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Perchè i social possono creare dipendenza

La dipendenza dai social è un tema sempre più presente nel dibattito pubblico, educativo e sanitario. 
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In Italia, il Dipartimento per le politiche contro la droga e le altre dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha inserito la dipendenza da social media tra le dipendenze comportamentali, insieme a quella da smartphone, da internet e da gioco online.

Nel linguaggio scientifico, però, si parla spesso anche di uso problematico dei social media. L’Istituto Superiore di Sanità lo descrive come un uso dei social che inizia a creare problemi nella vita quotidiana: difficoltà nelle relazioni, nello studio, nella gestione delle emozioni e nel controllo del tempo passato online.

Tra i segnali più comuni ci sono: il bisogno continuo di connettersi, l’ansia quando non si può accedere ai social, la difficoltà a smettere, la tendenza a trascurare altre attività e l’uso dei social per fuggire dalle emozioni negative.

Non è solo questione di “saper staccare”

Il punto centrale è questo: i social non creano dipendenza solo perché le persone “non sanno staccarsi”. Il problema riguarda anche il modo in cui le piattaforme sono progettate. Molti social sono costruiti per catturare la nostra attenzione, mantenerci connessi il più a lungo possibile e farci tornare più volte durante la giornata.

Uno dei meccanismi più potenti è quello della ricompensa intermittente. Ogni volta che apriamo un social, non sappiamo esattamente cosa troveremo: un like, un commento, un messaggio, una notifica, un video interessante. Proprio questa imprevedibilità rende il gesto difficile da controllare. Il cervello viene spinto a controllare ancora e ancora, nella speranza di ricevere una nuova gratificazione.

A questo si aggiungono lo scroll infinito, la riproduzione automatica dei video e i contenuti suggeriti dall’algoritmo. L’utente non deve più scegliere davvero cosa guardare: è la piattaforma che propone un contenuto dopo l’altro, senza interruzioni. In questo modo vengono eliminate le pause, cioè quei momenti in cui potremmo fermarci e decidere consapevolmente di chiudere l’app. Senza pause, diventa più facile perdere la percezione del tempo.

Gli algoritmi e il rilascio di dopamina

Dal punto di vista neurobiologico, questi meccanismi possono attivare il circuito della ricompensa. Lo psicologo Giuseppe Riva spiega che funzioni come scroll infinito, autoplay e ricompense intermittenti sollecitano il rilascio di dopamina e possono favorire una sorta di “pilota automatico” cognitivo, riducendo il controllo volontario sul comportamento.

Un altro elemento decisivo è la personalizzazione algoritmica. I social osservano ciò che guardiamo, commentiamo, condividiamo o lasciamo scorrere. Poi ci mostrano contenuti sempre più adatti a catturare la nostra attenzione. Questo rende l’esperienza molto coinvolgente, ma anche meno libera: non siamo solo noi a scegliere cosa vedere, è la piattaforma che impara cosa ci trattiene.

Questa personalizzazione può anche chiuderci in una bolla. Save the Children parla di echo chamber, cioè ambienti digitali in cui gli utenti vengono esposti soprattutto a contenuti coerenti con i propri interessi e le proprie opinioni. Il risultato è un’esperienza più comoda e coinvolgente, ma anche più polarizzata e meno aperta al confronto.


Quando il bisogno di connessione diventa bisogno di approvazione

C’è poi il meccanismo dell’approvazione sociale. Like, commenti, condivisioni e visualizzazioni trasformano il riconoscimento degli altri in numeri. Questo può portarci a controllare continuamente il telefono: per vedere chi ha reagito, chi ha guardato una storia, chi ha risposto, chi invece ci ha ignorato. Il rischio è che il valore personale venga misurato attraverso segnali esterni, rapidi e quantificabili.

Infine, i social possono diventare uno strumento per regolare le emozioni. Quando siamo annoiati, soli, stressati o tristi, aprire un’app dà un sollievo immediato. Il problema nasce quando questo gesto diventa automatico. Se ogni disagio viene gestito prendendo il telefono, il cervello impara ad associare noia, ansia o solitudine a una sola risposta: tornare online.

Iperconnessione, FOMO e fatica mentale

Eurispes descrive la società iperconnessa come un ambiente che può sovraccaricare la mente, alterare l’attenzione, alimentare FOMO, cioè la paura di essere esclusi o di perdersi qualcosa, e aumentare la pressione a essere sempre presenti, visibili e performanti. Questi fenomeni non riguardano solo i ragazzi, ma persone di tutte le età, anche se cambiano forma e intensità a seconda della fase della vita, del lavoro, delle relazioni e del livello di competenza digitale.

Per questo la prevenzione non può limitarsi a dire “stai meno al telefono”. Serve capire quali meccanismi ci tengono incollati allo schermo: notifiche, ricompense imprevedibili, confronto sociale, contenuti infiniti, algoritmi personalizzati e bisogno di approvazione.


Recuperare un rapporto più libero con i social

Il problema, quindi, non è semplicemente usare i social. Il vero rischio nasce quando i social diventano difficili da controllare e iniziano a sostituire esperienze fondamentali: il sonno, lo studio, il lavoro, le relazioni reali, il tempo libero, la noia, la capacità di stare con le proprie emozioni.

Conoscere questi meccanismi è il primo passo per usare i social in modo più consapevole. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di recuperare libertà: scegliere quando connettersi, perché farlo e quando, invece, è il momento di staccare.

FONTI:

Corriere della Sera - pag. 26, di Ruggiero Corcella 

Dipartimento per le politiche contro la droga e le altre dipendenze - Presidenza del Consiglio dei Ministri

Istituto Superiore di Sanità

Eurispes

Save the Children