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lifestyle16 gennaio 2026

Non sono solo parole: guida pratica per comprendere il 2026

Rabbia usata come esca, numeri diventati codice, intelligenza artificiale che sbaglia con sicurezza, lavoro che arretra in silenzio, fiducia fragile, clima chiamato crisi: le parole del 2025 che spiegano come entriamo nel 2026 e cosa aspettarci
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Di Matteo Dell'Ava

Nel 2025 come non mai abbiamo scoperto che non basta sapere cosa succede intorno a noi: conta altrettanto capire come ci viene raccontato. Ogni giorno scrolliamo una miscela di notizie, meme, allarmi, ironia, catastrofi e consigli di benessere. La sensazione è sempre quella di essere “aggiornati”, ma spesso si tratta solo esposizione continua, più che comprensione. In mezzo a questo rumore di fondo, alcuni istituti culturali – dizionari, enciclopedie, grandi testate – hanno selezionato poche parole per fotografare lo stato del mondo. Non sono etichette per addetti ai lavori, sono coordinate.

Se le mettiamo in fila, non come elenco ma come percorso, ci restituiscono un’immagine piuttosto precisa di ciò che ci aspetta nel 2026 (e saperlo dovrebbe rientrare tra i buoni propositi per il nuovo anno): un anno in cui dovremo difendere la nostra attenzione, riconoscere il valore della fiducia, distinguere la realtà dalle sue imitazioni e accettare che la crisi non è più un’eccezione ma uno sfondo permanente.

L’attenzione come campo di battaglia

Il primo territorio in cui queste parole si concentrano è l’attenzione, ormai trattata come una risorsa estratta e monetizzata. Quando l’Oxford University Press ha scelto rage bait come parola dell’anno 2025 – l’esca della rabbia, quei contenuti costruiti apposta per provocare indignazione e generare clic – ha messo nero su bianco ciò che molti percepivano senza riuscire a definirlo: l’economia digitale si nutre della nostra irritazione, non della nostra comprensione. Un titolo studiato per farci infuriare vale più di un’inchiesta equilibrata, perché l’algoritmo misura il tempo e la reazione, non la qualità del pensiero.

Sul fronte opposto, meno visibile ma altrettanto incisivo, c’è lo shadow banning, l’oscuramento silenzioso: “non ti cancello, ti faccio sparire dal campo visivo”. Il termine circola da anni nei forum e nelle community online, soprattutto sui social, poi entra nei glossari ufficiali e nei dizionari digitali come etichetta tecnica per descrivere un potere asimmetrico: la piattaforma decide chi si vede e chi scivola ai margini, senza spiegazioni.

Dentro questo ecosistema, fatto di amplificazioni e silenzi selettivi, nel 2025 è comparso anche un piccolo enigma numerico: six-seven, o semplicemente 67. Non è una parola dell’anno ufficiale e non arriva da un dizionario, ma da TikTok e dalla Gen Alpha, spesso legato a canzoni, meme nonsense, video che giocano sul fatto che il numero sembri avere un significato segreto che in realtà non c’è. È un codice leggero e privato, usato come risposta ironica agli algoritmi che estraggono dati dalle nostre emozioni. Insomma, un linguaggio tribale.

Insieme, questi tre fenomeni raccontano un paradosso: da un lato contenuti che spremono la nostra reazione emotiva, dall’altro una generazione che risponde con un codice minimalista e svuotato, quasi a difesa. Nel 2026, chi vuole capire davvero il mondo digitale dovrà imparare a riconoscere sia l’esca che il rumore, sia l’urlo del rage bait sia il mezzo sorriso di un “six-seven” lanciato per non esporsi.

Quando la realtà diventa imitabile (e il lavoro lo diventa con lei)

Il secondo blocco di parole riguarda un tema ancora più spiazzante: che cosa consideriamo reale in un’epoca in cui la tecnologia non solo racconta il mondo, ma lo ricrea e ci aiuta persino a costruire strumenti che non sappiamo più distinguere da quelli “fatti a mano”.

Tutto parte da un cambio di lessico che arriva dal Cambridge Dictionary, quando sceglie hallucinate come parola dell’anno 2023 per descrivere il comportamento dei modelli di intelligenza artificiale che producono risposte false ma convincenti. L’allucinazione non è più soltanto un fenomeno della mente: diventa il modo in cui una macchina genera contenuti che somigliano alla verità senza esserlo davvero. È il primo campanello di avvertimento che il problema non è la bugia intenzionale, ma l’errore credibile.

