Di Barbara Giglioli
Un antico detto popolare recita che il caffè “si beve bollente, sedente e per niente”, ossia molto caldo, seduti e senza un motivo ben preciso, o secondo altre versioni, a poco prezzo. Comunque lo si desideri, l’essenziale è concedersi una pausa per gustarselo. C’è chi lo sorseggia lentamente, chi lo corregge, chi lo addolcisce fino a trasformarlo in rito zuccherino. È un gesto identitario, una dichiarazione silenziosa di appartenenza, tanto che al caffè è stato dedicato anche un festival, arrivato alla sua quarta edizione: il CoffeeFest Madrid, oggi il più grande evento europeo dedicato alla cultura della tazzina. Ma basta attraversare qualche centinaio di chilometri, in Italia, per scoprire che la stessa bevanda cambia forma, consistenza, linguaggio. Quello che è certo è che qui il caffè non è mai solo caffè. È memoria, abitudine, carattere. E va gustato con un certo stile.
A Napoli il caffè è un fatto serio. Più che una bevanda, è un codice sociale. La tradizione dell’espresso napoletano, corto, intenso e cremoso, è parte di un patrimonio cittadino che passa dal bancone al gesto. Qui nasce anche il celebre “caffè sospeso”, l’usanza di pagarne due e lasciarne uno per chi non può permetterselo: un rito di solidarietà diventato simbolo internazionale. E poi c’è il “caffè del professore”, icona popolare che al Il Vero Bar del Professore diventa piccola scena teatrale: un espresso ristretto sormontato da una crema densa e vellutata, montata con zucchero e caffè, talvolta arricchita da una nota di cacao o nocciola.
Dolce ma deciso, l’espresso qui è un rito che si consuma in pochi sorsi e resta nella memoria molto più a lungo. Luoghi iconici come il Gran Caffè Gambrinus raccontano questa cultura dal 1860, tra stucchi, letterati e politici. A Napoli così il bancone diventa palcoscenico, e ogni gesto, dal sorso allo zucchero, è parte di una scena collettiva fatta di parole, sguardi e abitudini tramandate.
A Trieste il caffè ha un lessico tutto suo. Non si chiede un “espresso”, ma un “nero”. Il “capo” è il nostro macchiato, il “gocciato” ha una sola lacrima di latte. Qui l’influenza dell’Impero austro-ungarico si sente ancora, e non è un caso che la città sia stata il cuore dell’importazione del caffè in Italia grazie a realtà come Illy. Elegante e mitteleuropea, Trieste vive il caffè come cultura letteraria: tavolini, giornali, tempo lento.
A Lecce il caffè si beve rigorosamente freddo: un espresso appena estratto versato su ghiaccio e addolcito con latte di mandorla, che si scioglie lentamente regalando una nota morbida e aromatica. È una ricetta semplice, ma identitaria, diventata simbolo dell’estate salentina. Nei bar del centro storico la preparazione è quasi un gesto coreografico: il bicchiere alto, i cubetti che tintinnano, il contrasto tra il caldo del caffè e il freddo immediato del ghiaccio. Più che una variante, è un modo diverso di intendere la pausa, meno rituale da bancone, più conviviale e mediterranea, da sorseggiare passeggiando tra le vie di Lecce.
A Padova il caffè ha il colore della menta e il fascino dell’Ottocento. Il Caffè Pedrocchi nasce nello storico bar omonimo, inaugurato nel 1831 e ribattezzato “il caffè senza porte” perché un tempo restava aperto giorno e notte. La ricetta è rimasta un piccolo manifesto cittadino: espresso caldo versato su uno strato di sciroppo di menta, coperto da una leggera crema al cacao amaro. Non si mescola, non si zucchera, non si chiede il cucchiaino. Si beve così, lasciando che il caldo e il freddo, l’amaro e il dolce, si incontrino in equilibrio perfetto. È un caffè che racconta una Padova colta e risorgimentale, fatta di studenti, discussioni e tavolini di marmo. Un sorso che sa di storia, ma con un carattere sorprendentemente contemporaneo.
Nella composta eleganza sabauda, il caffè diventa architettura. Il Bicerin è infatti una liturgia a tre strati: caffè espresso, cioccolata calda e crema di latte, serviti nel caratteristico bicchiere di vetro. Un imperativo? Che non venga assolutamente mescolato. Nato nell’Ottocento e custodito nello storico Caffè Al Bicerin, racconta una Torino aristocratica, raccolta, quasi segreta. Ma qui vede i suoi natali anche il marocchino: un piccolo espresso in bicchierino di vetro, velato di cacao e sormontato da una nuvola di schiuma di latte. Comparso negli anni Trenta, è la versione più sobria e moderna della tradizione torinese. Un caffè scenografico, che racconta l’anima discreta e sofisticata della città.
In fondo, basta una tazzina per attraversare l’Italia intera. Cambia la tostatura, cambia il lessico, cambia il ritmo. Ma resta una certezza: nel nostro Paese il caffè non è mai solo una bevanda. È un piccolo gesto quotidiano che racconta chi siamo, città dopo città, sorso dopo sorso.
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