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living05 febbraio 2026

Milano post-industriale: un racconto lineare, quartiere dopo quartiere

Come è cambiata la geografia della città negli ultimi anni, anche in vista di Milano Cortina 2026. Dalle ex fabbriche trasformate in spazi dedicati ad arte e moda agli scali ferroviari dismessi diventati luoghi di incontro
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Di Patrizia Piccinini

Luxottica - Credits: Courtesy Press OfficeLuxottica - Credits: Courtesy Press Office

Milano è stata una città di turni, sirene e ferro. Il rumore arrivava prima della luce: presse, camion e l’odore acre di olio e gomma calda. Le fabbriche non erano ai margini, erano il cuore: la Breda a nord, le fonderie a sud, l'aeronautica a est. Una metropoli cresciuta per addizione di lavoro, dove la rete ferroviaria era un sistema di arterie vitali. Poi, il silenzio. Sono rimasti i volumi vuoti, i binari morti e le travi a vista. La Milano post-industriale è nata da quel vuoto, e ha trasformato il cemento in riuso: le fabbriche oggi sono campus, uffici, distretti culturali, luoghi per esposizioni. Il fragore si è spento, ma la struttura regge. La città non ha perso i suoi turni, ha solo cambiato il segnale: la sirena è stata sostituita dal calendario. Dalla Fashion Week alle Olimpiadi Invernali, Milano continua a correre, scandita non più dal vapore, ma dagli eventi.

Il Villaggio Olimpico: l’ultima trasformazione

L’esempio più attuale di questa metamorfosi è lo Scalo di Porta Romana. Qui, dove un tempo i treni venivano smistati e riparati, è nato il Villaggio Olimpico. Al centro del progetto, che diventerà uno studentato, non ci sono solo vetrate moderne, ma i "piccoli" edifici dell’ex Squadra Rialzo - il luogo dove i vagoni ferroviari venivano sollevati per la manutenzione - con le loro linee industriali pulite e rigorose. Non sono stati abbattuti per fare spazio al nuovo; sono stati scelti per diventarne l'anima.

Questi edifici ospitano spazi comuni e servizi, un ponte tra la Milano che faticava e quella che accoglie il mondo dei Giochi. Sembra quasi di vedere una riedizione di "Ritratti di fabbriche" di Gabriele Basilico, il fotografo che deve parte della propria fama internazionale proprio agli scatti che ritrassero l’ex scalo alla fine degli Anni 80. La dimostrazione che a Milano il futuro non cancella il passato, ma lo abita.

Villaggio Olimpico - Credits: Courtesy Press OfficeVillaggio Olimpico - Credits: Courtesy Press Office

Il distretto del pensiero e della luce

A pochi passi (letteralmente) dal Villaggio Olimpico, la Fondazione Prada incarna il cambio di sostanza: dove si distillava gin, oggi si distilla pensiero. Il progetto di OMA non cerca nostalgia ma dialogo, accostando l’oro della Torre Luce al cemento. Accanto sorge Symbiosis, il distretto di Covivio firmato ACPV Architects. Qui la logistica ha ceduto il passo a Piazza Olivetti, cuore minerale tra specchi d'acqua e tecnologia. In questo ecosistema, Casa Moncler (progettata sempre da ACPV Architects) evoca l’archeologia industriale con volumi rigorosi e sostenibilità radicale: una vecchia ciminiera, integrata tra le facciate in vetro, non sbuffa più fumo ma funge da condotto per la ventilazione naturale.

L’edificio respira attraverso il suo passato. A chiudere l'orizzonte svetta la Torre Faro, sede di A2A firmata da Antonio Citterio e Patricia Viel. Un ago di vetro di 144 metri che eleva l’orizzontalità dei binari verso il cielo. Se le vecchie ciminiere segnavano il confine con la fuliggine, la lanterna in cima alla torre oggi restituisce uno sguardo a 360 gradi sul futuro di Milano.

Da sinistra a destra, Casa Moncler e Fondazione Prada - Credits: Courtesy Press Office; Getty ImagesDa sinistra a destra, Casa Moncler e Fondazione Prada - Credits: Courtesy Press Office; Getty Images

Transizioni: dall'Ex Macello alle Ex Officine Aeronautiche

Poco distante, l’Ex Macello - già rifugio del design di Alcova e oggi vibrante arena per festival e concerti - si prepara alla metamorfosi definitiva. Qui la scala è immensa: i volumi che un tempo ospitavano il mercato delle carni diventeranno 'Aria', il nuovo distretto urbano firmato Redo Sgr. Saranno le matite e i computer dei creativi dello IED a sostituire le lame del passato, trasformando l’archeologia industriale in un campus aperto che mira ad essere la prima Area Carbon Negative del Comune di Milano.

A est, lungo l'asse di via Mecenate, la metamorfosi porta la firma di Piuarch. Il loro intervento sulle Ex Officine Aeronautiche Caproni ha trasformato un relitto della storia nel Gucci Hub. Il recupero del mattone rosso dialoga con una torre di vetro, mentre l’immenso hangar dove si assemblavano i trimotori è diventato una piazza coperta per la moda globale.

