Di Giuditta Avellina
Il 10 gennaio 2016 David Bowie se n’è andato in silenzio, due giorni dopo aver pubblicato Blackstar. Non un disco di commiato, ma un’opera concepita come gesto finale, in cui l’addio è già parte della regia. A risuonare, però, in quelle ore non è stata solo la sua ultima musica, ma un verso molto più lontano nel tempo: We can be heroes, just for one day, inciso nel 1977, e improvvisamente caricato di un nuovo significato (oggi tornata in vetta alle classifiche grazie al finale di Stranger Things).
Ciò che conta, ciò che resta sospeso tra la vita e la dipartita, non è la cronaca - la malattia tenuta privata, l’uscita dell’album a ridosso della fine - ma l’effetto collettivo: all’improvviso, il mondo pop è apparso più vuoto. Non perché fosse scomparsa una delle star più influenti di sempre, ma perché veniva meno un linguaggio, uno stile, un modo di abitare l’identità e il cambiamento. Non abbiamo perso soltanto la possibilità di nuovi brani iconici, né solo un genio multiforme. Abbiamo perso uno degli autori più radicali di immaginari del Novecento e oltre. Qualcuno che non si limitava a far sognare, ma che ha insegnato come diventare, anche solo per un giorno, ciò che si desiderava essere, un inaspettato ed eroe del quotidiano.
David Bowie ha spostato l’asse della relazione tra musica e moda: non si trattava solo di “look di scena”, ma di una vera e propria costruzione narrativa. Trucco, capelli, tagli, silhouette diventavano strumenti al pari di un arrangiamento. La sottile linea tra estetica e drammaturgia che ha permesso a Bowie di permanere oltre ogni spazio e tempo. Nei musei, nelle strade, nella musica, in passerella, negli archivi dei designer, più che come una tendenza, come un vero e proprio assioma.
Basti pensare, ad esempio, a un'immagine potente e cristallizzata nella cultura pop come può essere stata la cover dell'album Aladdin Sane. Il fulmine impresso sul volto di David Bowie, quella linea che taglia il volto, ha trasformato il makeup in simbolo, al punto da diventare replicabile, citabile, campionabile come un riff. Il fulmine fu realizzato dal makeup artist Pierre La Roche e la costruzione dell’immagine, nella sua versione definitiva, coinvolse anche l’airbrush artist Philip Castle.
I capelli sono l’altra metà della costruzione bowiana: il rosso acceso e innaturale di Ziggy Stardust, tagliato in modo netto e quasi alieno, rompeva con ogni codice rock precedente, il biondo platino e levigato del Thin White Duke segnava invece una fase di controllo, freddezza e distacco emotivo.
Le lunghezze più morbide e naturali degli anni Ottanta accompagnavano una stagione di maggiore accessibilità pop. In ogni fase, la capigliatura non era un dettaglio estetico ma un segnale narrativo: Bowie usava i capelli per dichiarare chi stava diventando, prima ancora di farlo con la musica.
Ziggy non è solo un personaggio: è uno spartiacque estetico. È il punto in cui gender, teatralità e pop diventano un patto pubblico. Qui entrano in gioco due nomi fondamentali, spesso ridotti a nota a margine e invece centrali. Il primo è Kansai Yamamoto, che per Bowie costruì una serie di outfit destinati a riscrivere l’idea stessa di costume rock: volumi, segni, riferimenti al Giappone, una teatralità che non chiedeva permesso. La collaborazione - soprattutto nei primi anni ’70 - è oggi letta come un passaggio decisivo per la nascita di un immaginario gender-fluid.
Il secondo nome chiave è quello di Freddie Burretti, designer fondamentale per l’estetica di Ziggy Stardust e per il Bowie di Life on Mars?. Burretti contribuì a definire un tailoring pop essenziale ma affilato, pensato per funzionare davanti alla macchina da presa e sul palco. Abiti che oggi appaiono “semplici” solo perché costruiti con precisione assoluta.
Dopo l’esplosione glam, Bowie dimostra di saper fare l’opposto: sottrazione, controllo, rigore. Il Thin White Duke è silhouette e postura: camicia, gilet, pantaloni, una disciplina visiva che sembra classica ma risulta straniante. È una lezione fondamentale per la moda maschile contemporanea: la sensualità non sta solo nell’eccesso, ma anche nel taglio e nel non detto.
Tra le collaborazioni più emblematiche di David Bowie c’è quella con Alexander McQueen: la Union Jack frock coat del 1996, resa iconica nell’era Earthling, tiene insieme heritage e sabotaggio, romanticismo e ferita. Bowie scelse McQueen quando non era ancora un nome scontato, e non a caso ai VH1 Fashion Awards di quello stesso anno performò con quel linguaggio addosso, fondendo musica e moda in un’unica dichiarazione.
Accanto a questo dialogo, Bowie attraversò anche la moda più teatrale e scultorea di Thierry Mugler, che concepiva il corpo come architettura e creatura visionaria: un immaginario affine al suo, destinato a sedimentare nell’iconografia pop e a influenzare generazioni successive.
La forza di David Bowie è nell’aver fuso musica, immagine e racconto. Ogni album di svolta è stato anche una svolta estetica. Ziggy Stardust impone il glam come linguaggio sonoro e visivo, Aladdin Sane trasforma il successo globale in un’icona pop immediata. Con Young Americans Bowie abbraccia soul e funk, adottando uno stile più elegante e corporeo.
La trilogia berlinese (Low, “Heroes”, Lodger) porta a una radicale sottrazione: elettronica, introspezione, copertine austere. Negli anni Novanta, tra Outside ed Earthling, immagine e suono tornano a frantumarsi, fino a Blackstar, sintesi finale di jazz, avanguardia e simbolismo. La moda lo ha seguito perché ogni disco apriva un nuovo mondo da abitare, non solo da indossare.
La consacrazione museale di David Bowie non è mai stata puramente celebrativa, ma strutturale. Nel 2013 il Victoria and Albert Museum ha inaugurato David Bowie Is, una delle mostre più visitate della sua storia, capace di ridefinire il racconto museale di un artista pop attraverso costumi, video, suoni e archivi personali. Oggi quel percorso trova una sede permanente: nel 2025 apre al pubblico il David Bowie Centre all’interno del V&A East Storehouse di Londra, spazio dedicato alla consultazione dell’archivio Bowie e alle esposizioni in rotazione, pensato come luogo di studio e non di nostalgia.
Accanto alla dimensione istituzionale, resta quella simbolica e privata. Bowie riceve la stella sulla Hollywood Walk of Fame nel 1997, consacrazione definitiva di una carriera globale. Sul piano personale, la relazione con Iman - conosciuta nel 1990 e sposata nel 1992 - rappresenta una delle storie d’amore più solide e longeve dello show business, durata fino alla sua morte nel 2016.
Un equilibrio raro, che completa il ritratto di un artista capace di essere icona pubblica e uomo profondamente privato. È la prova più chiara che, a dieci anni dalla scomparsa, Bowie non appartiene alla commemorazione, ma a un presente che continua a studiarlo, interrogarlo, usarlo come riferimento. È questo il suo peso specifico: aver reso naturale l’avanguardia e, più ancora il crederci, il "non è finita finché non è finita". In fondo, l’eredità soggiace tutta lì: we can be heroes, just for one day.