Di Giuditta Avellina
Nel tennis del 2026, l’abbigliamento non è più soltanto performance wear, ma un’estensione del personaggio. Aryna Sabalenka e Naomi Osaka traformano il campo degli Australian Open in un luogo di immagine, ma con due strategie opposte. Sabalenka è luxury endorsement, Osaka è autorialità dello stile. In uno sport in cui storicamente il look era regolato da codici quasi istituzionali, oggi sono proprio questi due profili a dimostrare che il tennis (non solo) femminile è diventato uno dei territori più fertili per la moda, per capacità di far convivere disciplina e spettacolo.
Gucci ha scelto Aryna Sabalenka perché oggi rappresenta un’idea di lusso diversa dal solito, improntata sulla presenza fisica: un’ambassador perfettamente coerente con il linguaggio contemporaneo del brand, dove conta l’attitudine prima ancora dell’eleganza convenzionale. Una scelta in continuità con quella di Jannik Sinner di qualche anno fa. A Melbourne, infatti, la comunicazione legata alla partnership lavora su un mood chiarissimo: Sabalenka come figura dominante, non vestita per compiacere. E non è nemmeno la prima volta che il lusso la intercetta: prima di Gucci, Sabalenka era già entrata nel radar dell’alta fascia con Audemars Piguet, che nel 2024 l’ha annunciata come friend of the brand. Non un’operazione glamour, ma una legittimazione “di manifattura”: AP l’ha raccontata con parole come “indomitable” e con un lessico da eccellenza assoluta, collegando la sua immagine a disciplina e perfezionismo.
Il dettaglio più interessante, anche visivamente, è che Sabalenka aveva già reso virale il suo rapporto con l’orologeria sfoggiando un Royal Oak Offshore Chronograph arcobaleno, un pezzo riconoscibile e opulento, perfettamente coerente con la sua cifra pubblica. E mentre l’immagine cresce, il tennis conferma lo status. Sabalenka ha battuto Victoria Mboko 6-1 7-6(1) e si è presa i quarti di finale dell’Australian Open 2026, gestendo un secondo set più complicato ma chiudendo con autorità al tie-break. Il 27 gennaio la aspetta la sfida contro Iva Jovic, un incrocio che racconta bene il suo momento: Sabalenka entra in campo da favorita e da numero uno, con l’attenzione di chi è ormai un volto globale.
Naomi Osaka, invece non lavora sulla legittimazione attraverso un brand di lusso, ma sull’idea che la moda possa diventare parte dello spettacolo sportivo, quasi un atto teatrale. La sua ultima notizia più forte, infatti, non riguarda una vittoria ma un’immagine. All’Australian Open 2026 Osaka ha debuttato con un ingresso che ha fatto il giro del mondo, progettato come un vero momento di sfilata, con un look “jellyfish” nato in collaborazione con Nike e il couturier Robert Wun. Non un semplice completo da tennis, ma un concept ispirato a un’immagine di medusa che aveva colpito sua figlia e Osaka ha raccontato di voler creare un ricordo.
La costruzione del look era pensata per il movimento, con rouches e dettagli fluidi che reagivano alla corsa e alla torsione, portando sul campo un’idea di moda dinamica, quasi acquatica. In questo caso non è la moda che veste lo sport, ma lo sport che diventa passerella con regole proprie. Poi però la cronaca ha riportato tutto al corpo reale: Osaka si è ritirata dall’Australian Open citando un infortunio addominale, un elemento che nei resoconti è stato collegato anche ai cambiamenti fisici e alla gestione atletica dopo la gravidanza. In quella frattura tra immagine perfetta e limite fisico c’è quasi il senso del suo ritorno ovveroOsaka come atleta che continua a cercare forma e continuità, e come figura culturale che intanto resta capace di trasformare un semplice ingresso in campo in un momento globale e "social".
Sabalenka e Osaka raccontano due strade molto diverse dell’atleta contemporanea nel fashion system. Sabalenka rappresenta la forma più diretta del lusso, quella dell’investitura perchè un brand storico come Gucci la sceglie e la inserisce in una costellazione di visibilità che si muove tra eventi, immagine pubblica e cultura pop.
Osaka rappresenta l’approccio più vicino alla moda come linguaggio personale: non si limita a indossare un look, lo firma insieme a un designer, lo trasforma in racconto e lo costruisce come gesto visivo. E il tennis, paradossalmente, restituisce alla moda il tempo della visione. Un ingresso in campo dura pochi secondi, ma viene visto da milioni di persone, fotografato, commentato e trasformato in storia. Ed è qui che il campo diventa passerella, ma nel modo più serio possibile. Non perché “fa chic”, ma perché costruisce cultura.