Di Giuditta Avellina
L’eredità di Valentino non è un elenco di abiti iconici, ma un insieme di lezioni che continuano a funzionare anche fuori dal tempo della moda. «Per te la bellezza non è mai stata un lusso né un ornamento: era una forma di difesa, uno scudo contro il mondo». Nel giorno della morte di Valentino Garavani, le parole di Pierpaolo Piccioli non suonano come un addio, ma come una dichiarazione di senso. Raccontano un uomo per cui l’eleganza non era superficie, ma struttura interiore. Un ordine rigoroso attraversato da leggerezza, una precisione mai disumana, una meraviglia che non si è mai spenta.
Valentino ha sempre scelto il tempo lungo contro l’urgenza della moda. Quando il sistema cercava lo shock, lui cercava la misura. Quando accelerava, lui rallentava. E quando sarebbe stato facile restare, ha scelto di andarsene. Piccioli lo ricorda come un mentore senza cattedra, capace di insegnare senza spiegare e di trasmettere una visione attraverso l’esempio. La moda come “gioia profondamente seria”. È per questo che la sua eredità non vive solo negli abiti custoditi negli archivi o nei musei, ma in una grammatica dell’eleganza che continua a orientare lo sguardo. Valentino ha lasciato un luogo fatto di disciplina e umanità. Un luogo in cui lo stile non coincide con ciò che si indossa, ma con il modo in cui si attraversa il tempo. Da qui nascono le cinque lezioni ideali che proponiamo come lascito dell’Imperatore: non come nostalgia, ma come strumenti ancora vivi, destinati a restare. Come lui. Per sempre.
«So cosa vogliono le donne. Vogliono essere belle»
Per Valentino la moda non è mai stata un esercizio concettuale fine a se stesso. Il punto di partenza è sempre la donna reale, con il suo desiderio di sentirsi valorizzata. I suoi abiti da sera – colonne fluide, scolli calibrati, drappeggi misurati, tagli che seguono l’anatomia senza costringerla – nascono per accompagnare il corpo, non per dominarlo. È questa filosofia che rende Valentino una scelta naturale nei momenti pubblici decisivi: dai red carpet hollywoodiani, dove le sue creazioni vestono attrici come Elizabeth Taylor, Anne Hathaway o Julia Roberts, fino alle cerimonie istituzionali e mondane, l’abito Valentino non cerca mai di “rubare la scena” ma la rende possibile. Lo stesso principio vale per uno dei capitoli più emblematici del suo lavoro: gli abiti da sposa.
Valentino ha vestito matrimoni entrati nell’immaginario collettivo – da Jacqueline Kennedy Onassis, che nel 1968 sceglie un abito essenziale e colto per le nozze con Aristotle Onassis, fino a creazioni couture per principesse, attrici e donne dell’alta società. Abiti in cui la purezza delle linee, la leggerezza dei tessuti e l’equilibrio delle proporzioni trasformano il matrimonio in un atto di stile senza tempo. Ecco perché molte di quelle apparizioni non sono semplicemente “look”, ma immagini destinate a restare nella memoria collettiva.
«Il rosso è un colore che amo. È il colore della vita, della passione»
Il Rosso Valentino nasce alla fine degli anni Cinquanta da un’intuizione che lo stilista ha raccontato più volte: una donna vestita di rosso vista a teatro a Barcellona. In mezzo a una platea elegante, quel colore gli rimase impresso. Da allora il rosso entra stabilmente nel suo lavoro, fino a diventare una presenza fissa, con almeno un abito in ogni collezione. Non è un rosso pensato per provocare, ma per restare. Funziona sulla scena, davanti ai flash, nella memoria. Nel tempo si lega a immagini diventate iconiche, dai red carpet di Hollywood agli Oscar del 2011, quando Anne Hathaway lo indossa davanti a milioni di spettatori. Il risultato è raro perché è un colore che non ha bisogno di spiegazioni e che, ancora oggi, rimanda immediatamente a un solo nome.
«La bellezza è la cosa più importante. Ma senza disciplina non esiste»
Dietro l’apparente leggerezza degli abiti Valentino c’è sempre stato un sapere profondo il saper fare l’alta moda. Un sapere costruito nel tempo e difeso come un valore non negoziabile. Le lavorazioni couture – dai celebri budellini cuciti a mano alle strutture interne invisibili, dai ricami calibrati alle proporzioni studiate al millimetro – raccontano una moda che nasce dalla competenza prima ancora che dall’ispirazione. Questo approccio si riconosce nei suoi capi più iconici: gli abiti da sera colonna che sembrano scivolare sul corpo ma sono sorretti da architetture interne complesse oppure i vestiti in chiffon e organza che uniscono leggerezza visiva e rigore costruttivo. O ancora le creazioni couture pensate per il red carpet o per le grandi occasioni. In un sistema sempre più veloce, Valentino ha difeso la couture come atto di responsabilità verso il mestiere e verso chi indossa l’abito. Per lui la bellezza non è istinto ma metodo e controllo.
«Il bianco per me è purezza, è luce»
Nel 1968 Valentino presenta la collezione All White, uno dei momenti più riconosciuti della sua carriera couture. In un periodo segnato da sperimentazioni cromatiche e decorativismo, sceglie il bianco come elemento centrale del progetto. Una decisione che sposta l’attenzione sulla costruzione dell’abito e sul lavoro sartoriale. Il bianco non è sottrazione, ma metodo perchè rende visibili cuciture, volumi, strutture interne. Sono anche gli anni del rapporto con Jacqueline Kennedy Onassis, che sceglie Valentino come stilista di riferimento. Attraverso di lei si consolida un’immagine di femminilità moderna, lontana dall’ostentazione.
Quella lezione riaffiora con chiarezza nel 2001, quando Julia Roberts vince l’Oscar come miglior attrice indossando un abito Valentino del 1992, scelto dall’archivio della maison. Non una creazione nuova, ma un capo storico riportato sul red carpet più osservato al mondo: un gesto che anticipa l’idea di vintage come riattivazione culturale, non come nostalgia. Gli abiti di Valentino oggi continuano a funzionare perché sono pensati per durare.
«Ho deciso di lasciare la scena nel momento migliore, quando la festa è ancora piena»
Valentino chiude due volte, e con due registri opposti. Il 5 luglio 2007, per i 45 anni della maison, sceglie Roma e il Tempio di Venere per una celebrazione pensata come evento totale, diventata uno dei simboli del suo “impero” mondano. Poche settimane dopo, il 4 settembre 2007, ufficializza il ritiro; il giorno successivo viene annunciata la successione creativa ad Alessandra Facchinetti.
Ma l’addio definitivo alla passerella avviene a Parigi, il 23 gennaio 2008, con l’ultima sfilata di alta moda al Musée Rodin: una chiusura senza enfasi, costruita interamente dentro i codici della maison, che trasforma il congedo in un atto di misura. Ed è qui che la sua idea di eleganza si fa definitiva. Per Valentino, uscire di scena non è stato rinunciare, ma proteggere il senso del proprio lavoro. Fermarsi prima che il tempo chieda di ripetersi. Celebrare quando serve, tacere quando è il momento, lasciare intatta la forma. L’eleganza, per lui, non è mai stata occupare tutto lo spazio possibile, ma sapere esattamente quando il punto è messo e la bellezza può restare così com’è: piena e riconoscibile, come lui, oltre ogni spazio e tempo.
Leggi anche:
Valentino, gli abiti da sposa che hanno fatto sognare dive e regine
Addio Valentino Garavani: le immagini esclusive della campagna a Roma con Claudia Schiffer