Di Giuditta Avellina
Il ritorno degli Anni 90 non è un’operazione di revival superficiale, ma un processo più profondo, che riguarda il modo in cui quella decade ha costruito il pop come romanzo generazionale. In questo senso, i Take That sono uno dei casi più emblematici. Non solo perché hanno dominato le classifiche, ma perché hanno incarnato una forma di pop capace di attraversare il tempo, e tornare a parlare a pubblici diversi, in epoche diverse. A riaccendere l’attenzione è anche un nuovo documentario in uscita a fine di gennaio, che ripercorre la storia del gruppo con uno sguardo retrospettivo e più adulto.
Non un’operazione celebrativa, ma un racconto che entra nelle dinamiche umane: l’ascesa rapidissima, la pressione della fama, i rapporti interni, la frattura più dolorosa e le successive riconciliazioni. Il punto non sono solo le canzoni o i numeri, ma il modo in cui un gruppo pop, col passare del tempo, diventa una metafora delle relazioni adulte.
I Take That nascono all’inizio deI Nineties a Manchester, in un momento in cui il pop britannico sta cercando una nuova grammatica dopo gli Anni 80. A distinguerli da molte altre boy band è subito la presenza di una scrittura interna solida, guidata da Gary Barlow. Le loro canzoni non sono semplici veicoli per coreografie televisive, ma strutture melodiche robuste. Tra il 1993 e il 1995, i Take That diventano il centro emotivo del pop europeo. Brani come Back for Good o Never Forget non funzionano solo come hit, ma come momenti di identificazione collettiva.
La frattura arriva nel 1995, quando Robbie Williams lascia il gruppo. Non è una semplice separazione artistica: è uno strappo emotivo che segna l’immaginario di quegli anni. Robbie rappresenta il lato più irrequieto, impulsivo e vulnerabile del progetto, e la sua uscita contribuisce a trasformare i Take That in un mito ancora prima che la band si sciolga ufficialmente nel 1996. Quando i Take That tornano nei primi anni Duemila, senza Robbie, non tentano di replicare il passato. La boy band diventa una “man band”, capace di parlare a un pubblico cresciuto insieme a loro. È un passaggio decisivo, perché dimostra che il pop degli Anni 90 può maturare senza perdere forza.
Il vero cortocircuito simbolico arriva nel 2010, quando Robbie rientra nel gruppo per un progetto percepito come una riconciliazione storica. Da quel momento in poi, la relazione tra loro resta una linea aperta, fatta di avvicinamenti, distanze, apparizioni condivise e dichiarazioni mai definitive.
Ed è qui che il ritorno di quell'epoca si intreccia con il presente. Robbie Williams è tornato oggi con un nuovo album solista, BRITPOP, un progetto che guarda esplicitamente alla tradizione pop britannica di metà anni Novanta. Williams ha spiegato che si tratta del disco che avrebbe voluto pubblicare subito dopo aver lasciato i compagni nel 1995, recuperando quell’immaginario sonoro e culturale rimasto in sospeso.
Allo stesso tempo, il cantante non ha escluso un futuro ritorno con il gruppo. Ha chiarito che non è qualcosa di imminente, ma si è detto convinto che, prima o poi, succederà. Anche sul piano dello stile, i Take That raccontano bene questo passaggio. Negli Anni 90 il loro look era pensato per essere immediatamente leggibile, ma con il tempo l’estetica si è fatta più sobria e adulta. I Take That sono stati importanti perché hanno dimostrato che una band può essere allo stesso tempo intrattenimento di massa e racconto emotivo complesso. E quando Robbie Williams dice, di fatto, “non adesso, ma un giorno sì”, sta pronunciando una delle frasi più Nineties possibili: perché in quella decade le storie non finivano mai davvero. Rimanevano sospese, pronte a tornare quando il tempo era maturo.
Sul piano estetico e musicale, i Take That hanno costruito un immaginario sorprendentemente resistente al tempo. Il loro stile degli Anni 90 parlava la stessa lingua delle canzoni: desiderabile ma accessibile. Camicie oversize aperte sul petto, gilet sartoriali indossati senza t-shirt, completi tono su tono, cappotti lunghi essenziali, denim dritto: codici che oggi tornano centrali nel menswear contemporaneo, tra tailoring morbido e ritorno a una mascolinità meno urlata.
Gary Barlow incarnava l’eleganza composta e melodica, Robbie Williams la tensione fisica, istintiva, più vulnerabile. È lo stesso dualismo che rende ancora attuali brani come Back for Good, che resta una delle ballate pop più solide di sempre, o Never Forget, diventata col tempo un rito collettivo più che una semplice hit. Riascoltate oggi, anche A Million Love Songs o Pray mostrano una scrittura che va oltre la formula da boy band e racconta fragilità, attese e legami. È qui che il ritorno degli Anni 90 smette di essere nostalgia.
Nello stile come nella musica, i Take That funzionano ancora perché non chiedono di essere ricordati, ma solo di essere riascoltati con lo sguardo di oggi.