Di Simona Peverelli
Forma e intensità. I due pilastri della fotografia di Robert Mapplethorpe prendono corpo nella mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio. Un’esposizione che esplora la ricerca del fotografo per la perfezione estetica e i suoi nudi sensuali in un’ampia e inedita selezione degli scatti più iconici, potenti e anticonformisti. Una selezione di oltre 200 opere che ripercorrono l’intera evoluzione del suo linguaggio, dagli esordi sperimentali alla maturità stilistica, che si potrà vedere anche prossimamente su X Style, in seconda serata su Canale5.
Promossa da Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York, la mostra curata da Denis Curti rientra nel programma culturale dei Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026 e sarà allestita nelle sale di Palazzo Reale fino al 17 maggio. In definitiva, una delle nuove mostre da non perdere nel 2026.
Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplethorpe è uno degli interpreti della controcultura tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando la creatività era anche gesto politico. Figura emblematica e provocatoria della fotografia del XX secolo, l’artista è stato capace di unire seduzione e glamour in un linguaggio visivo che ha sfidato apertamente le convenzioni sociali e morali, trasformando l’arte in nuovo linguaggio di libertà e identità.
La retrospettiva allestita nel capoluogo lombardo è il secondo atto di una più ampia trilogia, che è iniziata a Venezia nelle Stanze della Fotografia e che proseguirà poi a Roma, al Museo dell’Ara Pacis, dal 29 maggio al 4 ottobre 2026. Ogni evento aggiunge un tassello diverso allo studio della figura di Mapplethorpe. Ma al centro del suo lavoro ricorrono sempre forma e intensità.
Ebbene, la forma era per Mapplethorpe un valore assoluto. Per lui che cercava la perfezione geometrica nelle sue fotografie spesso ispirandosi all’arte classica, nella rappresentazione statuaria dei corpi ritratti. In Thomas (1986) richiama le proporzioni armoniose delle opere rinascimentali; in Ken and Lydia and Tyler (1985) viene messa in luce la rielaborazione in chiave contemporanea dell’equilibrio del tema delle Tre Grazie. L’intensità, invece, emergeva dalla capacità dell’artista di catturare l’essenza emotiva dei suoi soggetti, trasformandoli in un’esperienza viscerale per lo spettatore.
Il corpo umano immortalato da Mapplethorpe non è solo una citazione dell’arte classica, ma anche oggetto di culto, elevato a simbolo di bellezza, erotismo e desiderio. Le sue fotografie affrontano temi considerati controversi, quali l’omosessualità, l’erotismo e la sessualità esplicita. Come nel nudo di schiena di Derrick Cross (1985) o nel ballo di coppia di Thomas and Dovanna (1986). Una sfida alle convenzioni di una società spesso prigioniera dei propri pregiudizi. Un atteggiamento figlio della sua eredità cattolica e della cultura molto religiosa della sua famiglia. Così Mapplethorpe metteva in immagine ciò che la società cercava di rimuovere, spingendo il pubblico a riflettere su questioni profonde e spesso scomode.
A Palazzo Reale ampio spazio è dedicato in due sezioni alle muse fondamentali dell'artista. Una delle sue modelle preferite era Lisa Lyon. Pioniera del body building, il suo corpo fasciato di muscoli aveva l’ambizione di esplorare l’infinita gamma della femminilità, e la bellezza androgina che trascende le convenzioni di genere.
Non solo musa, ma anche amica e compagna, Patti Smith fu come un lampo a ciel sereno per il fotografo, dopo quell’incontro del 1967. È l’inizio di un legame simbiotico e vulnerabile che attraverserà i decenni.
Oltre il corpo, il volto. Anche gli autoritratti di Mapplethorpe indagano temi quali l’erotismo, la mortalità e l’ambiguità sessuale. Non semplici scatti, ma strumenti di introspezione e auto-esplorazione, dove la macchina fotografica è usata come uno specchio dell'anima, dalle pose dandy degli Anni 70 fino alle immagini scavate dalla malattia. Oltre all'uomo, la natura. Calle, orchidee, tulipani: per l’artista i fiori non sono semplici oggetti decorativi, ma "muscoli pulsanti", in bilico tra sacralità della forma e allusioni erotiche.
Così Mapplethorpe, in tutte le declinazioni della propria opera, ha saputo trasformare la fotografia, da una parte, in strumento di esplorazione personale e indagine interiore, dall’altra, in denuncia sociale, per mettere in discussione tabù culturali e per celebrare la diversità umana.