Di Claudia Ricifari
Parigi ancora al centro della moda. Chiusa la fashion week maschile dedicata all’autunno-inverno 2026-2027, la Ville Lumière volge lo sguardo all’Haute Couture, che fino al 29 gennaio animerà la città di bellezza e visione portando in passerella le collezioni primavera-estate 2026.
A inaugurare la settimana dedicata all’Alta Moda è Schiaparelli, con uno show che vede un parterre di star in front row: da Carla Bruni a Demi Moore, dalla candidata all’Oscar Teyana Taylor a Sophie Marceau fino ai coniugi Bezos.
Tormento ed Estasi. Su questo ossimoro si basa la collezione di Schiaparelli che dà il via alla Haute Couture di Parigi. Un titolo che rende omaggio alla biografia romanzata di Michelangelo Buonarroti scritta da Irving Stone. E infatti, il direttore creativo conferma che a ispirare il suo lavoro per la SS26 sia stata proprio una visita alla Cappella Sistina.
Ma a legare le due menti a distanza di secoli non è tanto l’estetica, l’iconografia, quanto l’approccio, il metodo creativo, “questa sorta di contraddizione tra il rigore e la fantasia, tra qualcosa di molto reale e allo stesso tempo irreale”, ammette Roseberry.
Così, in passerella scendono non angeli e demoni, ma creature straordinarie (nel senso di fuori dall’ordinario) che indossano abiti tridimensionali, fatti di nuvole di tulle, ma anche di piume, vere o anche solo stampate. Di strutture che rappresentano code di scorpione realizzate con sapienza architettonica.
“C’era questa citazione che ho letto del poeta David White che diceva: la rabbia è la più profonda forma di cura, anche per se stessi. L’ho trovata di grande ispirazione”, spiega Roseberry in un video pubblicato sui social di Schiaparelli in cui mostra la nascita di queste creature. “Amo le due scorpion sister perché sono espressione della rabbia che diventa bellezza”.
Una continua dicotomia tra creature terrestri e abiti che sfidano la gravità e puntano al cielo. Che puntano a meravigliare. Perché in fondo è questa l’essenza più profonda della couture: l’estasi, il sogno, lo stupore.
Un approccio totalmente diverso quello messo in atto da Jonathan Anderson al debutto con la couture per Dior a pochi giorni dalla presentazione della FW26-27 maschile. Il designer nordirlandese prosegue, infatti, con il suo percorso di ridefinizione dei canoni della maison portando in passerella una collezione fiabesca e al tempo stesso molto concreta.
I fiori dominano su tutto. Sulla location, pendenti dal tetto del Museo Rodin. Sulle modelle, attraverso peonie che fanno quasi da copriorecchie. Ma anche come petali che formano gonne sovrapposte su pantaloni. E poi spille, persino nelle calzature. E poi come fantasia su abiti dai volumi rigidi ma sofisticati, così come applicazione sull’abito da sposa finale.
Un omaggio – forse - alla couture FW 2010 di John Galliano, anch’essa dedicata ai fiori, e - perché no – allo stesso Monsieur Dior che amava sottolineare come la sua vera vocazione fosse il giardinaggio più che la moda.
Una collezione da toccare, meno eterea e ricca di sperimentazioni materiche. Tra silhouette a volte allungate altre incastonate in geometrie tridimensionali.
Si spiegano così anche alcuni cappotti e la maglieria, il gioco di layering e alcune scelte cromatiche.
Una couture che a tratti non sembra couture. Che non mira a rimanere un sogno ma, anzi, a essere indossata e riadattata anche alla quotidianità.
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