Di Valeria Boraldi
Gabrielle Bonheur Chanel ha scritto e influenzato la storia della moda. Una creativa che ha portato la donna a sentirsi comoda, elegante e libera. Scomparsa 55 anni fa, il 10 gennaio 1971, colei che tutti chiamano “Coco” nasce in una famiglia di ambulanti. Il padre, Albert Chanel, è un uomo affascinante e affabulatore, molto spesso lontano dalla famiglia, e la madre, Jeanne Devolle - donna dalla salute cagionevole - una moglie innamorata che decide di seguire il marito ovunque.
Il modo in cui Gabrielle ha rivoluzionato la moda del XX secolo si comprende anche ripercorrendo la sua storia. Da bambina vive nei quartieri poveri dei paesi in cui la famiglia decide di stanziare, nutrendosi di quell’artigianalità tipica dei piccoli luoghi. Una ragazzina che soffre della morte precoce della madre, avvenuta a 32 anni, e che in seguito viene abbandonata dal padre.
Tanti sono i fattori che hanno reso Gabrielle Bonheur Chanel la grande creatrice di moda che tutti conoscono. Attraversando le difficili condizioni della società che viveva – dalla guerra allo status della donna – è arrivata ad essere una professionista ammirata ed imitata, dalla Belle Époque ad oggi. Una mente originale e visionaria, capace di leggere i propri tempi e dare vita a capi dal fascino eterno, vere e proprie rivoluzioni nel settore. Dall’ambita borsa 2.55 al sandalo bicolore, fino al tweed che caratterizza tailleur dall’eleganza senza tempo, lo stile di Coco Chanel non passa mai di moda.
Avanguardista, visionaria, capace di vedere oltre e di donare alle donne oggetti del desiderio in grado di renderle libere. Questo e molto altro è stata Coco. Il lavoro in una ditta specializzata in confezioni di corredo e maglieria, la Maison Grampayre, le permette di affinare le abilità manifatturiere sviluppate durante le vacanze a Moulins con la zia sarta Louise Costier.
Il periodo trascorso nella stessa cittadina frequentando i caffè-concerto, nello specifico il locale La Rotonde, prima come poseuse, cioè finta spettatrice deputata alla claque, poi come addetta alla raccolta mance e infine come cantante (il nomignolo Coco nasce proprio da una canzone da lei cantata che intonava Qui qu’a vu Coco dans L’Trocadéro) le permettono di entrare in contatto con le milizie di soldati che si ristorano nel café chantant. I grandi amori stimolano lo sbocciare della sua originale creatività.
Nel cafè Gabrielle conquista occhi, menti e cuori dei soldati. La sua corporatura magra e acerba è molto distante dall’ideale di bellezza dell’epoca e questo la fa spiccare tra la più ammirate dal pubblico. Allo stesso tempo il color ottanio delle bluse e i pantaloni scarlatti delle divise dei soldati iniziano ad incuriosire la mente della futura modista.
La moda maschile plasmata sul corpo femminile che caratterizzerà le creazioni di Coco passa anche attraverso la conoscenza del giovane militare di leva Étienne Balsan, discendente di una delle più importanti famiglie attive nel settore tessile, nonché grande appassionato di cavalli. Proprio grazie ai periodi trascorsi con lui nella sua tenuta Le Royallieu di Compiègne, Gabrielle inizia a dare vita a nuove mises dal carattere androgino.
Coco vi trascorre giorni e giorni, alcuni anche senza uscire dalla camera, oziando e leggendo romanzi d’appendice. Dal suo bagaglio spuntano pochi abiti: un completo di alpaca e uno di lana cheviot. Così decide di frugare negli armadi di Étienne, appropriandosi dei suoi capi, modificando camicie e giacche o stringendo e accorciando pantaloni per adattarli al proprio corpo. L’animo da stylist inizia a prendere il sopravvento.
Una vera e propria regina dei fitting, che si impone anche chiedendo all’amato di insegnarle a cavalcare come un uomo e non più all’amazzone, portando alla ribalta un nuovo modello di donna, che può giocare a Polo indossando pantaloni da equitazione jodhpurs.
