Di Patrizia Piccinini
Il 2026 del design si è aperto con la fiera internazionale dell’arredamento parigina Maison&Objet, tra gli appuntamenti più attesi nel settore. L'occasione per toccare con mano un materiale nobile e per immaginare la maestria che sta dietro un artigianato d’eccezione. Fuori dalla fiera, la Ville Lumière si è accesa con eventi e occasioni di incontro che creano connessioni, rivelano e ispirano.
Entrare a Maison&Objet a gennaio è stato come varcare una soglia temporale. A Paris Nord Villepinte il design non si è mostrato: è accaduto. I corridoi scorrevano come una sequenza cinematografica, gli stand si accendevano e si spegnevano, le superfici chiamavano la mano prima ancora dello sguardo. Il tema di quest’anno, Past Reveals Future, non è rimasto appeso ai manifesti: si è materializzato negli oggetti, nelle finiture, nei dettagli. Segni che sembravano arrivare da lontano, ma parlavano con una chiarezza sorprendentemente attuale.
Il lusso, qui, ha abbassato la voce e alzato il livello: pensato, consapevole, colto. Una memoria diventata progetto. Al centro di questo racconto c’era lo spazio immaginato da Harry Nuriev di Crosby Studio, incoronato Designer of the Year 2026. Il suo manifesto del Transformism ha reso evidente una delle direzioni più forti viste in fiera: il quotidiano elevato a collezione, il riuso come gesto radicale, il passato liberato dalla nostalgia per diventare strumento creativo.
Un futurismo con radici profonde, fatto di cortocircuiti riusciti, di materiali già vissuti che cambiavano senso e statuto. Intorno, i settori WHAT’S NEW? hanno dettato il ritmo delle tendenze. Elizabeth Leriche ha raccontato un décor in metamorfosi, dove il neo-folclore si è tradotto in pattern irregolari, stratificazioni materiche e cromie terrose. Rudy Guénaire ha costruito una stanza sospesa, ispirata al cinema di Wong Kar-wai: luce filtrata, atmosfere intime, superfici che suggerivano più che dichiarare.
François Delclaux ha spinto sul tema del retail come esperienza totale, fisica e digitale, confermando che il negozio non è più solo contenitore, ma dispositivo narrativo. Usciti dai padiglioni, Parigi ha cambiato consistenza.
Con Paris Déco Off, tappe obbligata per gli appassionati di decorazione, il design ha smesso di stare fermo e ha iniziato a camminare. Sulla Rive Gauche, tra Saint-Germain-des-Prés e il 7° arrondissement, il ritmo era lento e denso. Fortuny ha raddoppiato la sua presenza con una nuova boutique in rue Bonaparte, mentre Pierre Frey ha inaugurato uno showroom dedicato al furniture in rue de l’Abbaye.
Da Dedar, la precisione concettuale si è tradotta in tessuti rigorosi ma sensoriali; Rubelli ha portato a Parigi la sua storia veneziana filtrata dallo sguardo dei Formafantasma. Il pop-up di Tessitura Luigi Bevilacqua all’Atelier Visconti ha riportato al centro il valore dell’archivio e del velluto come patrimonio vivo. Casamance ha lavorato sull’equilibrio, Elitis ha trasformato le pareti in paesaggi immersivi: superfici da attraversare più che da guardare. Sulla Rive Droite, tra Place Vendôme e il Marais, il tessile ha dialogato apertamente con l’architettura. Kvadrat ha ribadito la sostenibilità come metodo, non come dichiarazione.
Zimmer + Rohde ha scelto un lusso silenzioso, Fischbacher 1819 ha messo in scena jacquard teatrali. Il 2026 ha parlato la lingua del contatto: lane soffici, mohair luminosi, fibre botaniche. Una rigenerazione colta, dove saperi antichi e ricerca avanzata hanno trovato un punto di equilibrio.
Quando il badge si è spento, Parigi è rimasta accesa. Alla Bourse de Commerce - Pinault Collection, Minimal è stata un’esperienza quasi fisica: forme essenziali, luce che scorre, silenzi carichi di senso. Lygia Pape - Weaving Space ha trasformato lo spazio in un corpo da attraversare. Alla Galerie Dior, il dialogo tra Azzedine Alaïa e Monsieur Dior ha intrecciato moda e memoria senza retorica. Al Bon Marché, Song Dong ha trasformato l’oggetto quotidiano in filosofia visiva. Al Musée National Picasso-Paris, La Collection ha restituito un Picasso più umano. Nel Marais, Perrotin e David Zwirner hanno mantenuto il polso del contemporaneo.
E poi le Ninfee di Monet all’Orangerie: viste mille volte, ma sempre nuove. Come molti degli oggetti incontrati in fiera, capaci di portare addosso il passato e, senza fare rumore, indicare il futuro. Così si è chiuso il racconto. O forse no. Perché Parigi, a gennaio, non si visita: si assorbe. E tornando a casa, la sensazione è stata netta: aver visto tutto dal vivo, anche se alcune cose - le migliori - continuano ancora a muoversi dentro.
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