Di Barbara Giglioli
Passo lento, silenzio quasi religioso, occhi che si perdono nella meraviglia dell’arte. C’è stato un tempo in cui al museo si andava solo per ammirare la cultura. Oggi le cose invece sono un po’ cambiate. Il museo è diventato un luogo da vivere, da attraversare senza fretta. E sempre più spesso, anche da assaporare. Perché il cibo è diventato parte dell’esperienza: un’estensione del percorso espositivo, un modo diverso di restare dentro l’atmosfera del luogo. Mangiare al museo significa prendersi una pausa che non spezza l’incanto, ma lo prolunga. Sedersi a tavola con ancora negli occhi un quadro, una scultura, un’installazione. E scoprire che anche il piatto, in fondo, può essere una forma di racconto.
Ecco cinque indirizzi dove l’arte non finisce all’uscita della mostra, ma continua a tavola.
È il caso più emblematico in Italia: un ristorante tre stelle Michelin dentro un museo. Al MUDEC, il Museo delle Culture, Enrico Bartolini ha costruito un’esperienza unica. Qui la cucina dialoga con lo spirito del luogo: apertura al mondo, contaminazioni, eleganza contemporanea. La sala è luminosa, affacciata sull’architettura del museo e il menù è un percorso gastronomico che richiede tempo e attenzione, proprio come una mostra importante. Non è solo una destinazione per gourmet: è la dimostrazione che oggi alta cucina e alta cultura possono condividere lo stesso spazio e lo stesso pubblico.
Alla Fondazione Prada il cibo è parte del progetto culturale, non un semplice contorno. Il Bar Luce, disegnato da Wes Anderson, è diventato un’icona: un set cinematografico anni Sessanta dove fermarsi per un caffè, una fetta di torta o un pranzo informale, circondati da un’estetica che sembra uscita da un film. In alto alla Fondazione Prada, al sesto piano, svetta invece il Ristorante Torre, che aggiunge un altro livello all’esperienza: vista sulla città, cucina curata, atmosfera sospesa tra design e arte contemporanea. Qui la pausa diventa parte della visita, quasi una sala in più del museo, solo con i piatti al posto delle opere.
Mangiare con il Duomo davanti agli occhi è già di per sé un’esperienza. Farlo dentro uno dei musei simbolo della città lo rende ancora più speciale. Da Giacomo Arengario è il posto giusto per chi ama l’idea di un pranzo lento dopo una visita al Museo del Novecento. Qui la cucina italiana è riconoscibile, l’atmosfera elegante ma rassicurante e c’è la sensazione di essere sospesi tra la Milano storica e quella culturale. Il museo quindi non è solo un contesto, ma una cornice che amplifica il piacere della pausa.
Se c’è un luogo che ha reso naturale l’incontro tra arte contemporanea e alta cucina, è il MoMA. The Modern, il ristorante del museo, è una destinazione gastronomica a tutti gli effetti, con due stelle Michelin e una vista privilegiata sul giardino delle sculture. Qui si viene anche senza visitare le mostre, ma l’esperienza migliore resta quella completa: prima le sale del museo, poi il tavolo, con piatti che riflettono la stessa idea di contemporaneità, ricerca e precisione. È uno di quei posti che dimostrano come il confine tra esperienza culturale ed esperienza gastronomica sia ormai sempre più sottile.
Dentro l’architettura spettacolare firmata Frank Gehry, Nerua, una stella Michelin, è un esempio perfetto di come cucina e spazio possano dialogare. Il ristorante, guidato dallo chef Josean Alija, propone una cucina essenziale, pulita, profondamente legata al territorio basco. L’idea è la stessa del museo che lo ospita: sorprendere senza gridare, emozionare attraverso la forma e la sostanza. Qui mangiare diventa un’estensione naturale della visita al Guggenheim, un altro modo per esplorare la creatività, questa volta nel piatto.
Perché in fondo, il successo dei ristoranti nei musei racconta qualcosa di più ampio: il nostro modo di vivere la cultura è cambiato. Non vogliamo più solo “vedere”, ma restare, attraversare gli spazi, farli nostri. E il cibo, con la sua capacità di creare tempo, relazione e memoria, è diventato uno degli strumenti più potenti per farlo.
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