Di Claudia Ricifari
Il cashmere è uno dei materiali più desiderati e noti dell’abbigliamento invernale (e non solo, qui vi suggeriamo anche dei plaid). Isolante, caldo ed estremamente morbido e confortevole, è diventato sinonimo di lusso e – di conseguenza – di desiderabilità. Nel mercato globalizzato e complesso di oggi, però, esistono diverse varietà di cashmere dalle quali dipende una diversa qualità.
La consapevolezza, quando si acquista, è fondamentale. Sempre più consumatori chiedono trasparenza, per una questione di sostenibilità ambientale – certo – ma anche economica. Il cashmere di qualità ha un determinato prezzo, dettato da molteplici fattori.
Ecco perché abbiamo pensato di realizzare una mini-guida per comprendere da dove arriva il cashmere, cosa lo distingue dalla semplice lana e come si riconosce quello di alta qualità.
Il cashmere è una fibra naturale di origine animale, ricavata esclusivamente dal sottovello delle capre Hircus. In genere, proviene da aree geografiche con climi estremi, dove questi animali sviluppano un sottovello più fine. La raccolta avviene una sola volta all’anno e la resa è molto bassa: da ogni animale si ottiene una quantità minima di fibra realmente utilizzabile dopo la selezione.
Questa scarsità strutturale incide direttamente sul costo della materia prima e rende impossibile ottenere vero cashmere di qualità a prezzi irrisori senza compromessi.
Non si tratta quindi di una lana “più pregiata”, ma di una fibra diversa per struttura, funzione e resa. Il sottopelo serve all’animale per proteggersi da climi estremamente rigidi e viene raccolto una sola volta all’anno, tramite pettinatura manuale.
La lana tradizionale proviene invece dal vello della pecora ed è composta da fibre mediamente più spesse. Questa differenza strutturale spiega perché il cashmere risulti più leggero, più caldo a parità di peso e più delicato sulla pelle rispetto alla lana.
A livello funzionale, infatti, il cashmere trattiene meglio il calore pur mantenendo leggerezza e traspirabilità.
La lana, dal canto suo, è più resistente, elastica e versatile, ma meno isolante e meno raffinata al contatto diretto con la pelle. Per questo il cashmere viene utilizzato soprattutto per capi destinati a essere indossati a diretto contatto con il corpo o come strati sottili ma altamente performanti.
Il primo indicatore di qualità del cashmere è la finezza della fibra, misurata in micron. Più il numero è basso, più la fibra è sottile e morbida. Le fibre di qualità superiore si collocano nella fascia più bassa del range comunemente utilizzato, mentre fibre più spesse, pur rientrando legalmente nella definizione di cachemire, offrono una sensazione meno raffinata.
Questa caratteristica incide direttamente sulla morbidezza, sulla capacità termica e sulla sensazione complessiva del capo nel tempo.
Oltre alla finezza, un parametro determinante è la lunghezza della fibra. Fibre più lunghe permettono una filatura più compatta e stabile, riducendo la formazione di pilling (ovvero gli odiosi pallini) e aumentando la durata del capo.
Alcune aziende che vendono prodotti in cashmere utilizzano fibre più corte: il risultato è un prodotto inizialmente morbido, ma che tende a deteriorarsi più rapidamente. È uno dei motivi principali per cui due capi dichiarati “100% cachemire” possono comportarsi in modo diverso dopo pochi utilizzi.
La qualità finale dipende anche dalla lavorazione. Filature lente e controllate preservano l’integrità della fibra, mentre processi industriali accelerati riducono i costi ma stressano il filato. Anche la costruzione del capo ha una sua importanza: maglie troppo aperte o leggere possono sembrare morbide al primo contatto, ma sono spesso meno resistenti.
Il prezzo del cashmere, dunque, è il risultato di molte variabili: qualità della fibra, lunghezza, origine, selezione, filatura, costruzione del capo e, infine, posizionamento del marchio.
Esistono cashmere di qualità media venduti a prezzi accessibili, ma quando il costo scende drasticamente è lecito interrogarsi sulla reale qualità della fibra o sulla sua percentuale effettiva all’interno del capo.
Per questo è importante saper leggere le etichette e approfondire (magari online) l’intera filiera di origine dei materiali e produzione. Le normative europee impongono trasparenza sull’etichettatura, ma la dicitura “cashmere” resta uno degli ambiti più esposti a usi impropri del termine.
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