni privata, permettono di giocare a titoli da console con un’immersione inaspettata e regalano l’impressione di un grande schermo anche in una stanza minuscola. Non sono occhiali “da passeggio” e nemmeno dispositivi pensati per leggere un romanzo: l’esperienza migliore arriva al buio o in ambienti controllati, e la custodia richiede spazio. Ma quando si accendono, stupiscono come il primo televisore al plasma visto anni fa in un negozio di elettronica.
Infine, esistono occhiali intelligenti nati per ascoltare. I Bose Frames sono tra i pionieri: diverse montature da sole con altoparlanti direzionali nascosti nelle aste che permettono di ascoltare musica e rispondere alle chiamate mantenendo le orecchie libere. L’audio è discreto, anche se chi vi sta accanto percepirà un leggerissimo sussurro: compromesso accettabile per chi non ama gli auricolari. A loro si affiancano i Nuance Audio, destinati a chi ha difficoltà uditive. Non sono apparecchi acustici medici, ma occhiali che integrano microfoni che ascoltano e altrettanti altoparlanti progettati per amplificare i suoni dell’ambiente.
Ovviamente come tutti gli smart glasses sono personalizzabili tramite app. La batteria dura dalle sei alle otto ore, la ricarica richiede circa tre ore, non trasmettono musica né telefonate, ma migliorano la percezione vocale mantenendo l’estetica di una montatura tradizionale. Sono forse la categoria più “umana” degli smart glasses: non promettono magie, ma un miglioramento reale nella vita quotidiana.
Registrare la vita in prima persona, tradurre un dialogo al volo, trasformare un treno affollato in una sala cinema o ascoltare meglio grazie a una montatura elegante ha un fascino irresistibile. Non stupisce che il mercato degli smart glasses sia cresciuto in modo vertiginoso e che aziende molte aziende tech stiano puntando forte su questo settore. Eppure, l’entusiasmo tende a smorzarsi dopo qualche settimana. Gli occhiali vanno ricaricati spesso, sono più pesanti delle montature tradizionali, non sempre si adattano facilmente alle lenti da vista e, in alcuni casi, lasciano trapelare l’audio. Chi li usa tutti i giorni scopre che non sostituiscono - ancora - smartphone, cuffie e schermi.
La verità è che sono una meravigliosa anticipazione del futuro, più che un accessorio indispensabile del presente. Affascinano, divertono, sorprendono. Ma il momento in cui diventeranno “gli occhiali di tutti i giorni” deve ancora arrivare; anche se non manca molto. Nel frattempo, restano un piccolo assaggio del mondo che verrà: elegante, brillante e un po’ magico, proprio come piace a noi.
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