A Morning News interviene Domenico Fiorda, avvocato di uno dei medici indagati nel caso delle due donne avvelenate con la ricina a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Il legale difende il sanitario che ebbe in cura Sara Di Vita, 15 anni, morta insieme alla madre Antonella Di Ielsi, 50 anni, tra il 27 e il 28 dicembre.
"Il mio assistito è sempre stato tranquillo perché lui ha ritenuto di aver fatto tutto quello che era nelle sue possibilità, quindi avere oggi un'ulteriore conferma con la perizia che è stata depositata dai quattro consulenti è come dire un'ulteriore prova del fatto che non c'era nessuna possibilità di salvare le ragazze", afferma l'avvocato.
Il legale insiste sul fatto che l'errore diagnostico non avrebbe inciso sull'esito, data la natura del veleno. "I medici non potevano fare assolutamente nulla, anche se avessero adottato un comportamento maggiormente prudenziale", spiega. E aggiunge, riferendosi alle conclusioni degli esperti: "Prudenzialmente doveva essere mantenuta lì in ospedale, però questo non avrebbe assolutamente cambiato l'esito letale".
Fiorda evidenzia anche la carenza di organico del pronto soccorso: "Il pronto soccorso di Campobasso ha una carenza di personale. Adesso vado a memoria, mi sembra che manchino 8 unità, tant'è che i medici fanno i doppi turni o addirittura vengono medici da reparti per assistenza al personale del pronto soccorso".
L'avvocato precisa: "Parliamo di un ospedale, di un momento in cui lì erano presenti in quei giorni 40-50 ricoverati, la gran parte con sintomi da gastroenterite, cioè gli stessi sintomi di Sara e di Antonella, e quindi trovare un paziente che comunque manifestava una condizione di salute migliorativa rispetto a quella precedente poteva tranquillamente giustificare la dimissione".
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