Di Barbara Giglioli
Nel 2026 il modo in cui mangiamo sta cambiando. Dopo anni di diete, iper-controllo e consumo veloce, il cibo torna a essere uno strumento di benessere quotidiano. Una ciotola fumante tra le mani, il pane che cresce lentamente sotto un canovaccio, l’acqua che sobbolle pian piano nella pentola. Mangiare oggi non è più solo nutrirsi, diventa molto altro.
Zuppe calde, pane fatto in casa e tè diventano nuovi rituali di equilibrio, capaci di riportare attenzione, calma e ascolto nel gesto più semplice: sedersi a tavola. Ma chi l'ha detto che la cucina dell'essenziale non debba essere anche piacere? Nessuna performance, nessuna moda estrema, solo pratiche che aiutano a rigenerare il corpo, alleggerire la mente e ripartire meglio con il nuovo anno.
Tra i nuovi riti contemporanei, le zuppe rigeneranti occupano il primo posto. Brodi vegetali, ramen chiarificati, consommé essenziali: piatti che nutrono senza appesantire, che parlano di ritorno all’essenza. A Milano, da Ratanà, lo chef Cesare Battisti lavora da anni su una cucina che recupera la tradizione lombarda dei brodi come gesto di cura.
Se invece si volge lo sguardo all’estero, a Copenhagen, al Noma, René Redzepi ha elevato il brodo a simbolo di purezza nordica, concentrazioni naturali che sembrano vere e proprie meditazioni liquide. A casa, questo rituale si traduce facilmente in una zuppa vegetale calda a pranzo o a cena: carote, sedano, porri, zenzero e un buon brodo sono sufficienti per creare un piatto leggero ma rigenerante, ideale nei mesi invernali e nei periodi di reset.
Accanto alle zuppe, c’è poi l’intramontabile pane fatto in casa, emblema di coccola e cura. Una gestualità che può essere avvicinata a una forma di meditazione domestica. Perché impastare richiede tempo, ascolto e pazienza. Lo sanno bene panificatori come Davide Longoni, che ha riportato il pane al centro di una cultura gastronomica consapevole, o Renato Bosco, che parla di lievitazione come di un processo quasi spirituale.
Anche l’alta cucina riscopre questo gesto primario: da Casa Maria Luigia, Massimo Bottura celebra il pane come simbolo di comunità e memoria condivisa, trasformando la semplicità in cultura, connessione e responsabilità sociale, legata alla bellezza della tradizione italiana. Anche senza essere panificatrici esperte, preparare da sé il pane nel weekend può diventare un gesto anti-stress che sostituisce lo scrolling e restituisce un tempo più lento alla casa.
Poi c’è il tè, che nel 2026 diventa una vera e propria cerimonia urbana. Non più solo bevanda, ma pausa consapevole nel caos metropolitano. A Milano, locali come La Teiera Eclettica e la Via del Tè hanno trasformato questa bevanda in un’esperienza culturale, mentre a Torino Orso Laboratorio Caffè lavora sull’infusione come linguaggio sensoriale.
All’estero, luoghi come Postcard Teas a Londra reinterpretano la cerimonia giapponese in chiave contemporanea: minimale, colta, trasformando il tè in nuovo aperitivo interiore. Nella vita di tutti i giorni, il rito del tè può iniziare semplicemente sostituendo il secondo caffè del pomeriggio con una tazza di tè verde o oolong, da bere con calma, come pausa di riequilibrio tra lavoro e sera.
Rituali che parlano di intenzione, non di privazione, ma di ascolto. Sono pratiche che uniscono benessere e identità, estetica e bisogno profondo di equilibrio. Anche per questo molti chef stanno orientando la loro cucina verso una dimensione più introspettiva: Norbert Niederkofler, con il suo “Cook the Mountain”, ha fatto del rispetto dei cicli naturali una filosofia di vita. Ma non è il solo: anche Pietro Leemann, pioniere della cucina vegetariana con Joia, e i suoi successori Sauro Ricci e Raffaele Minghini, lavorano da anni su piatti che sono vere pratiche di consapevolezza.
Nella quotidianità, però, costruire un rituale significa anche scegliere piatti più semplici e stagionali durante la settimana, riducendo zuccheri e piatti elaborati, per lasciare al corpo il tempo di ritrovare il proprio ritmo naturale.
Perché mangiare, nel 2026, non serve più a riempire. Serve a centrarsi. E così si torna alle origini: una ciotola calda, del pane spezzato, una tazza tra le mani. Piccoli gesti che diventano grandi riti.
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