Da lì il passo successivo lo compie il Macquarie Dictionary in Australia, quando battezza AI slop come parola dell’anno 2025: una poltiglia digitale di testi, immagini, video generati in automatico, formalmente corretti, ma poveri di contenuto. Un feed pieno di consigli generici, articoli che non dicono nulla di nuovo, immagini spettacolari ma intercambiabili: l’effetto è una sazietà senza nutrimento.

In questo contesto Collins sceglie vibe coding come parola dell’anno 2025 e chiude il cerchio: descrive il modo in cui sempre più persone programmano parlando con l’IA, spiegando a grandi linee cosa vogliono ottenere e lasciando che il modello generi il codice. Non si tratta solo di scrivere software in modo diverso, ma di spostare il confine tra chi crea e chi chiede di creare, tra competenza tecnica e capacità di formulare richieste (qui le novità presentate al CES di Las Vegas che dimostrano come l'IA sia già entrata nelle vite di tutti). Se l’IA può allucinare, produrre slop e contemporaneamente tradurre le nostre intenzioni in strumenti funzionanti, la domanda per il 2026 non è più “quanto è intelligente la macchina?”, ma “quanto siamo disposti a delegarle il filtro tra il possibile e il sensato?”.

In questo blocco le istituzioni linguistiche non stanno solo registrando una tendenza tecnologica: ci stanno consegnando un avvertimento. Viviamo in un mondo in cui la verosimiglianza è facile, la qualità è rara e persino il lavoro creativo può diventare una conversazione con un sistema che non capisce davvero quello che fa. Sta a noi decidere quanto farci guidare e quanto restare presenti.

Quando le parole tentano di salvarci

Se il mondo digitale ci esaspera e la tecnologia confonde i confini della realtà, l’altra metà della fatica del 2025 viene da qualcosa di più sottile: la relazione tra le persone, il linguaggio e l’idea di futuro. Non è un caso che Treccani abbia scelto fiducia come parola dell’anno 2025. In un periodo in cui tutto sembra oscillare – istituzioni, media, connessioni umane – la fiducia diventa la misura minima della stabilità. Non è un concetto astratto: è la sensazione di potersi appoggiare a qualcosa senza temere che crolli un secondo dopo.

Accanto a questo, il dibattito sulla schwa (ə) ha attraversato giornali, aule, social e conversazioni quotidiane. Di cosa si tratta? È il simbolo fonetico usato al posto delle desinenze maschili o femminili per rivolgersi a gruppi misti o a persone non binarie, evitando il maschile sovraesteso. Treccani l’ha affrontata con un approccio analitico, l’Accademia della Crusca con maggiore prudenza, ma entrambe hanno riconosciuto che la questione non riguarda un simbolo fonetico: riguarda chi entra e chi resta fuori dal linguaggio. È un dibattito imperfetto, talvolta rumoroso, ma racconta un desiderio collettivo di ampliare lo spazio di rappresentazione.

In parallelo, il modo in cui parliamo del clima si è fatto più onesto. Quando redazioni come il Guardian hanno scelto climate crisis al posto di climate change, e quando Oxford ha messo la crisi climatica in cima alle shortlist, la lingua ha smesso di addolcire la pillola.

Poi arriva dalla Francia la sobriété, rilanciata dai discorsi istituzionali e ripresa dai quotidiani come Le Monde. In un contesto saturo di stimoli, consumi e aspettative, la sobrietà non è povertà, ma riduzione volontaria del superfluo. È un invito – gentile ma risoluto – a ripensare le priorità senza trasformarlo in un sacrificio.

Questo blocco è il più umano: ci ricorda che il futuro non è un software, né un algoritmo, né un feed. È un gesto, un comportamento, un modo di scegliere con quali parole vogliamo stare al mondo.

Contrappunto: che 2026 sarà

Arrivati fin qui, le parole non sono più termini: sono specchi. Riflettono ciò che ci irrita, ciò che ci confonde, ciò che ci stanca e ciò che ancora ci tiene in piedi. Il 2026 non sarà un rebus più semplice. Ma ora conosciamo almeno le lettere da cui iniziare. Sta a noi decidere se usarle per rafforzare la paura, per alimentare il rumore o per costruire frasi più solide.

In definitiva, non è importante imparare queste parole a memoria. È importante riconoscerle quando bussano – perché se non ascoltiamo noi, saranno loro a scrivere il racconto al nostro posto. E a quel punto non sarà più il mondo a sembrarci confuso: saremo noi a non trovare le parole.

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