Ormai esiste un’app per tutto e quando si tratta di buoni propositi ancora di più. Ogni gennaio sembra una questione di forza di volontà. Si parte convinti, si stilano elenchi ordinati, si promette a sé stessi che questa volta sarà diverso. Eppure, secondo le ricerche più citate sul tema, oltre il 90% dei buoni propositi si dissolve entro la fine di marzo. Non per mancanza di desiderio, ma per un errore di impostazione: si confonde l’intenzione con l’architettura che dovrebbe sostenerla nel tempo (tradotto: la forza di volontà).
Chi arriva a dicembre non lo fa perché è più motivato, ma perché ha costruito un sistema capace di funzionare anche quando la motivazione sparisce.
Abbiamo pensato quindi a una serie di app che, mese dopo mese, possano aiutare a identificare e mantenere gli obiettivi. Per far sì che ogni buon proposito diventi realtà.
All’inizio dell’anno il problema non è decidere cosa si vuole, ma evitare che il proposito resti un desiderio ben scritto. Le app pensate per questa fase non servono a ricordare cosa fare, ma a rendere esplicito cosa non fare. Strides, per esempio, lavora come un cruscotto annuale: trasforma obiettivi vaghi in traiettorie visibili, mostrando progressi, rallentamenti e punti di rottura prima che diventino irreversibili. È uno strumento che racconta una storia nel tempo, più che spingere all’azione quotidiana.
GoalsOnTrack sceglie un’altra strada, più progettuale. Qui il proposito viene scomposto in milestone, task e orizzonti temporali, fino a diventare un sistema quasi ingegneristico. Un piano di battaglia ben congegnato. L’ideale quando l’obiettivo ha una natura complessa: cambiare lavoro, avviare un progetto, riorganizzare una parte della propria vita professionale. In questo contesto, la tecnologia non motiva: toglie ambiguità.
Negli ultimi anni sono emerse anche soluzioni ibride come Tampo o Pattrn, che affiancano al goal setting (la definizione strutturata degli obiettivi) una lettura sistematica dei comportamenti quotidiani. Non si limitano a chiedere cosa si vuole ottenere, ma osservano come ci si muove davvero nel tempo: frequenze, interruzioni, ricorrenze. Il proposito viene così costruito non sull’ideale di sé, ma sui pattern reali, quelli che tendono a ripetersi anche quando l’entusiasmo iniziale si affievolisce. Queste applicazioni mettono in relazione abitudini, cicli di energia e ricorrenze emotive. Il proposito smette di essere una promessa e diventa una mappa.
Dopo le prime settimane, il vero lavoro inizia lontano dai buoni propositi dichiarati. La quotidianità non ama le grandi intenzioni, ma risponde ai gesti ripetuti. È qui che entrano in gioco gli habit tracker, strumenti apparentemente semplici che svolgono una funzione sofisticata: rendere visibile ciò che altrimenti si perderebbe nella somma dei giorni. App che tracciano le proprie abitudini.
Habitify, Way of Life, Loop o Streaks costruiscono catene di continuità. Non giudicano, non premiano, non interpretano. Mostrano. La forza sta tutta in quella visualizzazione: una sequenza di giorni che diventa difficile interrompere non per senso di colpa, ma per coerenza narrativa. Ogni gesto quotidiano smette di essere isolato e acquista un peso retroattivo.
Quando il lavoro invade l’agenda e le priorità si accavallano, strumenti come Reclaim entrano in scena con un approccio diverso. Bloccano automaticamente tempo per le attività legate agli obiettivi, spostandole quando arrivano imprevisti. Il proposito sopravvive non perché viene ricordato, ma perché incastrato realmente nella giornata.
C’è anche chi preferisce una declinazione più pop, come Habitica, che trasforma le abitudini in un gioco di ruolo. Livelli, ricompense, party condivisi. Un linguaggio ludico che funziona non tanto per infantilizzare l’impegno, quanto per alleggerire la fatica della costanza.
L’ultima parte dell’anno è la più delicata. Non per la difficoltà delle azioni, ma per l’usura mentale. Le energie calano, le priorità cambiano, il racconto che ci si fa tende a riscriversi in chiave indulgente. È in questo momento che la struttura deve reggere anche senza entusiasmo.
Le app di accountability (responsabilizzazione) rispondono a questa esigenza spostando il peso all’esterno. GoalsWon lavora con coaching umano quotidiano, trasformando l’obiettivo in una relazione. Focusmate e Flown usano sessioni di lavoro condivise per rendere visibile l’impegno. StickK introduce un elemento più radicale: contratti e penali che rendono il fallimento scomodo, non drammatico ma concreto.
Accanto a questi strumenti, molte selezioni recenti includono app di benessere come Calm, Headspace o Happify. Non perché risolvano i propositi, ma perché aiutano a gestire stress, autosabotaggio e stanchezza decisionale. La disciplina, a fine anno, è spesso una questione emotiva più che organizzativa.
Non tutti vivono l’anno allo stesso modo. C’è chi va avanti solo con sistemi chiari e metriche precise, trovando in Strides o Reclaim un alleato naturale. C’è chi lavora per visioni e progetti, e ha bisogno di strumenti come GoalsOnTrack per mantenere coerenza nel tempo. Altri preferiscono una leggerezza controllata, affidandosi a Habitica o a tracker visivi che rendono la routine meno opaca. Infine, esiste una minoranza minimalista, che sceglie pochi strumenti essenziali, spesso uno solo, purché sia sufficiente a raccontare il proprio percorso.
In tutti i casi, ciò che conta non è l’app in sé, ma il tipo di struttura che riesce a sostenere.