Venezia 82, Giorno 4 – Il mostro più bello del cinema si chiama Jacob Elordi
L'attore australiano incanta il pubblico: a Venezia un Frankenstein dal fascino dirompente
Dopo aver stregato la critica con Priscilla, Jacob Elordi torna al Lido in un ruolo radicalmente diverso: non più Elvis Presley, ma la Creatura nel Frankenstein firmato da Guillermo del Toro, presentato in concorso all'82ª Mostra del Cinema di Venezia.

Alto, magnetico, sofisticato, Elordi è affiancato da un cast stellare: un meraviglioso e struggente Oscar Isaac nei panni del Dottor Frankenstein e Mia Goth in quelli di Elizabeth, la donna amata da Frankenstein che nel film ha un ruolo centrale.

Ma è lui a catturare l'attenzione, nonostante le protesi da "mostro", rivelando un'interpretazione che lascia il segno.
Frankenstein, il film del cuore di Del Toro (e i microfoni impazziti)
"Questa è la storia che ha colpito il cuore di un bambino di 7 anni raccontata da una donna di 19. È il film della mia vita. Per me è una seconda natura. Il mostro sono sempre stato io, e ci ho messo 30 anni a realizzare questo sogno".
Così Guillermo del Toro – Leone d'Oro nel 2017 con La forma dell'acqua – ha presentato alla stampa il suo attesissimo Frankenstein. Un progetto coltivato per trent'anni, che oggi trova forma non in un horror convenzionale, ma in una tragedia lirica sulla solitudine, sul rifiuto, sul bisogno profondo di essere visti. Ma prima ancora di parlare di poesia, è arrivata l’improvvisazione. Durante la conferenza stampa, Del Toro ha infatti regalato uno dei momenti più esilaranti del festival. Nel bel mezzo della chiacchierata, il microfono del regista ha smesso di funzionare. Lui ha provato a continuare, ma dopo qualche secondo ha esclamato a voce alta – e con meraviglioso accento messicano: «Ma che cozza?!» Il pubblico è esploso in una risata collettiva, ma non è finita lì: poco dopo, altri microfoni hanno iniziato a fare i capricci, finché Del Toro, ormai sciolto e perfettamente a suo agio, ha lasciato andare un sonoro: «Ma che ca**o?!» – stavolta con dizione impeccabile, da vero italiano adottivo. La scena è già virale.
Il mostro secondo Del Toro
Il regista messicano, ha spiegato, è partito da un assunto preciso: l'orrore è un'estensione della fiaba, e i mostri sono lo specchio dell'anima. "Ho sempre avuto una fascinazione per organi, feti, carne che si muove. Il feto, per me, è la perfetta immagine dell’anima. Il corpo è il cronometro dell’anima. Non possiamo sfuggire a questo". È da questa visione che sono nati i suoi iconici personaggi: il Fauno, l'Uomo Pallido, la Creatura anfibia de La forma dell’acqua. Oggi, il suo Frankenstein è la sintesi perfetta. "I mostri non sono fuori, ma dentro di noi. Nei miei film scendo sempre negli abissi sotterranei, perché credo che quelle cose esistano in noi". E oggi, aggiunge, "I mostri sono quelli in giacca e cravatta. E non sono il frutto di effetti speciali".

Per lui, l'unica salvezza resta l'amore: "La capacità di riconoscersi come esseri umani nei dolori, nelle parole, guardandosi negli occhi".
E sul rapporto col romanzo ha aggiunto: "Mary Shelley scriveva per confessarsi, e anch'io ho voluto essere sincero. Il libro resta sugli scaffali, il film prende vita sullo schermo. Se ho fatto bene il mio lavoro, ne sentirete lo spirito". Del Toro spiega che Frankenstein si interroga su cosa significhi essere umani in un’epoca dominata dalla tecnologia accelerata, dai conflitti e dalle divisioni. È un film che parla di guerra attraverso il personaggio – che nel romanzo non c'è – interpretato da un sempre impeccabile Cristoph Waltz, un trafficante di armi che, con i soldi accumulati dall'orrore, spera di guadagnarsi la vita eterna, grazie alla scienza. "In Frankenstein, il tono cambia continuamente: si apre con un gesto orribile, poi arriva un bambino, un padre spaventoso, poi l’amore... e poi ancora, si trasforma. Ogni 10 minuti è come se fosse un film diverso".
La Creatura sono io
La vera sorpresa del film, però, è proprio Elordi, arrivato all’ultimo nel cast in sostituzione di Andrew Garfield, con solo nove settimane di preparazione. Eppure, secondo Oscar Isaac e Mia Goth, la sua performance è "sconvolgente per grazia e dolore". "Per me è stato un privilegio. Le dieci ore di trucco erano lo step necessario per diventare un personaggio in cui mi riconosco. La Creatura sono io, nelle sue debolezze e nel suo sentirsi costantemente escluso". Un'interpretazione totale, viscerale: "Sapevo che avrei potuto riversare in questo ruolo qualsiasi parte di me stesso. Tutto quello che ho vissuto nella mia vita potevo metterlo nel mio personaggio. La Creatura che vedete sullo schermo è la forma più pura di me stesso, più me di quanto non lo sia io".
Da Mary Shelley al mito moderno
Per capire davvero il film di Del Toro, bisogna fare un salto indietro al 1816, all'estate passata da Mary Shelley nella leggendaria Villa Diodati, sul lago di Ginevra. Un'estate senza sole, segnata dall'eruzione del Tambora, in cui i grandi intellettuali dell'epoca – Byron, Percy Shelley, Mary Godwin – si sfidarono a scrivere una storia dell’orrore. Nacque così Frankenstein o il moderno Prometeo. Un'opera rivoluzionaria: Shelley non crea un villain, ma un essere disperato, abbandonato dal suo stesso creatore. Una figura tragica che nella rilettura di Del Toro torna al centro, spogliata dalla banalizzazione horror, restituita alla sua dimensione più umana e struggente. Nel suo adattamento, Del Toro guarda a Frankenstein con pietà, trasformandolo in un simbolo di umanità negata, di solitudine, di amore mancato. Un essere che non incute terrore, ma compassione.
Chi è Jacob Elordi
Classe 1997, nato a Brisbane, Jacob Elordi è cresciuto tra rugby e teatro. Ha lasciato l'Australia a 19 anni per cercare fortuna a Hollywood. Il successo globale è arrivato con The Kissing Booth, ma è stato Euphoria a imporsi come vero spartiacque.

Negli ultimi due anni ha mostrato il suo lato più profondo con i film Saltburn e Priscilla, guadagnandosi l'attenzione del cinema d'autore. E mentre le copertine lo consacrano icona di stile (è ambassador di Bottega Veneta), lui continua a rifuggire le etichette. La passione per la recitazione nasce sui banchi di scuola, leggendo Aspettando Godot, e cresce guardando Brando e Daniel Day-Lewis. È un attore che lavora di sottrazione. In Frankenstein, non interpreta un mostro, ma un'anima ferita.
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