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Le parole22 marzo 2026

L'abbraccio di Gisèle Pelicot e Gino Cecchettin: "Educare ai sentimenti è l’unica strada contro la violenza sulle donne"

Gisèle Pelicot e Gino Cecchettin si sono incontrati per la prima volta e hanno parlato delle loro storie diventate simbolo della lotta contro la violenza sulle donne
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Gisèle Pelicot e Gino Cecchettin si sono incontrati e abbracciati per la prima volta. L'occasione è stata il Festivaletteratura di Mantova. In un'intervista a Repubblica hanno parlato delle loro storie diventate simbolo della lotta contro la violenza. "La violenza contro le donne è una piaga sociale che ha radici profonde in una cultura patriarcale ancora forte. La risposta non può essere la repressione, ma l'educazione al rispetto e all'affettività", ha affermato Gino Cecchettin, papà di Giulia, uccisa a 22 anni da Filippo Turetta. Dello stesso parere Gisèle Pelicot: "Ha ragione Gino, bisogna partire dall'infanzia, educare bambini e bambine al rispetto. Le donne purtroppo sono ancora considerate oggetti".

"Il cambiamento serve alle donne, ma anche agli uomini, spesso confinati dentro modelli maschili performativi, incapaci di comunicare le loro emozioni, di accettare la loro vulnerabilità. L'idea è combattere il machismo, non gli uomini in generale", spiega Gino Cecchettin, che condivide la sua idea di un percorso possibile verso l'educazione ai sentimenti: "Bisognerebbe coinvolgere più genitori possibile a frequentare corsi sulla genitorialità. Negli Stati in cui l'educazione sessuo-affettiva è più praticata, come in Spagna, i femminicidi stanno iniziando a diminuire".

La storia di Gisèle Pelicot è diventata un simbolo internazionale della lotta contro la violenza quando la donna ha deciso di aprire le porte del suo processo, in cui tra gli imputati c'era il suo ex marito Dominique Pelicot, che per 10 anni l'ha narcotizzata, violentata e fatta stuprare da altri uomini. Riguardo al processo, a Repubblica Gisèle Pelicot dice: "Durante il processo mi sono resa conto che gli aggressori venivano a loro volta da infanzie violente. Violenze che poi hanno ripetuto, in una spirale diventata una specie di domino. La soluzione però non può essere solo la prigione. Se uomini del genere non vengono rieducati, quando escono dal carcere tornano a essere le bestie selvagge che erano prima". Ma non è l'unica cosa che Gisèle Pelicot ha capito nel corso della vicenda giudiziaria: "Con monsieur Pelicot ci siamo conosciuti molto giovani. Entrambi feriti, ci è sembrato l'incontro tra due persone che potessero salvarsi reciprocamente. Durante il processo ho scoperto l'altro Pelicot. Non l'uomo attento, adorato da tutti, ma un altro uomo, che non conoscevo".

Tornando a parlare della drammatica vicenda di sua figlia, Gino Cecchettin dice: "Purtroppo non ci viene insegnato a comunicare le emozioni. Nel caso di Giulia credo che lei non avesse fatto cenno ai suoi problemi con Filippo perché non voleva influire sul nostro stato d'animo, già provato dalla morte della madre". Una storia che si intreccia a quella personale di Gisèle Pelicot: "Mi ritrovo molto in quello che dice Gino. Ho perso mia madre da piccola e vedendo mio padre devastato cercavo di non pesare". Per quanto riguarda la sua vita oggi, Gino Cecchettin afferma: "Il dolore non passa. Ancora oggi colpisce duro. Ho imparato però a dividere il dolore dalla sofferenza. Il dolore può trasformarsi anche in momenti di condivisione con Giulia. La sofferenza è portare quel dolore in ogni istante della vita. Questo cerco di non farlo. Lo devo ai miei figli, Davide ed Elena, e a me stesso".

Infine Gino Cecchettin condivide cosa direbbe oggi all'assassino di sua figlia Filippo Turetta: "A Filippo direi: racconta finalmente chi sei, la tua vulnerabilità, le emozioni che ti hanno portato a fare quello che hai fatto. Parlane, pubblicamente. Daresti un contributo alla società. La sua voce sarebbe importante per chi, come lui, non riesce a sopportare il distacco e vive l'amore come possesso". "Mi sento in grande sintonia con Gino. Anche monsieur Pelicot era ossessionato dall'idea di perdermi, soffriva di una sindrome dell'abbandono. Penso che la sottomissione chimica sia stata il suo modo per possedermi di più", conclude Gisèle Pelicot.