Coco Chanel non era una sarta in senso letterale, ma una creatrice di moda, come lei stessa amava definirsi, tanto da affermare decisa: “Io non disegno. Scolpisco il modello, più che disegnarlo. Prendo la stoffa e taglio. Poi la appiccico con gli spilli su un manichino e, se va, qualcuno la cuce. Se non va ancora, la butto via e ricomincio da capo.”
E chissà se Gabrielle si sarebbe mai immaginata che il taglio di capelli corto - che si fece da sola come gesto disperato dopo essere stata abbondonata dal suo grande amore Étienne - avrebbe rappresentato uno momento di cambiamento epocale nella definizione dell’estetica della donna.
Insieme con giacche, maglie, pantaloni, cappelli (Coco tolse piume e orpelli per renderli comodi, funzionali e portabili), gonne più corte e molto altro il cognome Chanel cambia il destino della parola “moda”: non è un caso che proprio lei sarà l’artefice dello smembramento delle silhouette costrette nei bustini di stilisti rinomati come Paul Poiret.
Con lo sviluppo di un mood maschile per il vestiario femminile, Coco Chanel nel corso della sua vita verrà imitata e copiata, mostrandosi sempre orgogliosa di vedere per la strada molte donne vestire “in stile Chanel”, per “una moda alla portata di tutti”.
Sembra aver preso alla lettera queste parole l’attuale direttore creativo dalla maison, Matthieu Blazy, che ha messo in scena la sfilata Chanel Métiers d’art 2026 nella metropolitana di New York, facendo aprire lo show (per la prima volta) a una modella indiana, Bhavitha Mandava, tra i nuovi volti ambiti sulle passerelle.
Ed ecco che la “democratizzazione” della moda pensata da Coco sfila oggi come lei avrebbe voluto, seguendo la sua affermazione: “Non c’è moda se non scenda per strada”.
La vita privata, soprattutto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, fa capolino in quel gomitolo di fili intrecciati che è la vita adulta, arrivando a influenzarla. Gli anni trascorsi fino alla maggiore età nell’orfanotrofio dell’Abbazia di Aubazine - vissuti nella costante attesa, mai soddisfatta, di rivedere il padre, Albert Chanel, che quando lei aveva 11 anni l’aveva salutata dicendole “tornerò a prenderti”- segnano profondamente Gabrielle.
Qui le ragazze imparano a rammendare lenzuola e a realizzare corredi per neonati, insegnamenti impostati seguendo la linea di quello che, all’epoca, era il destino segnato delle donne: sposarsi, occuparsi e rendere felice l’uomo che accompagnano, lasciando a latere ogni ambizione e aspirazione personale. Un destino al quale Gabrielle deciderà di ribellarsi. La storia della moda parla da sola, insieme a quelle due “C” intrecciate che rappresentano l’iniziale del cognome di una donna forte e all’avanguardia, che in quelle due lettere racchiude tutta la sua esperienza di vita.
Nell’orfanotrofio la giovane assorbe alcuni elementi che diventeranno ispirazione per la sua arte. Nella mente e negli occhi le si fissano il bianco delle camicie delle compagne, il bordeaux delle divise, ma soprattutto il nero dell’abito monacale.
E così nel corso della sua carriera nel mondo della moda Gabrielle rivoluziona la concezione della palette cromatica, trasformando il nero, colore austero e triste, in una tinta elegante e sofisticata, indossabile di sera e di giorno. Una nuance la cui apparenza varia anche a seconda degli accessori scelti per il look. Così il noir, che fino a quel momento aveva rappresentato il codice per vivere momenti di lutto e di tristezza, si trasforma in un elemento raffinato da sfoggiare con nonchalance.
Poi arriva un’altra rivoluzione. Grazie anche al sostegno del compagno Arthur Capel, detto Boy, nel 1915 partorisce l’idea di utilizzare un nuovo materiale, il jersey, per consentire alle donne di abbigliarsi con capi eleganti, ma allo stesso tempo dinamici, donando loro piena libertà di movimento. C’è un nuovo modello di donna da vestire: quello attivo e moderno che si rimbocca le maniche (perché gli uomini sono in guerra). Addio a orpelli inutili e largo al mood del less is more.
