Di Marta Perego
L'estate viene spesso vista come la stagione della felicità. Le giornate si allungano, le città si svuotano, il mare promette leggerezza e le vacanze sembrano sospendere il tempo. Eppure, il cinema continua a raccontarla forse per quella che è nella sua essenza: la stagione della malinconia. L’estate mette tutti davanti a un paradosso: proprio quando tutto sembra possibile, si sa che nulla durerà. È il tempo dei primi amori e degli ultimi giorni dell'infanzia, delle fughe e dei ritorni, dei ricordi che nascono già intrisi di nostalgia.
È il momento dei bilanci, delle scelte, delle trasformazioni. È il momento in cui si sente l’inesorabile scorrere del tempo. Tra un tuffo e l’altro. Da Buongiorno tristezza a Aftersun, passando per La figlia oscura, Le meraviglie e Sundown, il cinema di ieri e di oggi sembra ricordare la stessa cosa: l'estate è il momento in cui qualcosa finisce, anche quando non ce ne accorgiamo.
Nel romanzo di Françoise Sagan, come nell’adattamento cinematografico del 1958, una vacanza sulla Costa Azzurra diventa il teatro del passaggio all'età adulta. Le giornate scorrono tra bagni, terrazze assolate e una libertà che sembra infinita. Ma sotto quella superficie luminosa si muovono il desiderio, la manipolazione e il senso di colpa. L'estate diventa così il momento in cui l'innocenza lascia il posto alla consapevolezza.
Anche Leda, protagonista del film di Maggie Gyllenhaal tratto dal romanzo di Elena Ferrante, sceglie il mare per allontanarsi dalla propria vita. Ma la vacanza non offre alcuna possibilità di evasione. Su una spiaggia assolata riaffiorano i ricordi della maternità, i sensi di colpa, i desideri mai confessati. Il paesaggio mediterraneo, invece di rasserenare, amplifica tutto ciò che la protagonista aveva cercato di mettere a tacere.
In Aftersun Charlotte Wells racconta un'estate degli Anni '90 apparentemente come tante: una vacanza in un villaggio turistico, una piscina, il karaoke, i primi turbamenti dell'adolescenza. Eppure, fin dall'inizio, lo spettatore percepisce che qualcosa non torna. Mentre Sophie vive quei giorni con la spensieratezza dei suoi undici anni, si coglie nei silenzi del padre (interpretato da Paul Mescal alla sua prima candidatura agli Oscar) un dolore che lei non è ancora in grado di nominare. E che trasforma quell’estate, apparentemente come le altre, nell’ultima estate della spensieratezza.
Nel film di Alice Rohrwacher, l'estate ha il profumo del miele, della terra e dei campi. È il tempo sospeso in cui Gelsomina vive ancora dentro il mondo costruito dal padre, prima che la modernità e il desiderio di emancipazione lo incrinino per sempre. Come accade spesso nel cinema della regista, la natura non è soltanto uno sfondo, ma il luogo in cui si assiste alla fine di un'età della vita. L'estate coincide con l'ultimo momento in cui tutto sembra ancora possibile.
In Sundown di Michel Franco, una vacanza di lusso ad Acapulco prende una direzione inattesa. Neil, interpretato da Tim Roth, sceglie di non tornare alla propria esistenza e rimane in Messico, lasciando che il tempo scorra senza obiettivi. Le spiagge, gli alberghi e il mare non rappresentano più il luogo del divertimento, ma quello della sospensione. È un'estate che non promette rinascita, bensì il desiderio di sottrarsi alle responsabilità e al dolore.