Ex Macello - Credits: Getty ImagesEx Macello - Credits: Getty Images

Materia che muta: The Sign

Spostandosi nel quadrante sud-ovest della città, dove un tempo la Fonderia Vedani colava metallo incandescente, oggi brilla The Sign, firmato da Progetto CMR, che ha rivestito di metallo dorato i nuovi volumi onorando i fantasmi dei forni originali, per fare spazio a nuovi edifici a destinazione direzionale, tra cui la sede di L’Oréal. È il paradosso più affascinante di questa nuova Milano: sostituire la produzione di alluminio con la produzione di bellezza. The Sign non è solo uffici; è una "fabbrica aperta" che ha creato una nuova piazza, un connettore fluido dove la città scorre tra la metropolitana di Romolo e il campus della IULM.

The Sign L’Oréal - Credits: Courtesy Press OfficeThe Sign L’Oréal - Credits: Courtesy Press Office

Le fatica che si trasforma in estetica

L'asse Tortona-Savona è dove l'industria si dissolve per stratificazione. Qui non ci sono cattedrali isolate, ma un tessuto fitto che ha trasformato la fatica in estetica. L’ex Richard-Ginori ne è il simbolo: i loft creativi occupano gli spazi dove un tempo si cuoceva la porcellana, conservando nei corridoi il passo degli operai. Il cuore di questa mutazione batte nell'Ex Ansaldo, un isolato che oggi ospita due anime: il Mudec, con la nuvola di cristallo di David Chipperfield, e BASE, una "fabbrica del sapere" dove le idee si assemblano con precisione meccanica. Poco distante, lo Scalo di Porta Genova resta in un limbo: un deserto di binari sospeso tra il passato logistico e la nightlife.

La scintilla del distretto nacque però nel 1983 dall'intuizione di Flavio Lucchini e Gisella Borioli: trasformare un’ex fabbrica di biciclette nel Superstudio. È stata la prima "fabbrica creativa", capace di dimostrare che i volumi industriali sono il palcoscenico perfetto per la moda e il design. Oggi questa eredità si è evoluta nel Superstudio Maxi e nel nuovo "Village" in via Moncucco: un hub tecnologico e sostenibile di 10mila mq che espande il concetto di spazio espositivo verso la periferia, rigenerando un ex magazzino siderurgico. Tutti luoghi che nella prossima Design Week diventeranno meta per scoprire le novità della creatività.

Sulla scia di questo modello, il lusso ha colonizzato l'intero quartiere: Luxottica ha inondato di luce un'ex fabbrica; Fendi ha scelto le capriate d'acciaio dell'Ex Riva & Calzoni; Armani/Silos ha trasformato un deposito di cereali in un tempio laico. Un ecosistema di bellezza, dove il contenuto conta più del contenitore.

Da sinistra a destra, Luxottica e Mudec - Credits: Courtesy Press Office; Getty ImagesDa sinistra a destra, Luxottica e Mudec - Credits: Courtesy Press Office; Getty Images

La Fabbrica del Vapore: il ritorno al civico

Risalendo verso Porta Volta, la Fabbrica del Vapore segna un passaggio cruciale. Costruita a fine Ottocento per la ditta Carminati & Toselli (che qui costruiva e riparava i tram e i vagoni ferroviari di Milano) è la prima grande fabbrica restituita alla città come spazio pubblico e creativo. Qui non si respira l’aria degli showroom blindati, ma quella dei laboratori aperti e delle associazioni. Meno patinata, più ruvida, decisamente più civica. Le enormi navate in mattoni rossi e le capriate d’acciaio non sono state "addolcite": il restauro ha mantenuto quella nudità industriale che la rende un luogo di produzione culturale allo stato puro. È un ecosistema che vive di mostre indipendenti, festival di cinema all’aperto e residenze per giovani artisti, un avamposto che resiste alla gentrificazione spinta.

Fabbrica del Vapore - Credits: Courtesy Press OfficeFabbrica del Vapore - Credits: Courtesy Press Office

Il Nord: dove la fabbrica si fa visione

Il nord comincia sotto i binari, dove la città si fa densa e metallica. Qui, DropCity ha riattivato in occasione del Salone del Mobile gli archi di via Sammartini: non è un restauro, è una riappropriazione della soglia. Negli spazi sotto la ferrovia, l'infrastruttura diventa architettura viva; è produzione culturale allo stato grezzo, senza facciate, dove il design si confronta con il passaggio dei treni che vibrano sopra le teste. È la dimostrazione che a Milano ogni vuoto, anche il più marginale, ha una vocazione.

Risalendo ancora, alla Bicocca l’ex Breda si trasforma nel Pirelli HangarBicocca. È forse il luogo dove il tuo racconto trova la sua massima espressione: qui la fabbrica non è stata riadattata, è stata preservata nella sua scala monumentale per ospitare l'arte che non starebbe altrove. Le navate non vengono addomesticate: restano oscure, immense, solenni. Non producono più pneumatici o locomotive, ma spazio e visione. I visitatori si muovono tra le torri di Anselm Kiefer con lo stesso senso di soggezione che dovevano provare gli operai davanti alle macchine. La fabbrica non è più un contenitore, è il racconto stesso.

Anselm Kiefer, I Sette Palazzi Celesti 2004-2015, Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2016 - Credits: Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano, Foto Lorenzo PalmieriAnselm Kiefer, I Sette Palazzi Celesti 2004-2015, Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2016 - Credits: Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano, Foto Lorenzo Palmieri

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