Nasce così un abito tubolare che nasconde la vita e in cui i fianchi sono avvolti da una sciarpa annodata, arricchito da un gilet di taglio maschile. È l’antesignano del famoso e leggendario petit robe noir o little black dress, che Coco Chanel lancia nel 1926: un abito da cocktail versatile e dai tratti semplici.
Negli anni l’ambito capo nero è stato oggetto di modifiche e rivisitazioni, mantenendo però le caratteristiche chiave: comodità, semplicità ed eleganza allo stesso tempo. Anche nella collezione Autunno-Inverno 2025/2026 la creazione iconica ideata da Coco conquista i guardaroba delle amanti dello stile di Rue Cambon 31 (inizialmente al 21).
Come affermava Karl Lagerfeld, Direttore Creativo della Maison Chanel dal 1983 al 2019, anno della sua scomparsa: “One is never over-dressed or underdressed with a Little black Dress”.
È in Costa Azzurra che il sentore del leggendario profumo Chanel N°5 comincia a prendere vita. Durante un breve soggiorno insieme a Dimitrij Romanov, suo compagno in quel periodo (la liason durerà un anno), Gabrielle incontra a Grasse Ernest Beaux, famoso chimico profumiere russo e conoscente del nobile, che aveva lavorato per un’azienda di profumi al servizio della Corte degli Zar. Un match che sarà alla base della nascita della fragranza iconica.
Coco Chanel conosce già il mondo della cosmesi: una lozione lenitiva dalle proprietà prodigiose contro l’invecchiamento e i rossori dopo la rasatura è già stata messa sul mercato e la composizione mantenuta segreta da un gruppo di fidati medici. Ma il mondo dei profumi è un altro universo. In commercio ci sono già le fragranze firmate da Paul Poiret, come Parfums de Rosin, o dalla maison Guerlain, come Shalimar e Mitsouko. La concorrenza è ardua, ma Gabrielle non è una donna che si fa intimorire.
Infatti, Chanel N°5 è tutt’altra storia. In primis, nel nome del profumo vive Gabrielle stessa, con il suo cognome e con quel “5” che rappresenta una delle sue ossessioni (altre sono, ad esempio, il 2, il 19 e l’immagine del leone, suo segno zodiacale). Il lancio di Chanel N°5 avviene il 5 maggio del 1921 ed è un successo. Il prodotto spiazza il mercato grazie a un mix che mette insieme una lucida strategia di marketing, un forte ingegno e una grande capacità di guardare avanti.
Inoltre, Chanel N°5 è un profumo che si differenzia dagli altri grazie a una componente specifica e originale, le aldeidi. Ernest Beaux stava lavorando su questi composti di sintesi organica che non erano mai stati usati fino a quel momento, a causa del loro costo elevato e della loro difficile lavorazione. Questo non ferma Chanel. Le aldeidi hanno, d’altra parte, il pregio di rendere le note caratteristiche del profumo più vibranti e permettono alla fragranza di persistere per più tempo sulla pelle.
Anche il design della bottiglietta è originalità pura. Per Gabrielle deve essere minimalista e distanziarsi dalle confezioni dei competitor. Sceglie così un’ampolla con base a parallelepipedo e trasparente, per consentire a chi avrebbe scelto la sua essenza di ammirare il colore della miscela profumata.
Il tappo, con 8 lati ed angoli smussati, ricorda invece le gemme taglio smeraldo e anche la forma del perimetro di una delle piazze più eleganti e raffinate di Parigi, nonché fulcro della più alta gioielleria, Place Vêndome.
Inizialmente, Chanel N°5 non è esposto in vetrina, ma viene donato alle clienti più fedeli dell’atelier di Rue Cambon 31, una sorta di chiave speciale che simboleggia l’appartenenza ad un contesto elitario. Ma Coco vuole spingersi oltre ed arrivare a vendere la sua fragranza nel grande magazzino Le Galeries Lafayette di Théophile Bader. L’impresa è impossibile affidandosi solo al laboratorio di Ernest Beaux, considerando i volumi che si sarebbero dovuti produrre.
Così, nel 1924, Gabrielle Bonheur Chanel diventa socia di Pierre Wertheimer (proprietario, insieme con il fratello, di una società di profumi, Les Parfumeries Bourjois) fondando, con direttore creativo Ernest Beaux, la Société des Parfumes Chanel. Il resto è storia.
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