Di Patrizia Piccinini
Cento anni di Route 66. La Mother Road attraversa l’America da Chicago a Santa Monica come una lunga sequenza cinematografica a colori, carica di polvere, musica e promesse. Ogni miglio è un’icona: diner illuminati al neon degni di American Graffiti, dove il pollo fritto incontra milkshake alla fragola (un abbinamento che fa tremare gli italiani); motel di passaggio, come quelli di Paris, Texas, sospesi tra solitudine e desiderio; strade infinite dove tutti hanno immaginato di correre in moto come in Easy Rider, vento in faccia, libertà assoluta.
John Steinbeck la raccontava in Furore: “e l’asfalto luccica come uno specchio al sole…”. La Route 66 è sempre stata questo: una linea di possibilità, una via di fuga, una promessa di futuro. Una strada per chi partiva senza certezze, per chi cercava lavoro, riscatto, una nuova direzione. Kerouac l’ha scritta (anche se Sal Paradise e Dean Moriarty, i protagonisti di On the road hanno percorso la 66 per brevi tratti), Hollywood l’ha filmata, trasformandola in un mito collettivo fatto di partenze improvvise e arrivi mai definitivi. È la strada delle auto cromate che scorrono lente come in Thelma & Louise, dei distributori di benzina persi nel nulla, dei cartelli sbiaditi che sembrano scenografie permanenti. Un’America che vive di oggetti e simboli: jukebox, insegne al neon, divani low-slung, formica lucida, pelle consumata dal sole.
Nel 2026 l’America celebra il centenario della Route 66 con festival, carovane e rievocazioni. Ma la sua forza non sta nella nostalgia, bensì nell’immaginario che continua a generare. La Route 66 non è una strada da conservare sotto vetro: è un linguaggio visivo, una grammatica di forme e colori che anche il design continua a rileggere. Celebrarla oggi significa tornare a quell’America che avanzava per immagini, musica e chilometri macinati. Un’America in cui il viaggio era una dichiarazione di stile prima ancora che una destinazione.
Se la Route 66 è il mito della strada, il suo spirito sopravvive tra arredi e oggetti che raccontano un’America pop e irriverente, quasi a voler costruire in casa quel "kit di fuga" che fuori sembra svanire. La regina è lei: la roulotte Airstream Caravel. Introdotta nel 1956, compatta e leggera, è pronta a sgommare tra un diner e un ponte solitario come una rockstar in tour.
Ma se il viaggio fisico si fa difficile, il design ci viene in aiuto per attraversare i confini mentali. Il tappeto Autostrada (disegnato da Lapo Binazzi per Poltronova) ci ricorda che la vera direzione è sempre quella che attraversa la linea, invitandoci a camminare tra curve e rettilinei di lana taftata direttamente nel nostro salotto. L'ironia diventa resistenza nel divano modulare Leonardo di Gufram (Studio 65, 1969): mette in scena stelle e strisce con una punta di estetica cartoon. Ti siedi e sei subito pronto per un road trip immaginario, magari con un milkshake in mano.
L’atmosfera si scalda con i neon di Candy Shock “All You Need Is Love” e la lampada Led Sign di Seletti (Studio Job), che trasformano ogni parete in un diner degli Anni 50.
Per i momenti di svago, il tavolo da biliardo Roger di I 4 Mariani e la macchina per popcorn Ariete Party Time ricreano l'illusione di un drive-in vintage: un pezzo di vita sociale che profuma di mais e gomma bruciata.
Infine, per un tocco di eleganza funzionale, il set da ghiaccio Barock di Samer Alameen per Zanetto sembra una cassetta degli attrezzi, perfetta per servire drink come se stessimo preparando l'ultima fuga all'americana. Il design, come la Route 66, è movimento e libertà. Ogni oggetto trasforma il salotto in un pezzo di America in viaggio, ricordandoci che scegliere la Mother Road significa stare su una strada che, da cento anni, invita ad andare avanti. Anche quando ti tocca bere quel milkshake alla fragola mangiando pollo.